Costretta a servire l'ignoranza e il pregiudizio, il disprezzo, la violenza e l'abuso. Qui non vediamo solo la perversione della religione, ma anche la corruzione della libertà umana, il restringersi e l'obnubilarsi della mente... Benedetto XVI, a Madaba, 9 maggio 2009
È evidente che il mondo non è più semplicemente suddivisibile in civiltà, in classi sociali, ma il pianeta è sempre più un insieme confuso o apparentemente confuso di elementi, per cui occorre cercare di rendere questa confusione “dialogica”, perché altrimenti, prima o poi, catastrofizza e scade nel conflitto, così occorre che queste distinzioni di cultura, di linguaggio, di civiltà, di religione diventino elementi di un rapporto dialogico. Per ottenere questi risultati è necessario intendersi, comprendere le rispettive diversità di linguaggi, saper tradurre una lingua in un’altra, saper costruire analogie: il problema si affronta davvero con una vera cultura dialogica, altrimenti si ottiene o la guerra o l’omologazione universale, ed entrambe le soluzioni non sono adeguate. Massimo Cacciari in italialibri.net
Appuntamenti 2009-2010 dell'Eremo del Carmelo

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domenica 27 dicembre 2009

“Io devo occuparmi delle cose del Padre mio!”

Il Vangelo mette in «fibrillazione» il nostro DNA
Non è ancora passato il Natale, la novità misteriosa di un Dio fatto uomo, e già la liturgia ci fa fare un sussulto, con questo figlio – un ragazzo, ormai – che sa cosa vuole e lo difende come “volontà del Padre”, contrastando la sua famiglia – padre e madre sgomenti! La famiglia è la nostra matrice, che ci collega alle radici dell’umanità (… pelle, sangue, ormoni, DNA, strutture psichiche … trasmessi con infinite vicissitudini nei millenni) che fluisce da chissà quanto tempo sulla terra. In un cammino – unica specie vivente, pare! – che l’ha portata alla coscienza, alla consapevolezza di sé, con un indistruttibile briciolo di libertà, nei dinamismi biologici e psichici della necessità vitale in cui siamo intessuti. Il paradigma culturale famigliare che nei vari secoli e nelle varie popolazioni si è imposto, nelle più diverse forme, come incontro della coppia umana e nido dei piccoli, è in disfacimento pressoché da per tutto, tanto più in questi ultimi tempi, sotto la pressione della globalizzazione, che può divenire talora appiattimento dei valori che hanno custodito l’uomo per generazioni.
Gesù ha colto con sorprendente lucidità il dramma della continuità e della rottura, della libertà e della sottomissione, del confronto e della sofferenza che il crescere della persona comporta, senza rinunciare mai alla propria identità in mezzo agli altri, ma anche senza deprezzare mai la diversa impostazione culturale altrui! In questo ragazzo di dodici anni siamo tutti noi uomini e donne, dei millenni passati come dei prossimi, che tentiamo faticosamente di uscire dal guscio degli archetipi culturali, i quali, dopo averlo avviato, impediscono o frenano il nostro destino personale e irripetibile, differente da ogni altro. Una destinazione interiore che a tutti urge dentro – perché non viene solo da noi, ma attraverso noi, da urgenza misteriosa di livelli di coscienza superiori (diciamo così – per intendere gli ampi spazi o i progetti creativi o le diverse espressioni che il Padre di tutti i destini ha spalancati per noi, più dilatati, più vasti, più intensi e più personalizzanti … che ci fecondano e ci nutrono, se gli diamo ascolto). Questo ragazzo, secondo Luca, ne è il profeta … e gli altri, uomini o forse ancor più, donne silenziose e fervide, prima di lui soltanto lo annunciavano, nei templi o nei deserti o nel segreto delle tende e delle case … Il criterio che lo guida, fin dalle sue prime parole, è sempre il “Padre”. Appositamente usa questo termine, perché è lo stesso che nella famiglia tribale accumulava ogni potere di vita e di morte, di autorità suprema. Di modo che soltanto la chiamata in causa del legame personale supremo di ogni uomo al Creatore, vero unico “Padre” di ogni cosa, può attenuare e poi superare l’oppressione che lo schema culturale imponeva al singolo. Diveniamo uomini e donne maturi in proporzione a che prendiamo coscienza di quello che dobbiamo compiere come individui personali, attraverso la consapevolezza della nostra propria identità, che ci commisura e ci distanzia da ogni altro, attraverso il nostro pensiero, il nostro lavoro, soprattutto attraverso la trasformazione della nostra coscienza, attraverso i nostri tentativi di gesti nuovi, che la confermano e la orientano.
È assolutamente determinante, come annuncio evangelico, questo gesto iniziale della vita di Gesù, che prende coscienza di sé, della propria libertà e responsabilità, non sostituibile né suffragabile da nessuna autorità esteriore, per quanto sacra e veneranda. Se non ritroviamo nella vita questa libertà di Gesù di fronte alle varie istanze autoritative, che pure riconosciamo utili e necessarie, avverrà che queste ci pongono in uno stato di difficoltà inibente, di sofferenza paralizzante, ci spengono la libertà, ci soffocano nelle ristrettezze mentali di quelli che possono anche non comprendere le nostre aspirazioni, perché rimasti chiusi su altre posizioni.

Io devo occuparmi delle cose del Padre mio! Queste parole di Cristo, e tutte quelle che nella sua vita si rifaranno alla stessa sorgente interiore di vita e di comprensione, sono alla base di tutto il cammino di liberazione che la coscienza umana ha portato avanti nel corso dei secoli – che lo sappia o meno! – con ribellioni, sofferenze dolorose, resistenze indomite, soprattutto di ignari martiri, testimoni e ricercatori di aneliti più veri, di orizzonti più adeguati, di spazi interiori più vivibili nel divenire della coscienza umana: Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo (Mt 11,26s).



La solennità liturgica di questa domenica costituisce qualcosa di nuovo nella nostra Chiesa, che come spesso capita, prende decisioni ed elabora interventi volti a salvare strutture in crisi, pescando nel tesoro della tradizione antica cose nuove e cose antiche, come il vecchio scriba del vangelo, senza tenere in conto, forse, che la novità evangelica è sempre esplosiva, in ogni contesto culturale venga seminata.
Il disfacimento della famiglia tradizionale ha suggerito di ricorrere al modello e alla testimonianza esemplare della famiglia di Nazareth. Soltanto che tanto è grande la dipendenza che noi abbiamo attraverso la famiglia dalla carne e dal sangue e dalla cultura, tanto più è dirompente la parola e sono provocatori i gesti di Gesù, che proprio nel cuore di questo nodo vitale della vita umana che è la famiglia, pone il seme sconvolgente della propria libertà inappellabile – e quindi della libertà di ogni uomo. Una reazione tanto determinata e imprevista, quella di Gesù, da sgomentare i genitori, ma altrettanto sapiente e mite che subito si è sottomessa alla normalità della vita quotidiana, dei suoi bisogni e dei suoi ritmi. Soltanto dopo, però, che ne ha denunciato vistosamente la precarietà e l’ambiguità. Si sottomette con la decisione di chi consegna lucidamente la propria libertà, mantenendone sempre la chiave, per riprendersela appena rischiasse di tradirla. Perché non è libertà per sé, ma per la verità!
La madre aveva tutti i diritti – secondo il modello ebraico della famiglia – di rimproverare il figlio di essersi allontanato dai genitori senza aver avvertito e senza aver detto dove andava, ma la risposta di Cristo è una di quelle parole luminose e taglienti che scendono nel nostro cuore (oltre che in quello dei genitori) come una spada, che ferisce e illumina… Ma, al momento, è troppa la sofferenza sconvolgente che provoca, per capire subito il dono di futuro che ci porta. E il Vangelo lo nota espressamente: non capirono quello che lui aveva detto. “E anche noi molto lentamente comprendiamo le parole di Cristo, perché, a differenza delle parole degli altri uomini, sono come il grano che viene gettato nella terra e lentamente porta a fecondità la terra e a maturazione il grano. E lentamente le parole di Cristo maturano nel nostro spirito, anche se non sempre ne siamo pienamente coscienti. E la parola che Cristo dà ai genitori costituisce una rottura con il modello della famiglia veterotestamentaria e romantica” (Vannucci).
Viviamo in una società e in una chiesa tanto disorientate e ripiegate su di sé da perdere spesso di vista i grandi orizzonti e gli spazi umani, che mai sono stati così a portata di mano di tutti gli uomini, come in questo nostro tempo! Ogni uomo che prende coscienza di essere chiamato a “compiere le cose del Padre”, è chiamato a essere “differente”cioè libero, ma per amore, per il suo compito di essere se stesso di fronte agli altri, non per contrapposizione competitiva. Soffrirà, ma porterà la novità delle sue piccole conquiste personali, che sono conquiste di coscienza, e che possono trasmettere agli altri, attorno a noi, la novità dei minuscoli interventi o gesti che nessun altro può sostituire. Purtroppo invece una delle più grandi tentazioni della nostra vita è quella di diventare dei ripetitori di un passato, che non ha più aderenza alla vita. Ora, queste novità, queste piccole invenzioni non previste nel fluire del nostro quotidiano, non nascono da noi, non provengono da un ragionamento umano. Perché è la parola di Dio che scende in ogni uomo e ogni uomo è chiamato sulla terra a compiere la volontà del Padre, non la volontà di un altro uomo, di nessun altra autorità. Il Padre infatti, in Gesù, non è più una realtà lontana, ma la Presenza vivente, incombente e immanente nel creato e nelle creature, per orientarle in amore e libertà, verso il compimento del loro specifico e personale destino. Gesù ne è cosciente e cresce (e ci propone di crescere) imparando e trafficando le “cose che sono del Padre nostro”, per la salvezza di tutti. E Maria, che è la figura della Chiesa, tiene nel cuore tutte queste cose, aspettando e pregando che diano il loro frutto nella pazienza dei tempi.
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Il Figlio di Dio un dodicenne impertinente?

In questa prima domenica dopo il Natale, la Chiesa ci invita a soffermarci sulla Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe; e lo fa presentandoci come brano del vangelo il testo di Luca che parla di Gesù dodicenne.
Il testo – molto curioso nella sua composizione – può essere avvicinato da due punti di vista, che però non vanno mai separati: da un lato, infatti, è necessario ricordare come questo brano faccia ancora parte dei cosiddetti “vangeli dell’infanzia” e dunque vada letto precisamente come testo teologico, non cronologico-descrittivo: siamo infatti di fronte ad un testo epifanico, che attraverso la narrazione di una vicenda vuole rivelare chi sia il bambino di cui si parla; dall’altro non ci si può esimere dal lasciarsi coinvolgere dalla narrazione in quanto tale, dall’episodio inusuale che vede come protagonista Gesù e dalle situazioni, emozioni, reazioni che l’Autore mette in campo: da questo punto di vista ciò che cattura maggiormente l’attenzione è l’ordinarietà più disarmante delle dinamiche familiari descritte.
Il testo epifanico, che, attraverso il gioco di parole «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo» / «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» sottolinea la straordinarietà di questo bambino, addirittura la sua divinità, il suo essere figlio del Padre, contemporaneamente lo presenta come il “classico dodicenne che si sente grande e con le sue scelte un po’ in-coscienti fa disperare (angosciare) i genitori”…
Due profili, apparentemente contrapposti e contraddittori, eppure inscindibili: Gesù, il Figlio di Dio, è questo ragazzino dispettoso e anche un po’ impertinente!


Questa constatazione rimanda ad una problematica di uno spessore assolutamente rilevante, e cioè: in che modo il Figlio di Dio ha incarnato l’essere Figlio di Dio? Con che consapevolezza, con che modalità di presa di coscienza, con quale prassi attuativa?
La domanda è interessante, perché non si tratta solo di un filosofare su tematiche che possono apparirci significative (si sta pur sempre parlando del Figlio di Dio…), ma perché precisamente il modo di farsi uomo del Figlio di Dio, può diventare paradigmatico per il nostro tentativo – spesso così mortificante e mortificato – di farci uomini.
Luca dà subito un’indicazione: «Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini»: vanno dunque sbaragliate immediatamente quelle risposte alla nostra domanda che vanno nel senso di annullare l’umanità di Gesù, per salvaguardarne la divinità (Gesù sapeva già tutto… faceva finta di essere bambino… per far contento Giuseppe, fingeva di non saper lavorare il legno, così lui glielo insegnava… ecc, ecc, ecc) – vie che la storia della Chiesa ha visto presentarsi al suo orizzonte ma che ha presto rifiutato come “eresie”.
Rimane però il problema… Pur ammettendo che Gesù non facesse finta di essere bambino, ma che lo fosse veramente, come si coniuga il fatto che lui fosse anche il Figlio di Dio?
Un felice orientamento lo dà il classico confronto con la nostra esperienza umana: noi quale consapevolezza abbiamo di essere i figli di nostra madre? E la consapevolezza che avevamo a 3 mesi, 3 anni, 12 anni, è la medesima che abbiamo ora? È giusto dire che rispetto a questa consapevolezza ci sia stata una crescita? Non lo sapevamo forse già da subito che nostra madre era nostra madre?
L’esempio può aiutare… Infatti, se è vero che da sempre noi abbiamo la consapevolezza che nostra madre sia nostra madre, è altrettanto vero che l’esplicitazione e la capacità di elaborazione di questa medesima consapevolezza non è uguale nelle diverse fasi della vita: a tre mesi, mamma vuol dire un seno che mi allatta; a tre anni, la sicurezza che mi fa vivere; a 20, 30, 50 la mamma è simbolo della problematizzazione dell’origine, della cura, della custodia, della vita, del senso della vita…
Si potrebbe dire che da sempre si ha una consapevolezza sintetica di chi sia mia madre e di chi sia per me, ma il suo sviluppo analitico, lo scioglimento in una storia, la presa di coscienza narrativa, avviene appunto percorrendo la temporalità, crescendo, agendo una vicenda.
La stessa cosa si potrebbe applicare all’esperienza di Gesù: questo bambino ha la consapevolezza sintetica di essere Figlio di Dio («Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?»), ma – proprio perché veramente uomo – deve agire una vicenda, vivere una storia, far trascorrere una temporalità, per vivere da uomo (e non da bambino) quella medesima consapevolezza: ha bisogno di crescere «in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini».
Il brano di vangelo dice tutto questo in maniera molto meno teorica, semplicemente raccontando un episodio, in cui colui che pronuncia una frase così altisonante come «Devo occuparmi delle cose del Padre mio» è, sulla scena, un ragazzino che, perso nella sua curiosità di scoprire il mondo, non si era ricordato l’orario di partenza della sua carovana ed era rimasto, affascinato dai sapienti della città santa, ad ascoltarli e interrogarli, senza accorgersi del tempo che passava, della preoccupazione della mamma, dei pericoli in cui poteva incorrere: né più né meno come i nostri dodicenni, bambini che si sentono grandi e ci fanno sorridere ed angosciare…
A noi forse sembra inconsueto, addirittura scandaloso, in ogni caso da non dire, che questo impertinente fanciullo, impavido e sfrontato, eppure con i lineamenti ancora da bimbo piccolo tranne qualche baffetto ribelle che spunta qua e là, sia il Figlio di Dio. Per noi il Figlio di Dio o è il bimbo che nasce a Betlemme, divino per il candore che emana in quanto neonato, o il predicatore di Galilea, il grande sapiente taumaturgo che il potere politico-economico-religioso del suo tempo ha fatto crocifiggere: quello è il Figlio di Dio.
Questo ragazzino no…
E invece quell’uomo che tutto il mondo allora conosciuto, arriverà a proclamare Figlio di Dio è precisamente questo dodicenne smemorato di Gerusalemme: perché fino in fondo il Figlio ha accettato la dinamica dell’incarnazione, fino in fondo si è fatto uomo, fino in fondo si è intessuto delle fibre dell’umanità, della crescita, dell’evoluzione del fisico, del necessario costruirsi temporale delle categorie mentali, della fatica della maturità affettiva… passando per l’attonito stupore dei piccoli, gli sfrontati tentativi di crescita dei ragazzi, gli struggenti turbamenti degli adolescenti...
Così il Figlio di Dio è diventato uomo: patendo i tempi lunghi di una vicenda umana che pian piano lo ha costruito come uomo (e come Figlio di Dio – in modo “analitico”), patendo l’oscurità di alcuni frangenti, il non senso di altri… insegnandoci in questo modo che per essere uomini o – detto altrimenti – per essere graditi a Dio, per avere una vita buona/bella/felice/piena, non servono strappi (“Da oggi in avanti sarò più…”), non servono volontarismi, rinunce, estraneazioni dalla storia, dalla nostra storia, prese di distanze da noi, da ciò che siamo stati, abbiamo fatto, ci hanno fatto…
Per diventare uomini (e Figli di Dio, in senso “analitico”) è necessario piuttosto stare dentro alla storia, starne “sottomessi” («Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso»), cioè lasciarla agire, agirla, viverla, imparandone pian piano l’intelligenza, perché se alle verità che intuiamo non facciamo seguire con fatica, e pazientando tutto il tempo che ci vuole, anche le nostre viscere, le fibre della nostra umanità, quelle verità – pur vere – non sono reali: e ci ritroveremmo come dei dodicenni che “fanno i grandi” al Tempio, dimentichi per un attimo della mamma, di cui però abbiamo ancora vitalmente bisogno…
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venerdì 25 dicembre 2009

Il Natale: la “marginalità” al centro della Storia!

“Clandestini”: una nuova “marginalità” al centro della Storia
Chi ci ha seguito con pazienza nel cammino che la chiesa ci ha proposto in queste settimane in preparazione dell’avvento del Natale, si sarà reso conto come il Signore Gesù capovolge la nostra prospettiva religiosa, il nostro modo di pensare, vedere e rappresentarci, il rapporto con Dio, con i fratelli e sorelle, con il creato, con le cose…
Abbiamo spesso sottolineato come la prima conversione che il Signore ci chiede è proprio quella di lasciarci sconvolgere in profondità, nella nostra mentalità e cultura, dalla Sua prospettiva. Per renderci consapevoli che anche se apparteniamo a una cultura cristiana, essa non è mai così cristiana da non potersi ritenere bisognosa di ulteriore conversione, perché non si è mai cristiani abbastanza, neanche culturalmente…

Questa conversione che il vangelo chiama specificatamente metanoia, cioè cambio di mentalità, non esige da parte nostra uno sforzo particolare… La conversione che il vangelo “esige” da noi, è provocata in noi dal vangelo stesso… dalla buona, bella, gioiosa, inaudita, stupefacente notizia che ci viene continuamente donata, come possibilità veramente nuova, completamente “altra”, della nostra vita, a tutti i livelli. Solo a partire da qui, da questa “gioiosa notizia”, può nascere una conversione morale cristiana, perché solo un comportamento che nasce come risposta a un dono; solo una morale che nasce dalla riconoscenza, è gioiosa e quindi liberante. Altrimenti essa viene “giustamente” percepita come imposizione esterna, fatica tanto titanica quanto sterile e vana, perché non apportatrice della gioia liberante del vangelo, ma mortificazione della grazia, sterile “ingabbiamento” dell’io…
Infatti – per usare un’immagine che Gesù oramai adulto ci proporrà spesso –: che sforzo devo fare per sedermi alla tavola imbandita dal Padre?… nessuno! Devo solo, paradossalmente, ascoltare il mio limite (la fame!) e lasciarmi “ingolosire” dalla tavola imbandita… “Impossibile non convertirsi” a tutto questo “ben di Dio”!
E allora, ascoltando il profeta Isaia, cosa dobbiamo fare noi che camminiamo «nelle tenebre» per vedere «una grande luce»? semplicemente… aprire gli occhi: niente di più! E lasciarci contagiare dalla gioia del Signore e gioire davanti al mondo «come si gioisce quando si miete e come si esulta quando si divide la preda»; cioè, come si gioisce quando gioiamo del risultato delle nostre fatiche… E allora, già qui, «è un bel faticare!».
Ma il Vangelo ci spinge ad andare oltre e ad aprici ad una prospettiva nuova, alla visione del Dono di questo Bambino!
E allora ci chiediamo: Come è possibile che un bambino, questo Bambino, sia il nostro Salvatore, il nostro definitivo Liberatore? Come è possibile che questo bambino insomma, per usare le parole di Paolo, sia «la grazia stessa di Dio che porta salvezza a tutti gli uomini»? Come è possibile che egli sia colui, sempre secondo Isaia, che «spezza il giogo», toglie «la sbarra sulle nostre spalle», e disarma «il bastone del nostro aguzzino»?… quando se ci guardiamo intorno, non sembra che da duemila anni le cose siano granché cambiate…

A ben guardare, ci sono due modi per “toglierci un peso”. Uno è quello che potremmo definire “nostro”, secondo la nostra mentalità e cultura e che si presenta immediatamente ai nostri occhi come l’unica soluzione possibile: quello di scrollarci di dosso il “peso che ci opprime”. Questo modo, ci fa credere che, per essere veramente liberi, occorra eliminare l’ostacolo, eliminare il nemico, scendere dalla croce che ci schiaccia, “risolvere il problema” che ci soffoca, nella ricerca illusoria della soluzione definitiva di ogni problema… Ora, questa soluzione a mio parere è peggiore del male perché, tra le altre cose, esige la nostra uscita dalla storia, in definitiva la nostra morte (altro che quella del nemico!)… Infatti se uno non vuol morire non dovrebbe nascere… se uno non vuole problemi, dovrebbe vietarsi di vivere… Ma non trovo convincente nemmeno il discorso di coloro che vorrebbero rimandare la liberazione definitiva alla fine dei tempi, come se le Beatitudini – per fare solo un esempio drammatico – fossero un discorso che si realizza solo nell’«altro mondo». Quello della «fine del mondo» o comunque della fine di questo mondo…

Occorre allora lasciarci istruire da questo Natale per trovare una soluzione che non butti via il bambino insieme all’acqua sporca… che cioè non butti via la nostra vita insieme ai nostri problemi…E la risposta la troviamo nel Vangelo di questa santa notte. Seguiamo allora i pastori, mischiamoci in mezzo a loro, per nutrirci dei fatti che hanno vissuto…
Ad un certo punto nella notte un angelo appare ed annuncia «una grande gioia», perché, oggi, ora, adesso è nato il Cristo Signore, Salvatore-Liberatore per tutti, ma proprio tutti. E l’angelo indica un segno, quale? «un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». E che cosa fanno i pastori? vanno subito a vedere il «segno»! E che cosa trovano? «Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia». Tutto qui! Tutto qui? E – ci dirà il seguito del vangelo – se ne tornano alle loro occupazioni «glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto». Tutto qui!
Ma insomma, dove sta il segno? Da dove scaturisce quella «grande gioia» che sembra esplodere dentro i loro cuori e sconvolge loro – attenti! – non il loro vivere: «tornano infatti sui loro passi!»; ma il loro modo di vivere: infatti «glorificano e lodando Dio!», ci dice Luca…
In verità quello che i pastori hanno visto nella loro quotidianità (notturna!) è un liberatore, un inviato dal Signore che finalmente “era uno di loro”, uno come loro: reietto dalla storia, “cacciato” dal convito umano, e che – oramai adulto – sarà anche “maledetto” dalla religione ufficiale… Insomma non hanno visto un liberatore come avremmo potuto aspettarci: un cavaliere «figlio di papà», un «principe azzurro» vestito con abiti firmati e abitante in una reggia con parco e piscina… ma uno che vive la loro stessa drammatica esistenza…

Mi capita spesso di sentir dire: «Gesù era Figlio di Dio, anzi Dio stesso, per lui era più facile che per noi»… ora, così dicendo, noi censuriamo che veramente in Gesù, Dio si è «spogliato completamente della propria divinità, diventando in tutto simile a noi», assumendo in tutto i nostri problemi, il nostro giogo, la nostra croce, i nostri drammi… ma senza il peccato, cioè vivendoli in modo diverso, dicendo “sì” alla storia che incontrava e non come fuga da essa (e quindi da Dio Padre: vi ricordate come Adamo ed Eva fuggono nascondendosi?).

Quello che i pastori hanno visto e compreso, è che questo Bambino-Messia e Signore, ha voluto fin da subito, sedere all’ultimo posto alla tavola della vita: reietto, “impuro” tra gli “impuri” come loro stessi. Hanno visto il Liberatore, il Signore, condividere in tutto i loro disagi umani, il loro essere considerati dagli uomini dei “maledetti da Dio”… In questo Natale possiamo capire meglio che Gesù – che si rivelerà più chiaramente ai discepoli, come l’Alfa e l’Omega, la “A” e la “Zeta” della storia – sarà compreso come “Colui che è fin dal Principio”, proprio perché ha scelto, entrando nella storia, di essere l’ultimo, di viverla “dal” fondo: perché ha scelto di essere l’ultima lettera dell’alfabeto umano! Nella grande carovana umana che vaga nel deserto della storia, Gesù è nostra guida perché ha scelto da subito di essere uomo per davvero, stando in fondo alla carovana, ma così in fondo che nessuno può essere più disperato, più “maledetto”, più abbandonato, più disprezzato, più ultimo di lui… E – anche questa è una novità – lo fa da figlio (cioè da fratello che è l’unico modo per essere nella storia «Figlio/figli del Padre»)! Non brontolando contro una vita ostile (e quindi contro il Padre e contro i fratelli), ma aprendosi ad essa, consegnandosi in un rapporto, in una prossimità, che diventa la Via per una vita rinnovata anche per coloro che non sono in grado di cambiarla, come in fondo, Gesù non ha cambiato la sua!…Gesù insomma scegliendo l’ultimo posto nella storia, si offre come possibile soluzione per chiunque, anche per l’ultimo (anzi oramai “penultimo”), dei disperati, perché anch’egli possa – nel vivere in pienezza la propria comunione (questo è lo Spirito Santo) col Padre – trovare la propria dignità di figlio nella propria umanità sfigurata…

Se c’è una soluzione possibile ai nostri problemi essa non può che partire da qui, da questa comunione già data, altrimenti non sarà altro che un tentativo violento di esigerla da altri: la pace che scaturisce da questa comunione, insomma non è data dalla soluzione del problema, ma è la pace stessa (così intesa e così radicalmente vissuta) che diventa sorgente di soluzione. Soluzione che oramai non è più strettamente necessaria alla pace-comunione, ma ne è “semplice” “epifania”, al limite “verificazione” storica, “segno” di ciò che la precede, della pace-comunione che c’è già! Pace che resta anche davanti al fallimento immediato di ogni soluzione storica, anzi che cresce proprio nel suo lasciarsi gettare nel fondo della storia…

Ecco allora svelarsi in pienezza la vera liberazione, la luce che illumina questa notte, presente qui, ora, adesso, senza bisogno di attendere oltre, senza fuggire in un mondo ideale sia esso passato, presente o futuro… In questo Messia bambino, avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia viene svuotato dal di dentro il peso di ogni oppressione, viene resa “ogni croce leggera”, in modo che non solo non possa più nuocerci spaventandoci, ma anzi diventi occasione di una comunione-pace ancora più grande… perché solo la sofferenza che costruisce un rapporto può essere vissuta senza che uccida la vita e perché solo la comunione vissuta fino a questa profondità – fino a questo abisso sprofondata – dà senso a una vita che non teme più nessuna morte.
Questo è il miracolo di questa notte, questo è quanto ci viene riofferto ogni giorno dell’anno dal Natale del Signore.
Questa è la Grazia che domandiamo per coloro che ancora oggi si “sentono” ai margini della vita, affinché si scoprano al centro della Comunione, al centro della Pace!
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venerdì 18 dicembre 2009

…Dio nel corpo umano

I Lettura: Michea 5,1-4II Lettura: Ebrei 10,5-10Vangelo: Luca 1,39-48
Così dice il Signore: «E tu, Betlemme di Èfrata, così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall'antichità, dai giorni più remoti. Perciò Dio li metterà in potere altrui, fino a quando partorirà colei che deve partorire; e il resto dei tuoi fratelli ritornerà ai figli d'Israele. Egli si leverà e pascerà con la forza del Signore, con la maestà del nome del Signore, suo Dio. Abiteranno sicuri, perché egli allora sarà grande fino agli estremi confini della terra. Egli stesso sarà la pace.Fratelli, entrando nel mondo, Cristo dice: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: "Ecco, io vengo, poiché di me sta scritto nel rotolo del libro per fare, o Dio, la tua volontà"». Dopo aver detto: «Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato», cose che vengono offerte secondo la Legge, soggiunge: «Ecco, io vengo per fare la tua volontà». Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo. Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell'offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre. In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto»



Può essere utile mettere a confronto tra loro le letture di questa domenica – ultima di preparazione al Natale – per rilevarne l’intima connessione, pur nel così diverso approccio al mistero della centralità del “corpo umano” (e di chi lo mette al mondo) – nella travagliata storia della nostra salvezza.
Michea raccoglie e rimanda fino a noi un’antica segnalazione profetica: siamo tutti in potere “altrui”, fin quando non partorirà colei che deve partorire … Allora soltanto, anche il resto dei fratelli ritornerà … ed “egli” stesso sarà la pace. Se c’è un’illuminazione nuova delle scritture antiche, a ritroso, a partire da Cristo (come Gesù stesso insegnò ai discepoli dopo la sua risurrezione), qui i simboli oscuri si illuminano… e nello stesso tempo accolgono (adempiono) e sconvolgono (convertono) le aspettative dell’uomo. È caratteristica della profezia biblica questa spada a doppio taglio. In modo umilissimo ed esplosivo, insieme, anche Luca racconta di due “partorienti”, che si incontrano e si dicono, in questa “scena madre” della nuova storia, il mistero a cui siamo chiamati. Lontano dai templi, lontano dalle regge del potere e dell’intelligenza, per la strada, sulla soglia della casa... I loro due piccoli d’uomo, ancora incompiuti nel seno delle madri, già si comunicano il passaggio del testimone della speranza, dal “più grande tra i nati di donna” (il Battezzatore, sempre chiuso però nella sua appassionata ma sterile ricerca della salvezza), al piccolo germoglio nuovo, di un’altra qualità a noi sconosciuta, che lo fa sussultare di gioia. Elisabetta, l’umanità senza futuro, graziata nel suo desiderio irraggiungibile di tramandare la vita, si domanda il motivo della grazia che l’inonda: a che debbo che il mio Signore venga da me? Ma subito intuisce il segreto del mistero che si è aperto sulla terra: beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto. La fede in Dio è fede nella salvezza della carne, perché proprio questa è la sua volontà di benevolenza sul mondo: ciò che è nato da lei (dalla sua carne e dallo Spirito) sarà santo e chiamato figlio dell’Altissimo. Questo “venire”, adesso, di Maria nella casa che l’accoglie, non è semplicemente annunciare e preparare, come farà Giovanni, ma è portare colui che viene.
Maria viene a portare una Salvezza ancora in germoglio, ma pronta, viva e personale, che, secondo la lettera agli Ebrei, esprime già con il suo “esserci” la propria identità: ecco io vengo per fare, o Dio, la tua volontà! questa è la vocazione dell’uomo, finalmente consapevole e compiuta. La struttura religiosa profonda dello psichismo umano, la ricerca affannata e ambigua, quanto irreprimibile, di un “oltre sé” (esser come il Dio immaginario – imporsi come padroni onnipotenti) di cui racconta la pagina biblica delle origini, è radicalmente capovolta. Nella sua originaria e mai sopita passione di essere «un laboratorio unificatore del tutto» (San Massimo Confessore), l’uomo ha espresso una capacità di fabulazione religiosa che mentre doveva servirgli nella sua ricerca di Dio, ha prodotto e poi istituzionalizzato steccati, veli santi, templi, teologie e riti, sacrifici e caste sacre, che fanno da schermo e sono divenuti un ostacolo nel suo viaggio verso sé, gli altri e Dio stesso: Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato, cose che vengono offerte secondo la Legge, … «Ecco, io vengo per fare la tua volontà». Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo.
Il “nuovo sacrificio” mina alla radice ogni altro espediente religioso, perché rovescia la religione dell’uomo, sì che non sono più i meccanismi psichici umani (paura della morte e pretesa di amore senza fine) ad esserne protagonisti, ma il corpo di Cristo offerto come luogo dell’inveramento della volontà del Padre: Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre. Il dramma della libertà, il rifiuto da parte dell’uomo di essere persona, di realizzarsi ad immagine divina, ha trasformato la libertà in arbitrio cieco, sete di possesso e dominio, per consegnarsi al disordine ontologico e morale, il cui esito è la morte, la ferita finale che ammala già in anticipo ogni nostra relazione … Che ne siamo consapevoli o meno, nel nostro cammino culturale, la religione non serve più, è assorbita nel corpo di Cristo, al quale il nostro è chiamato ad assimilarsi: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. L’umanità del Cristo è testimonianza dell’amore assoluto di Dio, incarnato nella nostra polvere, alla quale dovremo ritornare, ma è più forte della morte. Senza peccato, ma capace di discendere al fondo dell’abisso della libertà umana deviata, sprigionandone ed attuandone la dimensione profonda, la corporeità gloriosa di Cristo, quella natura umana divinizzata che ha già in Lui la primizia di una nuova genesi – è il seme deposto in noi, da sviluppare in una vita di preghiera e di ascesi (cioè di vittoria evangelica sul mondo!), per imparare ed esercitare l’amore. Nella sua carne, nel suo Spirito, senza più distanze sacrali, anche a noi è dato rigenerare e dilatare la nostra umanità oltre noi stessi, per farne dono di sé all’Altro nell’amicizia (non vuole più servi!) – e a tutti gli altri nella carità, dono totale della nostra vita sino alla morte, fino a fare della morte stessa un dono. Ritroveremo custodito ed eternizzato ogni momento di offerta di sé, ogni atto creativo di bellezza e di tenerezza, di vittoria sui determinismi della vita biologica, ogni momento di comunione, custodito nell’umanità risorta del Cristo e nella nostra in Lui (cfr Massimo Bolognini in Corpo di morte e corpo di gloria)
Forse nessun esperienza o testimonianza come quelle riportate nel nuovo Testamento riguardo al “natale” di Gesù nella carne umana, indica così decisamente il “corpo” come il luogo della nascita dell’uomo a se stesso! Rivelando e illuminando così intensamente l’umile terrestre miracolo quotidiano per cui il nostro corpo fisico può nascere allo spirito e lo spirito nascere come carne riplasmata dall’amore (mistero di libertà e grazia del nostro feriale natale). Carne che imprigionata nei suoi ripetitivi e ciechi dinamismi corporei, contagiata ormai dal “natale” di Gesù, si riapre alla creatività della vita, abilitata a donare se stessa, a crescere nella dilatazione della persona in comunione, trasformando in sua memoria il nostro corpo, in offerta eucaristica che, unita al Verbo incarnato, ne rivela l’intima verità ed il compimento definitivo.Visita di Maria a Elisabetta (Giotto)Perché mai le donne, secondo il vangelo di Luca, sono protagoniste dell’incontro con il Signore – anche a Natale? Persino in queste storie antiche – quando non era pensabile che potessero neanche fare da testimoni affidabili di incontri umani? credo che la tentazione monofisita, (la tentazione più subdola e diabolica contro l’incarnazione – cioè il dubbio o il rifiuto di credere che l’umanità di Gesù sia vera) non le tocca. Cioè, il corpo, la carne, pure sporca e malata, perfino il cadavere dell’amato… per loro hanno sempre senso. Sono sempre il luogo della vita vivente o vissuta, il territorio della comunicazione vera, l’unico alveo dove si trasmette la vita – sempre amata! Sono quindi più vicine all’accudire che al razionalizzare; a comprendere invece che proporre, a servire invece che pretendere. Anche loro sono intrise della congenita debolezza umana (e biblicamente sono state la prime a volerne uscire a tutti i costi) ma il circuito culturale non le chiude mai del tutto. La vita vale sempre più dell’idea della vita!
Qui lo Spirito si trova più a suo agio, nella terrestrità che accetta la Parola-Promessa, perché è il brodo più fecondo di cultura della fede. E allora avviene che in una casa normale, in visita a parenti normali, bisognosi di accudimento, si può incontrare l’anziana cugina incinta, moglie di un prete ammutolito dal mistero, portando Dio nel ventre. E nessuno si gira a guardare, solo loro sanno … e raccontano ciò che ancora non si vede, ma illuminerà la storia.
Dunque la laicità è abitabile dallo Spirito divino, molto meglio che il sacerdozio, il tempio, la legge, l’accademia teologica, il monastero esseno… Ma non per diventare anch’essa, a sua volta, sacra, (cioè potente, separata, normativa, teocratica…), ma per rimanere terrestre, povera, fragile, radicata sempre nelle vicende difficili dell’affettività, dell’economia, del potere, che compongono l’ordito del tessuto della vita. Aperta però al natale dell’amore, al natale di Dio con noi, nel nostro corpo!

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mercoledì 16 dicembre 2009

E Maria pensò: "Ma questo angelo, avrà davvero ragione?"

In questa quarta e ultima domenica di Avvento la Chiesa ci propone di riflettere sull’episodio del vangelo di Luca, tradizionalmente titolato “La visitazione”: Maria – dopo aver ricevuto, da parte dell’angelo Gabriele, l’annuncio del concepimento di Gesù – parte «in fretta» per andare da Elisabetta, sua parente.
«Per quale motivo Maria si reca da Elisabetta? Secondo un diffuso sentire popolare, e anche secondo diversi esegeti, Maria sarebbe stata spinta dalla carità e dalla volontà di servizio. “Maria poteva aiutare sua cugina nelle sue occupazioni quotidiane, offrendole quei servigi che le donne usano rendersi in tali circostanze” [scrive L. Deiss, ne Elementi fondamentali di Mariologia]. La “Serva del Signore” si fa serva degli uomini, come è nella logica del vangelo, dove l’amore di Dio si dimostra e si verifica nell’amore del prossimo. E. Bianchi annota che l’intenzione caritativa di Maria si trasforma però – nel racconto di Luca – in un viaggio missionario: “Maria va per fare il bene e finisce per portare Cristo” [E. BIANCHI, Magnificat]. In realtà da nessuna parte del testo è suggerito che il viaggio di Maria sia stato motivato dal desiderio di aiutare Elisabetta. Tanto più che, come si è visto, Maria ritorna a casa sua prima della nascita del Battista (1,56). E l’espressione “Serva del Signore” (1,38) sottolinea l’obbedienza a Dio, non di per sé il servizio al prossimo. L’unico motivo, che può trovare un appoggio nel testo, è il desiderio di Maria di osservare il segno che l’angelo le ha indicato» [B. MAGGIONI, Il racconto di Luca, Cittadella Editrice, Assisi 2001, 36-37].

Pochi versetti prima infatti – durante l’annuncio dell’angelo a Maria («Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine», Lc 1,30-33) – Egli aveva aggiunto, quasi a indicare una traccia di attendibilità del suo messaggio: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,35-37).
Maria che «diversamente da Zaccaria [come annota ancora Maggioni], non ha chiesto un segno», individua nelle parole dell’angelo un’indicazione: un’indicazione che «nasconde un invito. Il segno e la sua verifica fanno [infatti] parte della logica delle rivelazioni. Dio mostra [N.B. “mostra” NON “dimostra”] la sua verità e non vuole che l’assenso della fede avvenga al buio»!
Precisamente in queste ultime indicazioni – purtroppo abitualmente soffocate dal continuo rilancio della lettura di questo brano che vede in Maria l’esempio di carità da seguire, accontentandosi ancora una volta di proporre semplicemente i luoghi comuni di una religiosità che troppo disinvoltamente fa “tornare i conti” della drammatica evangelica – sta la straordinarietà e – mi sia permesso – la spregiudicatezza di questo testo.
Esso infatti – precisamente mentre sta descrivendo il paradigma della fede di ogni credente: Maria, appunto – non ha paura di mostrare come la fede – cioè la relazione dell’uomo al suo Dio – non sia assolutamente da intendere come una fede cieca! Questa constatazione – che è un’evidenza che emerge da ogni interstizio evangelico – purtroppo ancora nel 2009 risuona come una prospettiva sospetta: la catechesi neoscolastica degli ultimi secoli ha infatti radicalmente fatto sedimentare nelle nostre menti l’idea che se di fede si tratta, non c’è spazio per l’esercizio della ragione… Essa è “un salto nel buio”, se no che fede è?
“Curiosamente” invece proprio Maria – da sempre cantata come l’esempio della fede di ciascun cristiano – a fronte di una rivelazione di Dio, di un “farlesi” incontro di Dio, di un imbattersi in Dio, si appiglia all’unica “traccia” che l’angelo le ha lasciato per andare a constatare se effettivamente l’esperienza che ha vissuto ha una sua attendibilità. Il problema di Maria è infatti quello di ciascuno: “Questa rivelazione, questa lieta notizia, questo vangelo, – in ultima analisi –, questo Dio, è un Dio affidabile, è un Dio credibile, è un Dio degno di fede, della mia fede? Vale la pena dedicargli la vita, instaurare con Lui una relazione che diventi l’orizzonte di senso in cui comprendere il reale, incarnare la sua logica che conduce al dono della mia vita per amore dei fratelli?
L’angelo aveva parlato di Elisabetta… E Maria, «in fretta», va da lei!
Altro che fede cieca (che tra l’altro il Concilio Vaticano I ha stigmatizzato – con la Costituzione dogmatica Dei Filius – come inaccettabile)! La relazione che il Signore propone all’uomo onora fino in fondo la caratura pienamente umana (e dunque anche razionale) dell’uomo! Nessun salto nel buio, ma il paziente riconoscimento del farsi prossimo di Dio, l’intercettazione, nel nostro ordine degli affetti, di una promessa di senso lì contenuta, il credito dato a questa intuizione e il conseguente sbilanciamento verso un approfondimento della conoscenza di questo suo rivelarsi (fatto anche – non solo, ovviamente – di faticosa indagine sui testi, che invece molti cristiani non solo non hanno mai studiato, ma nemmeno mai letto…), la verifica di ciò che attraverso lo studio (Parola di Dio), il dialogo personale (preghiera), la vita ecclesiale (sacramenti), il volto dei fratelli (storia) emerge come volto del Dio di Gesù Cristo… per giungere ad un assenso consapevole… che riapre la circolarità appena descritta, dove infatti il consenso raggiunto, diventa occasione di nuove illuminazioni nell’ordine degli affetti, credito concessogli, ecc…
Ecco perché questo testo è coraggioso, perché non ha paura di mostrare come – per entrare in relazione con Dio – non ci sia affatto bisogno di uscire dalla carne, di censurare i nostri dubbi, di spegnere la nostra razionalità, di rispettare la nostra umana natura che prevede che per “farci” uomini, diventare uomini, ci si immerga nella storicità…
Maria – donna a tutti gli effetti, fatta di carne e sangue, sudore e fatica, gambe per andare in fretta da Elisabetta, “voce forte” per salutarla, entusiasmo e trepidazione per l’annuncio dell’angelo in cui le è capitato di imbattersi, tenerezza per il figlio che porta in grembo, desiderio di dirlo a qualcuno (a qualcuna…) –, l’esempio di fede dei cristiani di ogni generazione, non risulta affatto l’eterea semi-dea a cui spesso purtroppo ancora oggi è spesso ridotta dalla devozione popolare, colpevolmente alimentata da chi mente sapendo di mentire, ma ci appare – aprendoci ad un sorriso compiaciuto e tenerissimo – la ragazza a cui è capitato di tenere in pancia Dio, colma di paura e trepidazione, sospetti e incomprensioni, che non ha avuto paura di andare a vedere se davvero quell’angelo diceva il vero su Elisabetta! Perché forse – se diceva il vero su Elisabetta – diceva il vero anche a lei…
E così Luca ci regala l’indimenticabile pagina della rivelazione del Signore (Elisabetta è la prima che chiama Gesù con questo titolo nel vangelo di Luca), chiusa fra le quattro mura di una casa normalissima, con protagoniste due donne – una ragazza madre e una donna sfiorita – e le loro pance (con i rispettivi abitanti) che si parlano di una gioia incontenibile: è il Signore che viene, nel mondo laico delle donne, nella quotidianità di quelli che non contano, nel cuore dell’umanità.
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martedì 15 dicembre 2009

Lo sfregio

Di Marco Belpoliti dal sito Nazione Indiana

Che cosa suggerisce la visione del viso insanguinato del Presidente del Consiglio? Quello di un uomo che ha subito un incidente, che si è rotto il labbro, che si è fratturato il naso, che sanguina copiosamente. Un accidente casalingo, un incidente d’auto, un’effrazione improvvisa e inattesa. Qualcosa di fortuito e casuale. In realtà, come sappiamo tutti per averlo visto nei telegiornali, o su You Tube, Silvio Berlusconi è stato colpito da un oggetto scagliato con forza da un uomo.
Un attentato dissennato, dato l’oggetto usato per ferirlo – un souvenir, un simbolo della città di Milano in miniatura –, e vista la situazione. Un gesto folle, eclatante, assurdo. Un attentato in miniatura, si dovrebbe dire, perché non mortale, nonostante la situazione e il contesto, simile a quello di mille altri attentati a uomini politici negli ultimi due secoli: all’aperto, tra la folla, all’inizio o alla fine di un comizio. Qualcuno si sporge tra la massa dei sostenitori e compie l’atto fatale. Ma qui non accade.

La follia ha sempre metodo, e più di una ragione. Chi ha scagliato l’oggetto contro il Presidente del Consiglio, Massimo Tartaglia, voleva violare il corpo del Re, un corpo sacro, che diventa tale attraverso l’investitura del potere, i rituali della vestizione, le cerimonie della proclamazione, il culto che lo circonda. In queste settimane Silvio Berlusconi ha spesso parlato dell’investitura che avrebbe ricevuto dal Popolo; ha parlato, seppure con metodi mediatici da telegiornale e tele-spot, del proprio potere in termini sacrali, simili a quelli dei sovrani medievali e rinascimentali. Ha caricato di segni e simboli la sua stessa persona.

Si tratta di un processo che va avanti da tempo, in modo postmoderno, e non più medievale, attraverso tecniche che tendono a rendere giovane e quasi eterno il suo corpo: fitness, lifting, liposuzioni, trapianti dei capelli, cure di vario tipo e grado. L’eternità del corpo di Berlusconi sfida la mortalità stessa del corpo tradizionale del Re, destinato, alla pari di tutti i corpi, a invecchiare e morire. Nella tradizione medievale e moderna la regalità, il corpo immortale del Re, è trasmessa ai discendenti: “Il Re è morto, viva il Re”, si proclama quando muore il vecchio re e gli succede il nuovo.
Nel caso di Berlusconi il corpo vivo coincide con la regalità. Il corpo del Capo è diventato il corpo politico stesso, la sua regalità riposa sul suo stesso corpo che egli cerca di sottrarre al passare del tempo, al suo naturale logoramento, per renderlo, e qui sta il paradosso, eterno nel tempo: “una giovinezza eterna senza passato”.
È una mescolanza di aspetti antichi e moderni, medievali e postmoderni. L’aver posto tutta l’attenzione sul proprio corpo, in sintonia con quello che accade all’intera società occidentale, fondata sul “narcisismo di massa” e sulla cura ossessiva del corpo, è l’elemento centrale della sua politica. Abbiamo un solo corpo, ci dice continuamente la pubblicità, bisogna curarlo. Si tratta dell’unico bene di cui disponiamo, per questo va conservato, modellato, ringiovanito. Berlusconi si trova al culmine di questo processo, lo incarna e lo orienta con i suoi stessi comportamenti.
Ma la sacralizzazione del corpo mortale del Capo ha sempre messo in moto meccanismi opposti di desacralizzazione, come è accaduto molte volte nella storia. Nel 1990 a Sofia, la folla inferocita assaltò il mausoleo del Capo, Gheorghi Dimitrov, fondatore del Partito comunista bulgaro, e cercò di bruciare la sua mummia. Nel 1945 il corpo morto di Benito Mussolini fu gettato sul selciato di Piazzale Loreto, e dissacrato mediante una sconcia impiccagione a testa in giù. La folla l’aveva acclamato, ora la folla l’ha deturpato. Sono tanti i gesti del genere che traggono la loro motivazione nel rovesciamento della sacralità stessa del leader.
Il messaggio sacrale della ritualità moderna, ci spiegano gli antropologi, fa a meno della sfera religiosa tradizionale, e non ha più bisogno di ricorrere alle magie e alle superstizioni del medioevo, quando ai Re di Francia veniva attribuito il potere taumaturgico del tocco che guariva dalle malattie perniciose della pelle. Tuttavia il sacro non è scomparso, si è solo trasformato. Meglio: si è travestito, è entrato a far parte della nostra vita quotidiana attraverso gli schermi televisivi, le riviste patinate, i messaggi pubblicitari, i personal computer. Che lo sappia o no, che sia studiato o meno, Silvio Berlusconi mette in moto meccanismi che funzionano per gli attori come per i santi, per Marylin Monroe e per Padre Pio. Il corpo è sacro nella sua stessa materialità, in quanto corpo che muore, per questo viene investito di una significato totale e totalizzante.
Due gesti compiuti da Silvio Berlusconi ferito dall’atto del folle di ieri colpiscono. Col primo egli si china, si copre il viso con un pezzo di stoffa. Qui c’è il gesto umano, della persona ferita, che cerca riparo, che è stordita, che non capisce cosa gli è accaduto, e vacilla. Col secondo il Capo ritorna tale: dopo essere entrato nell’auto, spinto dai suoi guardiaspalle, esce di nuovo. Si mostra alla folla. Vuole far vedere che è vivo, certo, rassicurare i suoi sostenitori, ma vuole anche compiere un gesto di ostensione. Una sorta di Sacra Sindone al vivo: viva e sanguinolenta.
Si mostra perché è nell’ostensione che il suo potere corporale esiste e prospera. Ha compiuto tutto questo in modo istintivo, senza ripensamenti. Fossimo stati negli Stati Uniti, la sicurezza lo avrebbe caricato in auto e sarebbe partita a tutta velocità. Poteva esserci ancora pericolo. No, Silvio Berlusconi sfida il pericolo, si espone di nuovo, seppur dolorante, col sangue sul viso, atterrito ma vivo, allo sguardo dei fedeli, perché questo è la natura stessa del patto che ha stretto con loro.
La politica dell’immagine di Silvio Berlusconi, che passa attraverso sempre più attraverso la politica del proprio corpo, mostra qui qualcosa d’inquietante: il suo legame con la vita e insieme con la morte.
Il folle gesto simbolico di Tartaglia rivela quel lato in ombra che la sacralizzazione quotidiana delle immagini televisive e fotografiche nasconde, e che al tempo stesso ne è il rovescio: l’inconscio desiderio di desacralizzazione. Lo sfregio, l’abrasione, il colpo al viso sono antropologicamente – sacralmente, si dovrebbe dire – parte stessa di quella politica d’incentivazione del corpo. L’ostensione chiama implacabilmente la violazione. Il gesto di ieri a Milano è stato compiuto da un folle, che nella sua follia ci manifesta qualcosa di terribile. Il potere del sacro non perdona. Di Marco Belpoliti dal sito Nazione Indiana



Nota: "Il corpo ferito del Capo" è il titolo originale del post (citato anche da Filippo Ceccarelli in un suo articolo su Repubblica.it).

L'immagine con cui io l'ho accompagnato, spero non venga ritenuta "offensiva" o "fuori luogo". Essa cerca soltanto, nello stabilire un parallelo, di sottolineare la pertinenza delle argomentazioni e ricordare come "l'oggetto sacrale", artistico e non, religioso o profano, è "corporalmente" esposto , "radicalmente indifeso", allo "sfregio" dissacrante e desacralizzante...
La "morte" di Dio (o il suo tentativo), passa sempre per la morte del "corpo" (o il suo "ferimento"): tentativo che spesso coincide con la loro "riduzione idolatrica".
Il senso cristiano della "resurrezioni dei corpi", sta indicare anche questo: il ristabilimento, in Cristo, della regalità di Dio e della dignità dell'uomo nella loro "relazionabilità permanente", che nemmeno il ferimento o la morte possono oramai diminuire. Ed è anche questo il senso del Natale!
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lunedì 14 dicembre 2009

«Ciascuno faccia la sua parte»... prima che sia troppo tardi!

Ci sono momenti in cui bisognerebbe abolire due parole: ma e però. L’aggressione di un uomo, in questo caso di un primo ministro, è uno di quelli. Di fronte alla violenza non possono essere accettate subordinate, ammiccamenti o tantomeno giustificazioni. Il giorno che la politica italiana tutta lo avrà compreso fino in fondo, allora sarà davvero matura.

Il volto ferito e pieno di sangue di Silvio Berlusconi non può che lasciare sgomenti, non riesco ad immaginare una persona seria o che ami definirsi democratica e perbene che possa avere una reazione diversa.

Se invece la prima cosa che passa in testa è pensare che se la sia cercata o meritata, allora siamo entrati in uno spazio in cui la dialettica politica è degenerata.

Abbiamo ricevuto numerose lettere di persone che spiegano l’accaduto e lo comprendono come reazione ad un governo che definiscono «xenofobo», «antidemocratico» o «razzista». Sono persone che mostrano di essere solidali con gli immigrati e i più deboli, sconvolte per gli attacchi di Berlusconi ai magistrati e preoccupate per la democrazia, ma non toccate da ciò che è accaduto ieri sera. Questo modo di ragionare mi fa paura: come è possibile mostrare sensibilità a senso unico, battersi contro le violenze e poi giustificare un’aggressione, essere democratici e pacifisti e provare soddisfazione per il volto tumefatto di Berlusconi. Significa che l’ideologia continua a inquinare le coscienze, ad oscurare le menti.

Si può pensare che il presidente del Consiglio sia inadatto a governare, essere convinti che le sue esternazioni contro gli altri poteri dello Stato così come contro gli organi di garanzia siano allarmanti e sbagliate, essere preoccupati per quelle leggi «ad personam» che rischiano di peggiorare lo stato della giustizia italiana, ma niente di tutto ciò può giustificare la violenza. C’è una linea che in democrazia non si può passare, un discrimine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è a cui non si può derogare. E dire che sembrerebbe essere chiaro a tutti: tanto che anche a sinistra si invita alla mobilitazione democratica in seguito ad ogni aggressione o violenza. Questo deve valere anche per il leader di un governo di centrodestra, anche per Silvio Berlusconi.

Da ieri sera i blog e Internet sono invasi da battute, ironia, festeggiamenti e dai deliri di chi ci spiega che se l’è cercata. Su Facebook sono già nati decine di gruppi di fans dell’aggressore, Massimo Tartaglia, che in poche ore hanno raccolto migliaia di sostenitori. La rete, purtroppo, mostra ancora una volta di raccogliere il peggio di noi, ma politici e giornali hanno il dovere di non dare sponde, di essere seri e di capire che le giustificazioni ci portano su strade senza ritorno e che non si può continuare ad alzare il livello dello scontro.

E questo riguarda non solo la sinistra ma anche il premier, la sua maggioranza e i giornali che gli sono più vicini. Da mesi quasi nessuno sembra capace di sottrarsi alla tentazione di alimentare il clima terribile in cui viviamo, l’Italia somiglia sempre più ad uno stadio in cui si sente solo la voce degli ultras che gridano mentre incendiano le curve. In questo scontro continuo, in cui si parla soltanto dei destini del premier, si è persa di vista qualunque considerazione sullo stato del Paese e sui suoi bisogni.

Il presidente del Consiglio, a cui va la nostra solidarietà sincera, speriamo sia così saggio da capire che proprio lui - l’aggredito - ora può fare la differenza: può abbassare i toni e aprire la strada per un confronto più civile e rispettoso. C’è da augurarsi che anche tutta l’opposizione lo capisca e sia capace di isolare chi delira. Di MARIO CALABRESI in LaStampa.it


Scarica qui il testo (in formato PDF) dell'Intervista rilasciata dal Presidente Napolitano a Mario Orfeo, direttore del Tg2. Per il video dell'intervista vai qui (dal sito della Presidenza della Repubblica). Leggi tutto...

venerdì 11 dicembre 2009

Tra menzogna vera e verità bugiarda

Una cosa non capisco, perché le parole di un bos come Filippo Graziano devono essere vere? e quelle di un bos come Spatuzza devono essere false? (Il fratello di Filippo, Giuseppe si è avvalso del diritto di non rispondere: mica scemo intanto già parla per lui il fratello e così lui non rischia, nel confronto, di contraddirlo).

Se qualcuno mi sa dire a partire da quale logica si traggono certe conclusioni... Notare che non ho sottolineato che uno figura pentito e gli altri no... Anche immaginandoli tutti pentiti o tutti non pentiti (non credendo cioè al loro pentimento) con quale logica uno può affermare che gli uni dicono il vero e l'altro lancia solo calunnie? Dal pedigree?

E allora con che diritto si afferma che "Graziano smentisce Spatuzza" e non invece che "è Spatuzza che aveva smentito" con le sue precedenti dichiarazioni Graziano? Chi parla per ultimo ha ragione?

Con quale logica si decide chi ha ragione? A rigor di logica? nessuna! Fatti ci vogliono, fatti e non parole... e perché i fatti si trovino è necessario che la Magistratura sia lasciata in pace di cercare le prove...

Perché altrimenti, il sospetto, verso chi tira l'acqua al proprio mulino, è che si voglia nascondere una verità scomoda...

Fino a questo punto infatti, una persona logica, prendendo carta e penna per aiutarsi nel ragionamento, riconosce almeno cinque ipotesi:
  1. Spatuzza dice il vero, Graziano altrettanto...
  2. Spatuzza mente, Graziano mente...
  3. Spatuzza mente, Graziano dice il vero...
  4. Spatuzza dice il vero, Graziano mente...
  5. Spatuzza in parte mente e in parte dice la verità; Graziano idem...
La prima è da scartare perché le versioni sono contradditorie: non è possibile che entrambi dicano la verità!

Restano le altre quattro. Esse aprono a diverse possibilità o "scenari" e tutti rispondono alla seguente domanda: Perché ciascuno dice quel che dice? (e non dice quel che non dice?). Vediamoli.

Primo scenario: Spatuzza e i Graziano agiscono ciascuno per proprio conto. Uno vuole solo salvare la pelle, gli altri l'onore: in questo caso, entrambi potrebbero mentire! Questa ipotesi però mette Spatuzza in una situazione delicata, come diremo sotto (Terzo scenario).

Secondo scenario: Spatuzza finge di essere pentito e d'accordo con i Graziano dice cose che lanciano un avvertimento "a chi loro sanno"... Una volta il messaggio passato e avutone indiretta conferma (attraverso le dichiarazioni - pubbliche o private - dei destinatari) i Graziano rimettono le cose a posto (per ora) in attesa che le conferme a parole, diventino fatti... In questo caso Spatuzza pur mentendo (di essere pentito) dice il vero e ovviamente Graziano mente confermando la verità di non essere pentito.

Terzo scenario: Spatuzza è veramente pentito e mente, Graziano non è pentito ma dice il vero. Per valutare questa ipotesi bisognerebbe sapere perché un pentito mente rischiando ancor di più sulla propria pelle: non solo si rende odioso nei confronti dei Graziano, ma anche verso quello Stato a cui chiede protezione. Come minimo oltre a perdere lo status di pentito, si becca qualche anno in più per diffamazione e si espone (ancor più facilmente senza la protezione dello Stato) alla vendetta dei Graziano. Resta da chiarire la posizione dei Graziano: da quando in qua un mafioso che si ostina ad esserlo, diventa così "collaboriativo" verso lo Stato dicendogli la verità?

Insomma in ogni caso, lo scenario non è tra i più rosei...

Al lettore di scegliere la soluzione più logica che comunque va confermata da riscontri oggettivi.

Appare evidente però che le dichiarazioni di coloro che affermano che Spatuzza mente sono un'altrettanta menzogna, che non solo non ha riscontri nella realtà, ma non regge a un minimo ragionamento logico...

Solo i diretti interessati, che evidentemente conoscono la verità, hanno il diritto di affermare che Spatuzza mente, ma devono farlo con argomenti che vadano al di là della semplice (legittima) presa di posizione e sappiano farlo in modo argomentato e fondato.
Anche a questo serve la Magistratura, altrimenti tutto resta sull'opinabile e il minimo che si può fare è sostituire la forza della verità con la forza del potere (che si traduce in potere della forza)... che guarda caso è propria della "logica" mafiosa!
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Che cosa dobbiamo fare?

Le letture che la Chiesa ci propone per questa terza domenica di Avvento, sembrano in qualche modo ricalcare la prospettiva che si voleva delineare già una settimana fa: lettura profetica di esultanza per la salvezza imminente (là Baruc 5,1-9 qua Sofonìa 3,14-18), scritto paolino che incoraggia la crescita nell’amore della comunità a cui si rivolge (in entrambi i casi, i cristiani di Filippi – là Fil 1,4-6.8-11, qua Fil 4,4-7), figura del Battista tratta in entrambi i casi dal capitolo III del Vangelo di Luca (là i versetti 1-6, qua i versetti 10-18).
La ripetizione di questa matrice dell’annuncio della Parola, che la Chiesa decide di proporre in questo tempo di Avvento (anno C), seppur crea qualche difficoltà di commento – perché il rischio di ripetersi diventa reale… –, in realtà è molto significativa: ancora una volta è ribadita (addirittura in maniera ridondante) l’impossibilità di avvicinarsi al Natale – e dunque di parlare dell’inizio dell’avventura storica di Gesù di Nazareth, il Figlio di Dio, la sua piena Rivelazione – senza “passare” da Giovanni Battista.
I versetti del cap. 3 di Luca che la liturgia non ci fa leggere (quelli dal 7 al 9), indicano infatti questo necessario affluire delle folle (allora) e nostro (oggi) a Giovanni, nel deserto: «Le folle andavano a farsi battezzare da lui».
Perché questo bisogno di “passare” dal Battista? Cosa muoveva le folle di allora? E in che senso anche oggi, per noi, è imprescindibile il passaggio da Giovanni?
Un’intuizione si può avere dalla domanda che più volte gli viene rivolta: «Che cosa dobbiamo fare?», «Maestro, che cosa dobbiamo fare?», «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Questa domanda infatti rimanda al problema dei problemi, al risveglio della coscienza (dovuto ad un annuncio – in questo caso –, o ad un evento tragico o bellissimo, o alla noia di vivere, ecc…), per cui ci si rende conto che quotidianamente – anzi istante per istante – si ha a che fare con un abisso, con l’assoluto, con la scelta radicale di chi essere e chi diventare, col pericolo mortale di non risvegliarsi la mattina dopo e con la domanda inevitabile sul senso, che questa coscienza pone. Giovanni dice: «Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri», perché sta per arrivare l’atteso dai secoli, sta per succedere qualcosa di travolgente e che porta con sé una definitività; e la gente è immediatamente rimandata a se stessa. Di fronte ad un evento che sembra sconvolgere la storia, il problema di ciascuno diventa: “E io? Che cosa devo fare?”. Di fronte al Signore che viene, di fronte ad un mondo che finisce, di fronte alla mia vita che finisce, di fronte ad un figlio che mi nasce, di fronte ad un fratello che mi tradisce, che mi abbandona, che mi muore, che suda lacrime e sangue ogni giorno per i mille e mille motivi per cui nel mondo oggi si sudano lacrime e sangue, io che cosa devo fare? Come mi devo porre? Chi devo/voglio scegliere di essere?

È la domanda delle domande… ecco perché vanno da Giovanni: da uno che in quel momento sembrava poter dare delle risposte, sembrava poter indicare una via, dire qualcosa… Ecco perché anche la Chiesa, continuamente, ci invita a “passare” da Giovanni. Perché “Che cosa dobbiamo fare?” è la domanda che deve salire in petto a tutti: il problema – anche solo sul fronte umano – del senso non può essere eluso: Cosa dobbiamo fare? Cosa dobbiamo fare per vivere una vita buona? E come facciamo a capire cosa è una vita buona? E poi, “buona” per chi? Verso cosa corriamo? Verso dove andiamo? Verso chi? E perché? Qualcuno lungo la storia ha parlato di premi, di aldilà, di vita dopo la morte… Era vero? E come si fa per guadagnarseli? Quali prove, quali sforzi, quali sacrifici? E se non è vero, cosa sono qui a fare? Ha senso ciò che faccio, se è destinato al niente? E se decido di sfruttare comunque questa cosa – che è la vita – che mi sono ritrovato a vivere, cosa devo fare perché non sia un’occasione sciupata?
Giovanni – dicevamo già la scorsa volta – è – a detta di Gesù stesso – il più grande frutto della religiosità umana, che – nel suo senso autentico – è precisamente questo inevitabile imbattersi nella domanda del senso… Giovanni è come l’emblema di quella tensione umana per cui non ci si sente mai “risolti”, “finiti”, “arrivati”; per cui è sempre in atto (anzi: deve essere sempre in atto) un necessario migliorarsi, un cercare altrove, oltre; un con-vertirsi, per dirla con le sue parole…
In sostanza Giovanni rappresenta tutto lo sforzo dell’umanità e del singolo a trovare e a perseguire una risposta alla domanda “Cosa siamo qui a fare?”.
Ecco Giovanni! Ecco la necessità di “passare” da lui: perché senza questa tensione per la ricerca di un senso (del senso!), semplicemente essa non si dà. Non c’è vita senza senso, senza tensione – almeno – per un senso. E non c’è possibilità di trovarlo – o meglio di farsi trovare dal senso – se esso non è contemplato come possibile. Ecco perché – forse più che mai – per la nostra generazione contemporanea è indispensabile “passare” da Giovanni…
Anche perché poi – a ben guardare – Giovanni qualche risposta la dà… «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto», «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato», «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe»… Giovanni cioè sembra indicare, come possibile risposta al “Cosa dobbiamo fare?”, la via della solidarietà, intesa in senso forte, non in quello della carità “a distanza” della nostra società occidentale, per cui il povero – se lo si aiuta – lo si fa da lontano, lo si fa “lasciandolo a casa sua”: l’importante è che non venga da noi… No, qua Giovanni parla piuttosto di quella disposizione interiore – fondata, perché scavata nell’“anima” – che guarda all’altro – sempre e comunque – come ad un fratello, ad “uno dei nostri”, “uno dei miei”, per questo mi diventa caro e me ne prendo cura…
Precisamente in questa scia si porrà Gesù!
Eppure…
Gesù non è Giovanni! Anzi, a detta di Giovanni stesso, «viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali».
Infatti – a ben guardare – se è vero che Gesù si inserisce sulla scia della risposta giovannea alla domanda “Che cosa dobbiamo fare?”, proseguendo e radicalizzando l’amore al prossimo come criterio per “pesare”, “misurare”, giudicare la propria vita, è anche vero che Gesù non sarà esattamente come Giovanni se lo aspettava: «Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».
Giovanni infatti sembra ancora dell’idea (in questo ancora molto seguito da tanti cristiani) che il “bene” vada fatto (agli altri), per evitare di avere conseguenze negative (noi): evitare di “bruciare come paglia con un fuoco inestinguibile”, detto con le sue parole; “di andare all’inferno”, detto con le nostre… Dove l’oggetto vero di interesse, ancora una volta, siamo noi e la nostra salvezza: gli altri contano e “servono” solo come mezzi per i miei fini, per il mio bene, per i miei interessi (per quanto di interessi “spirituali” si tratti…).
La logica di Gesù è invece tutt’altra! Tant’è che Giovanni – racconta Matteo – all’inizio non era molto persuaso del modo di essere Messia di Gesù, tant’è che – dal carcere – gli manda i suoi discepoli a chiedergli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» (Mt 11,3). Perché Gesù stravolge la logica umana (e giovannea) della necessità di salvarsi, del fare il massimo per migliorarsi, dell’essere il “più buoni possibile” per meritarsi il paradiso… La proposta di Gesù infatti non è un itinerario di autosalvezza, non è un percorso ascetico, in cui l’uomo sforzandosi raggiunge la perfezione morale o spirituale o mistica… Questo è ancora Giovanni – il massimo che la ricerca religiosa ex parte hominis può raggiungere…
Ma, come dicevamo anche domenica scorsa… uno sforzo destinato a farci sempre ritrovare seduti per terra: perché tutto parte da noi e arriva a noi; senza possibilità di (con)vincere davvero la nostra radicale consapevolezza di non poterci salvare da soli. Esattamente come non siamo potuti nascere da soli o farci uomini e donne da soli…
Precisamente qui sta il discrimine tra Giovanni e Gesù, tra l’Antico e il Nuovo Testamento, tra un itinerario di autosalvezza e il Vangelo. A differenza di Giovanni, infatti, Gesù non risponde (se non solo in seconda battuta) al “Cosa dobbiamo fare?”, ma al “Chi siamo?” e solo a partire da lì propone anche un “fare” – o meglio un “essere” che si media inevitabilmente in un “fare”.
Gesù infatti ricolloca l’uomo nella giusta posizione che da sempre egli agli occhi di Dio ha tenuto – ma della quale si era scordato (l’uomo, non Dio!) strada facendo: e cioè quella per cui l’uomo è figlio amato, sempre e comunque! Figlio, la cui vita è già sempre tenuta in mano dal Padre, salvata ex parte Dei. Vita – dunque – per la cui salvezza egli non deve dannarsi l’anima, sputare sangue, mortificare il corpo, primeggiare sugli altri… Essa infatti è già “al sicuro”. E se non lo fosse – per opera d’Altri – l’autosalvezza raggiunta sarebbe comunque sempre e solo illusoria, destinata inevitabilmente alla tomba!
Lo scardinamento di Gesù allora sta esattamente a questo livello: proprio perché rivela all’uomo la sua autentica identità filiale (umana in senso pieno), Egli gli consegna anche il “compito/dono” di incarnarla fino in fondo; un “da farsi” dunque, ma che trova senso solo in questa prospettiva, solo in seconda battuta, come risposta (accogliente) ad un regalo arrivato solo per l’incondizionata e inequivoca dedizione dell’Abbà-Dio. Ecco perché il “da farsi” non ha più i contorni dello sforzo, della rinuncia ascetica, del volontarismo, dell’apparire – ultimamente – contrario all’umanizzazione dell’uomo: perché esso diventa circolo d’amore in cui proprio perché inondato di bene, io irraggio sugli altri il bene; proprio perché figlio, divento fratello; proprio perché oggetto di dedizione, divento capace di dare la vita. Ecco in che senso allora Gesù – come concludevamo la scorsa volta – non va cercato, ma semplicemente accolto nell’intimità più intima della nostra interiorità.
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giovedì 10 dicembre 2009

No non è Repubblica e nemmeno l'Unità

Un assegno di oltre 17 milioni di euro per chiudere una vicenda vecchia di vent’anni. La vicenda è quella di Imi-Sir e a pagare, qualche giorno fa, è stato Cesare Previti. Avvocato, ex ministro della difesa, ex parlamentare della Repubblica fino al 2008, condannato in via definitiva tre anni fa per corruzione in atti giudiziari per quella vicenda. A incassare è Intesa Sanpaolo, prima banca del Paese, subentrata negli anni all’Imi, l’Istituto mobiliare italiano, dopo la fusione con il Sanpaolo di Torino.

Previti esce così definitivamente, con un assegno arrivato nelle casse di Intesa Sanpaolo dopo un piccolo giro del mondo iniziato nei conti correnti di una banca delle Bahamas e transitato per una finanziaria del Liechtenstein, una vicenda che ha segnato profondamente le cronache politiche e giudiziarie del paese. E evita il rischio di un nuovo processo, questa volta per riciclaggio, in relazione ai 34 miliardi di lire che secondo le ricostruzioni dei magistrati sarebbero finiti nelle sue disponibilità quale «ricompensa» per la sentenza che impose ad Imi il pagamento ai Rovelli di quasi mille miliardi di lire. Un accordo standard proposto dai legali di Previti guidati da Romano Vaccarella nei mesi scorsi e accettato dalla banca. Con il quale, in sintesi, Previti si impegna a pagare senza dover riconoscere né l’origine né la titolarità del denaro e l’istituto si impegna a non andare avanti con le sue pretese nelle aule di tribunale, corredato da un accordo di riservatezza tra le parti.

Con il pagamento, il gruppo bancario viene risarcito per una vicenda iniziata nel lontano 1993, quando l’allora Imi venne condannato in via definitiva a pagare 678 miliardi di lire, più le tasse, agli eredi del finanziere Nino Rovelli. Una sentenza «comprata», stabilirà in via definitiva la Cassazione nel maggio del 2006, dopo dieci anni di indagini e processi, condannando Cesare Previti a sei anni, con il giudice Vittorio Metta e gli avvocati Giovanni Acampora e Attilio Pacifico.

Dopo quella sentenza, l’allora presidente del Sanpaolo (che nel frattempo aveva comprato l’Imi), Enrico Salza, prende carta e penna e scrive un esposto alla procura di Monza per riportare nelle casse della banca la somma pagata nel 1994. Da quell’esposto parte una caccia al Tesoro senza precedenti nella storia giudiziaria italiana, con la guardia di finanza di Seregno, coordinata dal pm Walter Mapelli, che rintraccia complessivamente circa 250 milioni di euro sparpargliati ai quattro angoli del globo. Quattro trust anonimi, una sfilza di società-schermo e di conti correnti per occultare il denaro frutto della corruzione tra Montecarlo, le Cayman, Singapore, il Costarica, i Caraibi, il Liechtenstein.

Compare allora nelle cronache l’isolotto di Labuan, scelto da Salgari per ambientarci le avventure di Sandokan e dai Rovelli per nasconderci una piccola parte, qualche milione, del loro tesoro. È successo che nel frattempo l’isolotto della Perla anelata dal pirata è diventato un paradiso fiscale dei più riservati e sicuri, luogo ideale per piazzare un conto corrente con uno spicchio dei famosi mille miliardi. Nel dicembre di due anni fa gli eredi di Nino Rovelli - la moglie Primarosa Battistella e i figli - proporranno un accordo a Intesa Sanpaolo, che è subentrata al vecchio Sanpaolo Imi dopo la fusione con Banca Intesa. Paghiamo 200 milioni di dollari, dicono i Rovelli alla banca, e chiudiamo questa storia che ha il suo primo inizio nel 1982, quando Rovelli cita per la prima volta in giudizio l’Imi. La banca accetta, i Rovelli iniziano a pagare: una prima tranche arriva nel primo semestre del 2008, 67 milioni di euro. Una parte manca ancora all’appello.

Non è finita, dice la banca. Ad incassare i soldi dell’allora Imi non furono solo i Rovelli ma anche i corruttori, Previti e Acampora. Parte da lì il «confronto» con i legali di Previti. Il rischio per il loro assisitito è quello di un nuovo processo, questa volta per riciclaggio. Un tira e molla che arriva fino a qualche giorno fa quando viene staccato l’assegno e Previti esce definitivamente, con una condanna a sei anni in più e 17 milioni in meno, dalla lunga storia di Imi-Sir.
di GIANLUCA PAOLUCCI in LaStampa.it
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sabato 5 dicembre 2009

Oltre Giovanni Battista, ma mai senza Giovanni Battista

In questa seconda domenica di Avvento, la Chiesa ci introduce – con le sue letture – in un clima di attesa decisamente più luminoso di quello presentato la settimana scorsa da Lc 21: «Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione, rivèstiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre» – proclama il profeta Baruc; «Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!» – gli fa eco Isaia, citato da Luca… E Paolo, nella sua lettera ai Filippesi, non è da meno: «Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù».
Tutta questa effervescenza ovviamente è legata al mistero del Natale di Gesù che – con l’Avvento – ci prepariamo ad accogliere; eppure l’attenzione non è ancora posta precisamente su di Lui: la Chiesa infatti ci invita a concentrarci (e lo farà per due domeniche di seguito) sul Precursore, su Giovanni.
Questo dato è molto interessante: la Chiesa infatti – per parlare della venuta di Gesù – invita sempre a farlo passando da Giovanni Battista. E questo da sempre, tant’è che tutti e quattro i vangeli attribuiscono grande importanza a questo personaggio e sottolineano come si possa iniziare a parlare di Gesù solo attraverso suo cugino…
Diventa indispensabile dunque anche per noi oggi, ripercorrere l’esperienza storica di quest’uomo (storica al 100%, data la puntigliosità di Luca nel collocarla nel quadro dei grandi avvenimenti storico-politici dell’epoca: «Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto»). Lo facciamo lasciandoci guidare dalle preziose indicazioni contenute nel capitolo 1 del libro Con Marco in cammino verso il Regno del Monastero delle Carmelitane scalze di Legnano.


L’autore – p. G. Bettati – scrive infatti come «Anche oggi è necessario, per avvicinare Gesù e riscoprire la possibilità e – se volete – l’approfondimento di una nuova autenticità del nostro personale incontro con Gesù, incontrare prima Giovanni Battista». Egli è infatti la sintesi più riuscita del tentativo umano – prima di Gesù – di arrivare a Dio; Gesù stesso infatti di lui, dirà: «In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista», Mt 11,11.
Ma questo non è vero solo storicamente – per cui per tutti quelli che sono venuti cronologicamente prima di Gesù, la massima aspirazione religiosa è rappresentata da Giovanni –, ma è vero soprattutto esistenzialmente: anche per chi è nato dopo Gesù e anche per chi già l’ha conosciuto nella sua storia personale, l’esperienza del Battista rimane paradigmatica; dal punto di vista dell’uomo la sua rimane infatti l’esperienza emblematica della nostra ricerca religiosa. Giovanni Battista infatti è il «profeta penitente».
Nella Bibbia questo termine ha un significato un po’ diverso rispetto a quello con cui lo utilizziamo noi oggi, come sinonimo di “mortificazione”, che risulta infatti un senso un po’ parziale. «Penitenza invece è il tentativo umano – che nasce dalla coscienza di peccato, di inadeguatezza, di distanza da Dio – per riprendere coscienza del luogo del vero obiettivo: Dio, la sua giustizia, la sua pace, la sua fraternità. E di girarsi verso di Lui. Per questo il termine greco dice piuttosto convertirsi, girarsi cioè, verso un altro obiettivo che sia alieno da noi e che abbiamo scoperto. Per questo la prima reazione è – e in Giovanni si vede benissimo – far violenza su di sé e sugli altri e dire: “No. Stiamo sbagliando: adesso basta! Bisogna girarsi verso un’altra realtà e quindi mettere in crisi, strappare un po’ di involucro, un po’ di strutture per prendere coscienza che bisogna andare da un’altra parte”. […] Pensate a tutti i Giovanni Battista della storia e a quello che è necessario per ognuno di noi: le leggi, le pene, i castighi, le minacce, i ricatti a livello istituzionale e personale, a livello di comunità. Sono tutti Giovanni Battista: il tentativo, dall’esterno, di convincere noi stessi e la gente con questi grandi strumenti antropologici che l’uomo si è inventato lungo la storia [penitenza, digiuno, silenzio, celibato, ecc…] per scuotere uno e dirgli: “Guarda che sei lontano da Dio, bisogna cercare di arrivarci”».
Eppure…
«La coscienza che c’è dentro è che tutto ciò che l’uomo può fare e che questo istinto di conversione suggerisce, anche violento, è sterile, è inutile», «non converte il cuore. Potete fare tutto quello che volete: digiuni, penitenze ecc.; ma […] il cuore rimane tale e quale». Di questo «Giovanni Battista aveva coscienza acuta. Per questo finisce col dire: “Io battezzo solo con acqua”; ma questa è solo una purificazione esterna, il cuore non cambia: “Dopo di me verrà uno che battezzerà in Spirito Santo e fuoco».
Da un lato dunque il fatto che «le penitenze non mettono in contatto la nostra storia di oggi con la salvezza del Signore», dall’altro il fatto che «la necessità di conversione, di senso della propria lontananza da Dio, di coscienza della propria inadeguatezza sono contemporanee». Oltre Giovanni Battista dunque, ma mai senza Giovanni Battista…
Infatti: certo che «un battesimo di conversione per il perdono dei peccati» dice qualcosa dell’esperienza umana, anzi forse addirittura, come si diceva prima, è il massimo che l’uomo di per sé può fare (accorgersi del male che fa o del bene che non fa e cambiare strada), ma Gesù è un’altra cosa.
Infatti «il dolore, la sofferenza del mondo, quindi la penitenza, vanno tenuti in conto; però non sono la chiave interpretativa della storia, come invece per Giovanni Battista. Tutta questa realtà non è più la chiave d’interpretazione del mondo. È a motivo di ciò che il Battista è valido, è contemporaneo, è profeta, è precursore; ma è prima di Gesù Cristo e “Non è degno di sciogliergli i legacci dei sandali” (Mc 1,7). Perché? Perché il Signore ha portato un’altra parola che riavvolge tutta questa difficile, contraddittoria realtà della storia, nella paternità di Dio».
«C’è [infatti] come un crinale che divide, attraversa i popoli, la storia, la Chiesa, i gruppi, le famiglie e il cuore dell’uomo e che separa e unisce – il crinale fa questo – il mondo della necessità e il mondo della grazia, il Vecchio e il Nuovo Testamento. […] Gesù si è inserito nel tessuto di tutta l’umanità nel paesino di Nazareth, vivendo storicamente, accettando i ritmi biologici, l’economia, la religione, la politica del suo paese; in questa realtà necessaria, dove le cose vanno avanti perché sono sempre andate avanti così o poco diversamente, con la possibilità nuova che noi chiamiamo grazia. Si chiama grazia perché è gratis. Non è la conseguenza del meccanismo delle cose, non è la conseguenza dell’economia, né della santità di sua madre, né della bravura del maestro che gli ha insegnato la Bibbia; non è la conseguenza del Tempio, dove si prega Dio nell’ombra, nel cuore, ecc… Non è la conseguenza di tutte queste cose, neanche le più alte. Neanche di Giovanni Battista. È un puro regalo».
«Se uno non capisce il salto di qualità, allora ritiene che Gesù Cristo sia un grande profeta, un grande fondatore di religione, sia quello che mette l’uomo nella situazione di poter qualche volta incontrare Dio. No, non è niente di tutto questo! Altrimenti lo si confonde con un Giovanni Battista, con un Budda, con un Confucio, con un grande uomo, con Marx, con Freud, con chi ognuno ritiene sia stato un grosso sconvolgimento, un grosso orizzonte nella propria vita», un “uomo normativo” lo chiamano le scienze umane…
«Gesù [invece] è un’altra cosa! È quello che dà la possibilità all’uomo di vivere veramente da uomo; con una grazia di cui l’uomo non è capace (grazia vuol dire questo!) e viene dal di fuori. Ecco: questa è appunto l’esperienza ricevuta in regalo [gratis] dopo che l’uomo ha riscontrato che anche con tutta la dedizione possibile [Giovanni Battista] si ritrova seduto per terra. Allora è possibile la venuta di Gesù», che infatti non è da cercare, ma da accogliere!
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mercoledì 2 dicembre 2009

Ciò che sta in cielo e in terra

Centrale di Tavazzano: notare la limpidezza dell'aria
Simpatico il nostro "supercattolicone" Formigoni... Lui sì che se ne intende delle cose di dio (il minuscolo è voluto... provate a immaginare perché): Finalmente dopo anni di battaglie (CODACONS: leggi il documento denuncia in formato pdf), qualcuno (santa magistratura!) ascolta il grido di dolore (polmonare) dei milanesi e lui se ne esce con questa frase di elevata profondità teologica: «...ma questa è una cosa ridicola, non sta né in cielo né in terra».

Forse bisognerbbe cercarla nell'aria?!...

Ed ecco allora la staffilata in perfetto berlusconese del nostro "bel Roberto": "Uno si fa la domanda e vuoi vedere che c'entra con il fatto che siamo in campagna elettorale? Che il pm oggi decida, come è sempre stato, di accompagnare la mia campagna elettorale con avvisi di garanzia?".
Bella domanda (con esplicita risposta)... alla faccia dell'Imitazione di Cristo (a meno che l'Unto non si chiami Silvio). Il ché mi fa sorgere una domanda e un dubbio: "E con questa permanente campagna elettorale, quando la magistratura potrebbe trovare un 'buco' per fare le sue inchieste?". Ed ecco il dubbio: "Vuoi vedere che questa permanente campagna elettorale con cagnarra connessa sia finalizzata (tra l'altro) a stigmatizzare e quindi stoppare ogni azione della magistratura?".

Un avviso di garanzia non è una condanna... e allora un politico che si prende cura del "bene comune" non dovrebbe aver a cuore la salute dei suoi cittadini e favorire ogni ricerca di responsabilità? Già! perché qualcuno sarà pur responsabile del numero crescente di tumori e malattie polmonari dei milanesi... Stupisce semmai che la denuncia parta dal CODACONS e non dalle amministrazioni locali (I leghisti che si vantano di essere nel territorio e di occuparsi della purezza "culturale", a Milano respirano con che aria?)...

Vabbé che lo smog "cade dal cielo" ma non necessariamente "arriva dal Cielo!"

Che gli amministratori locali "si tirino fuori" da ogni responsabilità, questo sì «...non sta né in cielo né in terra»... ma solo (?) in Lombardia!

A meno che non sia colpa della "Madonna nera di Czestochowa" di cui i ciellini erano particolarmente devoti... almeno fino a quando lo era Giovanni Paolo II... Che lo siano ancora (devoti) non lo so... quello che adesso è da chiarire è se la "Madonna nera di Czestochowa" sia nera di rabbia o di smog... e forse una cosa non esclude l'altra!

Ah! dimenticavo... sapere che «Il presidente della Regione Lombardia è limpido come acqua di fonte» non rende più pura l'aria... a parte il fatto che se ti facessi una visitina ai polmoni... ne saresti meno convinto anche tu... Buona tosse!
PS.: Posso permettermi di chiedere qualche controllo anche nel lodigiano, alle falde (sic!) della Centrale di Tavazzano?
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lunedì 30 novembre 2009

Senza parole...

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Asinus asinum fricat

Asinus asinum fricat
Asinus asinum fricat (foto EPA)

Asinus asinum fricat
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sabato 28 novembre 2009

Le radici leghiste

L’ombra delle lobby
L’emendamento sopravviverà solo qualche ora. Inammissibile a prima vista, il Parlamento saprà respingerlo subito. Ma sarà durato comunque troppo. Il solo fatto che si proponga di limitare un diritto soggettivo come la cassa integrazione a lavoratori che pure hanno contribuito al relativo fondo – per la semplice ragione che sono nati altrove – appare aberrante. Di eccezione in eccezione, sul piano pratico, si rischia di smontare tutele e diritti. Fino a renderli nulli per tutti. Soprattutto, però, una tale proposta è espressione di quella mentalità che, nel compagno di lavoro come nel cittadino che ci passa accanto, non vede una persona ma un "qualcosa" diverso da sé. E non riconoscere nell’altro se stessi è l’aprirsi di un abisso nel quale tutto diventa possibile. in Avvenire.it
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Verranno giorni nei quali realizzerò le promesse…

…la liturgia ci fa girare d’improvviso lo sguardo dalla visione finale dell’anno liturgico, concluso domenica scorsa (“Cristo Re dell’universo”) – che nelle varie epoche storiche della cristianità, è stato il culmine di esaltanti costruzioni teologiche / spirituali / ideologiche / politiche della fede – e ci prepara a sovrapporre alle immagini del cristo glorioso quella di un bambino in fasce, deposto in una mangiatoia di animali, perché non c’era posto per lui nell’ospizio per gli uomini. Mistero, che nella tradizione è stato rivestito di poesia e leziosità, ma che nel racconto evangelico è invece già offuscato dall’ombra tragica della persecuzione e desolazione di un qualsiasi profugo, condannato fin da piccolo alla fuga dell’esilio. Ma nello stesso tempo, è lui,colui che dovrebbe rispondere all’attesa millenaria e fare “giudizio e giustizia sulla terra”. E qui sta il paradosso liturgico sacramentale: che Dio ha già pronunciato la sua parola finale comunicando a noi se stesso, nel suo volto di misericordia apparso nel tempo e nello spazio umano… “nella storia”! Ma questo misteriosa immersione di Dio nella nostra carne, per essere percepibile alla coscienza degli uomini, va continuamente riproposta e assunta nella vita personale e comunitaria. Ancora oggi, anche per noi come all’inizio, il salvatore arriva sotto il segno drammatico di una scelta di vita o di morte: “per la caduta e la resurrezione di molti” (Lc 2,34). Il suo arrivo, la sua venuta, la sua presenza in questo tempo ultimo, oltre il quale Dio non ha più niente da dire (non c’è altro tempo!)” è crisi” su noi e sul mondo! È giudizio inevitabile … non tanto perché lui venga per giudicarci moralmente, ma piuttosto perché il modo “scandaloso” della sua immersione nell’avventura umana tra di noi, sconvolge il nostro sentire, la nostra consapevolezza di noi stessi e di Lui/Dio. Perché ha scelto di esser ancor più impotente delle nostre impotenze, ancor più povero delle nostre povertà. Per questo, molto prima che aprisse bocca, subito l’ombra del rifiuto, della persecuzione e della morte incombe su di lui … Ma è così che viene a noi la salvezza del mondo! Per questo forse la chiesa ci fa leggere gli stessi testi apocalittici, che nel loro linguaggio oscuro e ostico denunciano e insieme consolano le ambiguità e le difficoltà del nostro vivere, sia nelle ultime domeniche dell’anno, che preparano al Cristo trionfante, che nelle prime del Cristo piccolo e impotente, insignificante. Fino a farci trepidare per il futuro della nostra fede : “Temo sempre di essere sommerso dalla disperazione che il Regno non venga mai più. Non è una disperazione che escluda la fede: non sono insidiato dal dubbio che Dio non sia, che non abbia senso sperare in lui, ma dal terrore che il Signore possa definitivamente fallire, perdere la sua guerra (1Cor 15,24)” (Quinzio). Le apocalissi del Nuovo Testamento hanno dentro una spina che Gesù stesso ha messo in loro: “ il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà ancora la fede sulla terra? (Lc 18,8)” .

… in Gesù è sfociata la corrente calda del messianesimo profetico
: sembrò, infatti, avverarsi in lui finalmente la promessa che corre dai patriarchi … fino a Isaia o Geremia, e ai loro amici e discepoli, inguaribili annunciatori di un nuovo tempo, una nuova alleanza, un cuore nuovo, una nuova giustizia sulla terra. Gesù perde la vita per annunciare questo Regno, nel silenzio di Nazareth, nell’insegnamento pubblico, nei segni liberatori che la compassione gli strappa dal cuore … quasi sempre incompreso, - fino alla autosentenza di estraneità (una regalità altra), destinata perciò ad essere spazzata via dal cinico realismo politico della regalità mondana impersonata nel potere assoluto del procuratore imperiale, Pilato: il mio Regno non è da questo mondo! … se Gesù aveva concentrato la sua vita sull’annuncio nella storia di questo Regno ezxtramondano, i discepoli annunciano Gesù, che dopo lo scandalo della croce è apparso ed è riconosciuto come “il Signore” – e li manda “con la forza dello Spirito” ad essere “testimoni di Lui” fino ai confini del mondo e della storia. Da allora “la condizione cristiana”, e la sua consapevolezza teologica, segue le sorti di questo doppio centro del messaggio evangelico: siamo dentro una tensione bifocale – come lacerati tra il Signore Gesù potente e glorioso ed il suo Regno piccolo e fragile, che sembra non imporsi mai! I nostri occhi (e il cuore!) sono malati di una sorta di insuperabile strabismo tra la redenzione totale già avvenuta per tutti, in Cristo crocifisso e risorto, che connosciamo con l’occhio della fede e la persistente insensata sofferenza dell’umanità in attesa di pace, giustizia ed amore, che vediamo con l’occhio della storia … Nella quale anche noi (singoli e chiesa) siamo immersi, mentre i miraggi delle profezie bibliche vanno sempre più lontani e spariscono dall’orizzonte di troppa gente. Ecco il rischio dell’insignificanza della fede che si insinua nel cuore dei credenti. A noi, in questa nostra situazione, tentati dall’angoscia, dall’ansia e dalla paura … per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra, si rivolge l’annuncio bello di Luca 21.
anzitutto nella prima parte della sua piccola apocalisse (Lc 21,1-25 tralasciata dalla liturgia):
… Gli domandarono: Maestro, quando accadranno queste cose e quale sarà il segno che staranno per compiersi? Rispose: badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: «Sono io» e: «Il tempo è vicino»; non andate dietro a loro! … non vi terrorizzate, perché prima devono accadere queste cose, ma non sarà subito la fine» (7s). Si tratta dunque di cercare non la scadenza (la fine): ma il fine (il senso) degli sconvolgimenti cosmologici (sole, luna, stelle, terremoti … sconvolgimento della terra, naturale o provocato dalla stoltezza dell’uomo) e antropologici (gli uomini muoiono e si divorano dalla paura e dall’ansia del degrado morale e politico …) ed ecclesiali (metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno … perfino genitori, fratelli, parenti ed amici) , ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto (18). Perché? qual è la chiave di lettura di questa tragedia in cui viviamo … tanto da dire: con la vostra perseveranza salverete la vostra vita (19)? Eccola:
“Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con potenza e gloria grande” (27).
Si tratta del fatto centrale, risolutore del senso della storia, quando la presenza di Dio è apparsa nella sua massima gloria e nella sua totale umiliazione, sulla croce - insieme nella stessa ora - l’ora di sempre! Nell’immediato solo il centurione se ne accorse, ma questo dramma continua a ripetersi – perché questa è la “nube” biblica, che manifesta e nasconde la gloria di Dio, nell’esodo da ogni schiavitù, verso la trasfigurazione del corpo di carne (e della sua storia dolorosa)- nostra e di tutti. 28 Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina». “Queste cose” sono già cominciate, sono la nostra storia cristiana, dibattuta tra “la potenza e gloria grande” (perché così dice la nostra fede in Cristo crocifisso e risorto) – e la sofferenza inconsolabile della nostra “umanità”, nella quale oggi continua la passione di Cristo. Dunque: State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita…(34). Rischiamo infatti troppe volte, come persone e comunità, di esorcizzare l’ansia e la paura annegandole in falsi obiettivi che dis/perdono l’amore e intristiscono il cuore e abbandonano i poveri. Come custodirsi?
Vegliate e pregate in ogni momento (36)… “Vegliate” non è più il verbo di prima (34: vigilate - state attenti) ma Agrupnèite, strano verbo: come dire “dormite nel campo” “vegliate dormendo”… in costante implorazione o perché (se traduciamo letteralmente): “bisognosi di avere la forza di scansare ciò che vi viene addosso per travolgervi, e stare “in piedi” davanti al Figlio dell’uomo. Dunque il discepolo non deve fuggire dal mondo e dagli altri uomini (tentazione apocalittica). Neanche deve credere di dominare il mondo (tentazione teocratica). Nell’attesa terrena, talora drammatica, siamo tentati di disperderci o ubriacarci … Ma “«Guardate il fico e tutte le piante; (30) quando già germogliano, guardandoli capite da voi stessi che ormai l’estate è vicina…”.Dobbiamo discernere i germogli (il Regno che viene), per non schiacciarli o trascurarli, ma accudirli. Il futuro che ci è promesso non è immaginario, non è fuori della storia, anzi fermenta già il presente, già sta radicandosi come un germoglio come l’attesa o il timore dell’arrivo di una persona può salvare o rovinare il presente di chi l’attende. È la certezza di questo arrivo che provoca la tenerezza appassionata di Paolo, che dilaga attorno a lui …“Il Signore vi faccia riempire e’ straripare’ di amore gli uni verso gli altri … così come siamo noi verso di voi!” per rendere saldi i vostri cuori … (1Ts 3,12). La premura affettuosa per l’uomo è l’espressione più autentica della fede cristiana. Una fede ormai disincantata da ogni fascino di potere: umile (siamo fatti di terra, come tutti …): laica (senza particolari ricette o poteri sacrali – se non la parola che ci è stata affidata – e l’eucaristia che la rinnova in sua memoria; solidale (noi siamo solo primizie simboliche della salvezza di tutti); fedele (al Signore, al suo Vangelo e ai poveri in cui egli vive … pregando sempre, perché ci trovi intenti ad accudire la sua “piccola” presenza e preparare la sua futura grande venuta.
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Delle cose ultime... Secondo Luca

Il vangelo che la Chiesa ci propone in questa prima domenica di Avvento (C) è tratto dal capitolo 21 di Luca, l’evangelista che accompagnerà l’anno liturgico che proprio oggi si inaugura.
Commentare questo testo però risulta assai difficile: innanzitutto per l’intrinseca difficoltà legata al linguaggio apocalittico che lo caratterizza; inoltre per il fatto che esso appare del tutto simile al vangelo commentato solo quindici fa, nella trentatreesima domenica del tempo ordinario (B), dove era presentata precisamente la versione parallela al nostro brano, secondo l’evangelista Marco…
Per ovviare a queste difficoltà, ed evitare di ripetermi da un lato, e di omettere indicazioni utili solo per paura di ridire sempre le stesse cose dall’altro, scelgo di rifarmi a quanto scritto in quell’occasione per quanto riguarda l’inquadramento teologico-biblico del testo (che altrimenti risulterebbe incomprensibile o – peggio – rischierebbe di essere frainteso), e di proseguire invece in maniera originale per quanto riguarda lo sviluppo delle specificità caratterizzanti l’odierna liturgia della Parola.
Per quanto riguarda il primo versante della questione, è allora innanzitutto utile ricordare che la tematica del vangelo, quella “delle cose ultime”, dell’escatologia, di ciò che deve accadere, era stato definito “tema arduo”, tanto che «J. Schmidt – come ricordava don Bruno Maggioni ne Il racconto di Marco –, scrive: “quello che viene chiamato il discorso della parusia, l’apocalisse sinottica, figura tra i passi più incomprensibili del Nuovo Testamento e, di conseguenza, tra i più contestati di tutta la tradizione sinottica” [J. SCHMIDT, L’evangelo secondo Marco, Brescia 1956]. J. Schmidt ha ragione – proseguiva Maggioni –: non è facile comprendere il genere letterario a cui il discorso appartiene (il genere apocalittico) e non è facile ricostruire le situazioni che sembra supporre. […] Non possiamo [quindi] fare a meno di una premessa teologica e letteraria riguardante l’escatologia e l’apocalittica: il discorso s’inserisce infatti in questo filone teologico e letterario.

Il significato più ovvio di “escatologia” è quello di discorso sulle ultime e definitive realtà. Certo si tratta – anche se questa convinzione è maturata lentamente e faticosamente – di realtà che vanno oltre la storia, ma ciò non significa che esse non si preparino dentro la storia. In effetti l’escatologia biblica è un discorso sulla storia, un modo di leggerla e di assumerla».
Questa indicazione è molto interessante, libera infatti il campo da quelle interpretazioni banali e infondate che leggono nei testi biblici di genere apocalittico un tentativo di penetrare i segreti di Dio o di cedere alle curiosità “del quando e del come”. Niente di tutto questo!
Anzi, fondamentale per la corretta interpretazione di questi brani, è un’ulteriore annotazione teologico-letteraria: sempre Maggioni infatti ci ricorda che «il linguaggio di questa letteratura è tipico: descrive gli ultimi tempi come tempi di guerre e di divisioni, di terremoti e carestie, di catastrofi cosmiche, e tutto questo nel segno di una grande subitaneità. Questo linguaggio è ampiamente presente nel discorso di Luca: non è il messaggio, ma semplicemente un mezzo espressivo che tenta di comunicarcelo. In nessun modo queste espressioni devono essere intese alla lettera».
Ma, dunque, se sono vere le annotazioni preliminari cha abbiamo fatto (se cioè l’escatologia biblica è un discorso sulla storia, un modo di leggerla e di assumerla e se il linguaggio apocalittico non coincide con il messaggio, tanto che in nessun modo queste espressioni devono essere intese alla lettera), sorge immediata la domanda riguardo a quale sia allora il messaggio sulla storia che – attraverso questo linguaggio sulle cose ultime – Luca sta proponendo…
In questo senso due paiono le certezze che emergono dal testo: innanzitutto il fatto che Gesù preveda tempi difficili e disorientanti per i suoi discepoli («Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte»); ma, d’altro canto, che questi tempi saranno accompagnati dalla venuta del Figlio dell’uomo («Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria»).
Rispetto ai “tempi difficili e disorientanti” non è necessario soffermarsi a lungo: tutti hanno ben presente quanto la storia dell’umanità e la storia della propria vita personale siano caratterizzate da difficoltà e disorientamenti, paure e angosce, fallimenti e trepidazioni, fatiche e sofferenze, assurdità e rassegnazione… E in questo senso risulta immediata la comprensione di quanto si diceva in precedenza sul genere letterario apocalittico: esso sembra parlare del futuro, ma in realtà sta interrogando il presente; il presente di ciascun uomo, fatto appunto di “tempi difficili e disorientanti”… è la vita dell’uomo di sempre infatti ad essere difficile e disorientante!
Il problema allora diventa quello di come guardare a questo presente difficile e disorientante che ogni uomo – a qualunque generazione dell’umanità egli appartenga – incontra. Il suggerimento del vangelo è quello di farlo a partire dalla fine, di provare a guardare – appunto – il presente a partire dal futuro, a tirarsi come fuori da esso e guardarlo come se fosse un film in cui noi ci poniamo alla fine.
Precisamente questo è il senso del giudizio divino paventato da queste pagine: se oggi dovesse darsi il giudizio del Figlio dell’uomo sulla tua vita, che cosa direbbe del tuo presente? Si ipotizza dunque un futuro imminente, ma per attirare l’attenzione sul proprio oggi, sulla vita che si sta conducendo, su che cosa stiamo facendo di noi stessi, ecc: «State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».
Questa certezza del giudizio, questo inevitabile “comparire davanti al Figlio dell’uomo” nel giorno che ritornerà, va però compreso bene. Esso infatti è abitualmente collocato tra due estremi, entrambi inaccettabili: da un lato l’identificazione di Gesù con un severo giudice dalle caratteristiche totalmente umane, che premia e punisce a seconda del comportamento morale di ciascun uomo e, di conseguenza, spedisce all’inferno (i più) o in paradiso (i pochi eletti)… dall’altro – precisamente in contrapposizione alla mentalità precedente, spesso rilanciata dalla Chiesa preconciliare e ormai rifiutata per totale inconciliabilità col vangelo (cfr. Mt 5,4348; Mt 20,1-16; Lc 15,11-32; Lc 23,34; ma in generale tutta l’intelligenza del vangelo nel suo insieme) – la censura e l’esclusione del giudizio, per cui andrebbe comunque sempre tutto bene.
Il dato evangelico è invece la certezza di questo ritorno giudicante del Figlio dell’uomo. Diventa perciò importante cercare di sapere sulla base di quale criterio avverrà tale giudizio: «il ritorno del Figlio dell’uomo in potenza e gloria non significa in alcun modo che Dio, alla fine, abbandonerà la strada dell’amore (la logica della Croce) per sostituirvi quella della potenza. Se così fosse, la Croce non sarebbe più il centro del piano di salvezza e la sequela del Crocifisso non sarebbe più l’elemento decisivo: lo stesso comportamento di Dio darebbe ragione, in ultima analisi, a tutti coloro che affermano che l’amore è inutile, incapace di completa liberazione. Nulla di tutto questo. Il ritorno del Figlio dell’uomo sarà il trionfo del Crocifisso, la rivelazione che l’amore (e non altro) è il vero fatto che costruisce la salvezza» [B. MAGGIONI, Il racconto di Luca, Cittadella editrice, Assisi 2001, 357].
Il criterio del giudizio dunque, il punto prospettico con cui guardare dal futuro al nostro oggi è quello che nel linguaggio di Paolo suona in questo modo: «Fratelli, il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti, come sovrabbonda il nostro per voi, per rendere saldi i vostri cuori e irreprensibili nella santità, davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi». L’irreprensibilità è posta dunque sulla santità così come l’essere immacolati sull’amore: «Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità » (Ef 1,3-4).
Il “metro” dunque con cui saremo giudicati e il “metro” dunque con cui dobbiamo guardare al nostro oggi, per quanto difficile e disorientante, è l’amore con cui ci si sta dilatando l’anima… per farci star dentro tutti quelli che ne hanno/avranno bisogno…
Precisamente questo annuncio – che coincide con tutta la vita di Gesù – è ciò che dischiude nuovamente – e nonostante tutte le disillusioni e i fallimenti della nostra Vita – la possibilità di un affidamento al senso, la possibilità del credere, la possibilità della fede… di quel dar credito che permette di guardare ai “tempi difficili” come a sequenze di un film, di cui non diventano mai l’anima. Esse possono far temere, trepidare, scoraggiare… ma non saranno mai la chiave interpretativa dell’interezza della vita, il cui polo gravitazionale – il senso – sta altrove… e cioè precisamente in quegli sprazzi di umanità amante e amata che si sono sperimentati. Su quello sarà giudicata la nostra vita e quella dell’umanità tutta…
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domenica 22 novembre 2009

Siamo ciò che vogliamo essere

«Amo l’Italia ma mi rende triste. Perché è un paese in cui i padri divorano i figli, si prendono tutto senza lasciar nulla e i giovani devono andarsene per avere un’opportunità» (Francis Ford Coppola)
Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? La domanda, antica, può produrre pensiero profondo oppure ottusità, veggenza oppure cieco affanno.

Ci sono momenti della storia in cui la domanda secerne veleni, chiusura all’altro. Uno di questi momenti fu la vigilia delle prima guerra mondiale: nella Montagna incantata, Thomas Mann parla di Tempi nervosi. Anche oggi è uno di questi momenti. La fabbricazione di un’identità con ferree e univoche radici è piena di zelo in Francia, Inghilterra, e nervosamente, astiosamente, in Italia. In Italia un partito xenofobo è al governo e addirittura promette «Natali bianchi», liberati dagli immigrati che saranno scacciati ­ parola del sindaco di Coccaglio, presso Brescia ­ profittando dei permessi di soggiorno in scadenza. Come in certi film tedeschi (Heimat, Il Nastro bianco) è un villaggio-microcosmo che genera mostri. Genera anche irrazionalità, come ha spiegato un medico del lavoro di Bologna, Vito Totire, in una bellissima lettera inviata il 19 novembre al direttore della Stampa: non sono gli italiani a compiere oggi le bonifiche dell’amianto, «ma gli immigrati, per pochi euro, in condizioni di sicurezza incomparabilmente migliori di quelle di anni fa ma non del tutto immuni da rischi».

In Francia un collettivo sta preparando un giorno di sciopero, intitolato «24 ore senza di noi»: quel giorno gli immigrati resteranno a casa, per mostrare cosa accadrebbe se smettessero di lavorare e consumare.

Ma non sono solo economiche, le ragioni per cui l’immigrato è prezioso, indispensabile. Specialmente in Italia ha una funzione più segreta, più vera. Gli immigrati anticipano la risposta alle tre antiche domande, prefigurando quel che saranno in avvenire i cittadini italiani. Sono un po’ i nostri posteri, che contribuiranno a forgiare la futura identità dell’Europa e delle sue nazioni. Saremo quel che diverremo con loro, mescolando la nostra cultura alla loro. D’altronde le radici d’Europa son fatte da Atene, Gerusalemme, Roma, Bisanzio-Costantinopoli. Il culmine della civiltà fu raggiunto dalla res publica romana: un impasto meticcio di molte lealtà.

Gli immigrati, nostri posteri, sono proprio per questo scomodi. Perché entrando nelle nostre case ci porgono uno specchio in cui scorgiamo quel che siamo, il senso del diritto e della giustizia che stiamo perdendo. Esistono comportamenti civici che l’immigrato, accostandosi all’Europa con meno stanchezza storica, fa propri con una naturalezza ignota a tanti italiani.

Gli esempi si moltiplicano, e quasi non ci accorgiamo che la nostra stanchezza è rifiuto di preparare il futuro, e generalmente conduce al collasso delle civiltà. Il regista Francis Ford Coppola, intervistato per La Stampa da Raffaella Silipo e Bruno Ventavoli (19-11) descrive il possibile collasso: «Amo l’Italia ma mi rende triste. Perché è un paese in cui i padri divorano i figli, si prendono tutto senza lasciar nulla e i giovani devono andarsene per avere un’opportunità».

È significativo che lo dica un italo-americano, nipote di nostri emigranti. Che evochi, con l’immagine dello sbranamento cannibalico, una crudeltà radicale verso il prossimo: la crudeltà del padre che usurpa figli e futuro, convinto che fuori dal suo recinto non c’è mondo. Anche Stefano Cucchi, il ragazzo pestato a morte il 16 ottobre nei sotterranei di un tribunale a Roma, è un figlio sbranato. In alcune parti d’Italia la vita non vale nulla, uccisa dall’apatia ambientale più ancora che dalla lama. Anche qui, come nei lavori pericolosi, l’immigrato agisce spesso al nostro posto, con funzione vicaria. Nel caso di Cucchi c’è un unico testimone, anche se parla confuso: un immigrato detenuto del Ghana, addirittura clandestino, che rischia tutto rivelando la verità.

Allo stesso modo sono immigrati africani a insorgere contro camorra e ’ndrangheta. Prima a Castel Volturno, il 19 settembre 2008, dopo una carneficina che uccise sei cittadini del Togo, Liberia, Ghana. Poi il 12 dicembre 2008 a Rosarno, presso Reggio Calabria, dopo il ferimento di due ivoriani. Regolari o clandestini, gli immigrati hanno una fede nello Stato di diritto che gli italiani, per paura, rassegnazione, sembrano aver smarrito. Roberto Saviano rese loro omaggio: «Le due più importanti rivolte spontanee contro le mafie, in Italia, non sono partite da italiani ma da africani. In dieci anni è successo soltanto due volte che vi fossero, sull’onda dello sdegno e della fine della sopportazione, manifestazioni di piazza non organizzate da associazioni, sindacati, senza pullman e partiti. (...) Nessun italiano scende in strada». (Repubblica, 13-5-2009).

Ci sono video che dicono queste cose inconfutabilmente. Il video che ritrae l’indifferenza di decine di passanti quando venne ucciso, il 26 maggio, il musicista rumeno Petru Birlandeanu, nella stazione cumana di Montesanto. Il video che mostra l’assassinio di Mariano Bacioterracino, lo svaligiatore di banche ucciso l’11 maggio da un camorrista a Napoli. Anche qui i passanti son lì e fanno finta di niente. Difficile non esser d’accordo con Coppola: l’Italia mette tristezza, e a volte in tanto buio non ci sono che gli immigrati a emanare un po’ di luce.

Ai potenti non piacciono i film noir sull’Italia. Roberto Maroni, ad esempio, ha criticato la diffusione del video su Bacioterracino, predisposta dal procuratore di Napoli Lepore con l’intento di «scuotere la popolazione che per sei mesi non si era mossa». Insensibile alla pedagogia civica del video, il ministro s’indigna: «Hanno dato l’idea di una città, Napoli, ben diversa dalla realtà». D’altronde fu sempre così, nella storia della mafia.

Nel 1893, quando in un treno che lo portava a Palermo fu ucciso Emanuele Notarbartolo, un uomo onesto che combatteva la mafia nel Banco di Sicilia, il senatore mandante fu infine assolto perché non si voleva trasmettere un’immagine ignobile della Sicilia e dell’Italia. Durante il fascismo, il prefetto Mori combatté una battaglia che molti ­ nel regime, nei giornali ­ interpretarono come denigrazione della patria. Cesare Mori fu allontanato perché non imbelliva la nostra identità ma l’anneriva per risanarla.

Dice ancora Coppola che un film come Gomorra l’infastidisce. Non racconta una storia, tutto è freddo, terribile: «E’ spaventoso vedere Napoli rappresentata con tanto realismo. Quei delinquenti non sono più esseri umani». È vero, il film non è fascinoso e chiaro come il Padrino. È inferno, caos. Ma è tanto più reale. Viene in mente Salamov, il detenuto dei Gulag, quando critica il crimine troppo imbellito da Dostoevskij, «falsificato dietro una maschera romantica» (Salamov, Nel Lager non ci sono colpevoli, Theoria 1992).

Tra Dostoevskij e Salamov c’è stato il Gulag, che solo una «scrittura simile allo schiaffo» può narrare. Tra Coppola e Gomorra c’è il filmato che ritrae Bacioterracino atterrato senza schianto. È ancora Saviano a scrivere: «Il video decostruisce l’immaginario cinematografico dell’agguato. Non ci sono braccia tese a impugnare armi, non ci sono urla di minaccia, non c’è nessuno che sbraita e si dispera mentre all’impazzata interi caricatori vengono riversati sulla vittima inerme. Niente di tutto questo. La morte è fin troppo banale per essere credibile. L’esecuzione è un gesto immediato, semplice, poco interessante, persino stupido. Ma è la banalità della scena, quella assurda serenità che la circonda e che sembra ovattarla e relegarla al piano dell’irrealtà, che mette in dubbio l’umanità dei presenti. Dopo aver visto queste immagini è difficile trovare giustificazioni per chi ritiene certi argomenti diffamatori per Napoli e per il Sud».

Le tre domande dell’inizio restano. Impossibile rispondere, se la realtà del nostro divenire non la guardiamo assieme agli immigrati. Se non vediamo che non solo per loro, anche per noi e forse specialmente per noi valgono i versi di Rilke: «Ogni cupa svolta del mondo ha tali diseredati, cui non appartiene il passato né ancora il futuro più prossimo. Poiché anche il più prossimo è lontano per l’uomo».
di BARBARA SPINELLI su LaStampa.it
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venerdì 20 novembre 2009

Cristo re

In questa trentaquattresima domenica del tempo ordinario, ultima dell’anno B, la Chiesa celebra la festa di Cristo, re dell’universo. Questo titolo, “re”, pur avendo una storia assai articolata, risulta però essere – associato a quelli di “profeta” e “sacerdote” – un’espressione fondamentale e sintetica dell’interpretazione che la Chiesa ha fatto lungo i secoli della funzione salvifica di Gesù: Cristo è il mediatore della salvezza in quanto profeta, re e sacerdote.
Evidentemente la panoramica dei titoli attribuibili a Gesù è assai più vasta, ma precisamente questi tre, soprattutto a partire dal XVI secolo in poi, sono stati privilegiati come elementi di sintesi della missione/identità di Gesù, tecnicamente, definiti i tria munera, i tre “uffici” di Cristo.
Ma cosa vuol dire che Gesù è re? E soprattutto: In che senso è re?
Innanzitutto è utile ricordare che l’applicazione della qualifica “regale” a Gesù, ha evidenti provenienze neotestamentarie: Egli infatti, per un verso, è descritto come colui che porta a compimento la figura del re di Israele e il suo significato nella storia dell’alleanza tra Dio e il suo popolo; per l’altro, è colui che annuncia e insieme incarna il Regno di Dio che viene…
Come mette in luce il mai sufficientemente compianto G. Moioli nella sua Cristologia, la domanda inevitabile che sorge diventa allora: «Quale sarà la ragione ultima per cui Gesù è la verità del “re” israelitico, in quanto presenza, attualizzazione reale del “regno” di Dio?». Ed evidentemente la risposta non può che essere: il fatto che «Gesù è il Figlio»!
Questa è precisamente la ragione per cui in Gesù si ritiene compiuta, o meglio, compiutamente rivelata la regalità, la signoria di Dio sul mondo. Ma appunto, precisamente per questo, la qualità di questo “dominio” non può essere semplicemente evinto dalla categoria linguistica di “re” – come a volte purtroppo anche la teologia o il Magistero hanno fatto: piuttosto dire che in Gesù si rivela compiutamente la signoria divina sull’universo, vuol dire che per sapere in quale modo Dio è re, devo guardare a come questa regalità è stata esercitata da suo Figlio, dal determinarsi storico dell’uomo Gesù, nei trent’anni di vita trascorsi su questa terra.
Come già accennato, sono soprattutto due le modalità in cui nel NT, ci si riferisce a Gesù in chiave regale: o in quanto compimento della regalità israelitica; o in associazione alla venuta del Regno di Dio. E ciò che in entrambi i casi i testi evangelici (ma anche paolini) trasmettono, è letteralmente un rovesciamento di quello che le nostre orecchie abitualmente associano al termine “re”, quando lo sentono: per quanto riguarda l’annuncio del Regno infatti ciò che salta subito all’occhio è la continua dialettica tra regalità e servizio («Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi però non sia così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti», Mt 20,25-28); mentre per quanto riguarda il compimento della regalità in Israele, il ribaltamento avviene sulla qualificazione della crocifissione, come intronizzazione-esaltazione di Gesù («Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: “Gesù il Nazareno, il re dei Giudei”. Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. I capi dei sacerdoti dissero allora a Pilato: “Non scrivere: ‘Il re dei Giudei’, ma: ‘Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei’”. Rispose Pilato: “quel che ho scritto, ho scritto”», Gv 19,19-22).
Uno strano re, dunque: un re che serve, un re che ha il suo trono su una croce… un re inedito, un re diverso… un re di cui non si è invidiosi… Come dice il brano di Giovanni, un re, il cui regno «non è di questo mondo»…
Ma appunto… non nel senso che il suo Regno è identico a quelli del mondo, solo che sta “in un altro mondo”, quello celeste, quello venturo, quello “dell’alto dei cieli”… Come se la distanza tra regni umani e Regno di Dio fosse solo temporale, cronologica… ma di fatto incarnasse le stesse modalità di dominio delle potenze terrestri (come a qualcuno piacerebbe…) e semplicemente – per ora – le stesse rimandando al giorno del giudizio universale…
L’essere di “un altro mondo” indica piuttosto l’obbedienza ad un’altra logica, ad un’altra prospettiva, ad un’altra mentalità… quella di Dio appunto… per indicare la quale si usa la medesima parola “regno”, ma precisamente per rovesciarne dall’interno il significato, proprio come con un calzino!
Il problema però non è tanto ribadire quale sia la qualità di questa diversa e inaudita logica (l’amore incondizionato per l’altro come criterio unico e definitivo per porsi nella vita), di cui spesso – penso e spero – abbiamo sentito parlare… Il problema infatti è piuttosto come vincere quel meccanismo inconscio per cui noi di tutte queste cose, semplicemente, non ci ricordiamo… Sentir parlare di “Cristo re”, per esempio, ci rimanda istintivamente col pensiero a immagini ben diverse da quelle del servizio o della croce; sentir parlare della signoria di Dio, suscita immediatamente una reazione di timore e tremore, piuttosto che una consolazione viscerale per la qualità amorosa di quella signoria…
Il problema cioè diventa quello del perché, pur sapendo molte cose e avendo sentito molte parole sull’identità inequivoca di Dio come Padre, automaticamente la prima immagine che abbiamo in cuore di lui è quella di un padrone, di un tiranno, di un re al modo umano, appunto… Perché questa e non l’immagine evangelica che Gesù, senza alcuna ambiguità, traccia del volto del Padre, è quella che più di tutte ci è penetrata nella carne, nelle fibre, nelle congiunture del nostro essere? Perché negli sprazzi di immediatezza, di inconscio, di istintività, vince sempre la paura di dio e non l’affidamento al Padre?
Certo, secoli di discutibile educazione cristiana hanno sicuramente fatto la loro parte (come anche il senso dell’istituzione della festa odierna, sta lì a mostrare…), ma forse in gioco c’è anche la nostra radicale fatica a sbilanciarci verso una relazione personale col Signore, con la sua Parola, che – senza ombra di dubbio – ci rimanderebbe all’incondizionata paterna dedizione di Dio per noi, ma che invece evitiamo per la fatica di superare lo scoglio dell’affidamento, del lasciare davvero la signoria della nostra vita ad un altro, del rimetterci alle sue mani…
Ma io credo che questo sbilanciarsi in una fiducia, in un darGli credito, in un intraprendere finalmente una relazione dove darsi del “Tu”, sia davvero l’unico modo perché pian piano la Sua verità (che coincide con la vita di Gesù) penetri nei meandri profondi della nostra intimità e – goccia dopo goccia – arrivi a corrodere le paure e le durezze, le rigidità e le intransigenze, i timori ed i tremori… che l’immagine falsa che ci siamo fatti o che ci hanno dato di lui, continuamente rilancia, avvelenandoci il sangue e riversandosi sulle persone che compongono la nostra vita…
Perché solo questo è il criterio per sapere se il Dio che abbiamo in testa (in cuore) è quello di Gesù: se ci apre alla dedizione incondizionata per la vita degli altri (fino a saper donare la nostra per loro), o se ci chiude in uno sguardo gretto e impaurito (le cose sono sempre connesse) sugli altri.
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Simile a un figlio d’uomo …il suo regno non sarà mai distrutto

Alla fine dell’anno liturgico siamo invitati a raccogliere tutto quanto è esprimibile del sogno di Gesù sulla storia, che abbiamo meditato e celebrato nel mistero della parola, dell’eucaristia e della vita quotidiana nelle 52 domeniche che sono passate! Ma le parole poco possono raccontare di questo mistero. C’è il mondo della realtà fisica, chimica, biologica, psichica … affettiva, economica, politica, che noi viviamo dentro l’immenso cantiere cosmico, terrestre, umano. A questo nostro mondo s’interseca “il mondo della storia divina”, anzi ormai ne è la forza propulsiva, fermento di altra vitalità, il germoglio dei cieli nuovi e delle terre nuove, che tacitamente e irreversibilmente espande la sua operosa verità nella coscienza umana, scelta come sua dimora privilegiata … Un mondo “altro”, (insieme? parallelo? dentro … a questo?.) Un mondo spirituale (perché è lo Spirito che lo gestisce), evangelico (perché è il vangelo di Gesù che lo ha inaugurato, spiegato e lanciato nella storia), cristiano (perché è la chiesa, corpo di Cristo, che deve esserne il fragile segno levato tra i popoli). Ma sono tutte indicazioni insufficienti e inadeguate, magari anche fuorvianti, se pensate e rinchiuse in etichette. Forse è meglio tornare a chiamarlo “regno di Dio”, come diceva Gesù, e continuamente sondarne e purificarne il senso e accoglierne la proposta nella vita concreta, sulla testimonianza della sua Parola. Per cui, affinati e confortati dal suo insegnamento, non stona neanche tanto alle nostre orecchie poco monarchiche, chiamare Gesù “re dell’universo”, se è per dirne la centralità in questo misterioso alveo vitale che tutto coinvolge – il regno non mondano di Cristo! … a partire dal suo dimorare nel nostro cuore, come direbbe la Bibbia, o nell’intimo della nostra coscienza, come diremmo noi moderni – e da lì coinvolgere tutta la creazione. “Mi sembra di un’importanza unica la sollecitazione che ci viene dalla Liturgia a pensare alla natura e all’affascinante nobiltà del Regno non mondano di Cristo, a sognare il suo grande sogno. Tornando poi nella dura terra, qualcosa rimarrà in noi del sogno, e sarà germe di vita meno banale e dispersiva. Noi crediamo che Cristo sia l’Alfa, la lettera iniziale, e l’Omega, la lettera che chiude la vicenda dell’universo creato; il primo Adamo, l’Uomo protologico, e l’ultimo Adamo, l’Uomo escatologico che in sé attua e compie l’Immagine divina dell’uomo” (Vannucci).
Cristo si dichiara re solo nella sua passione
Quando volevano farlo “re” per il suoi poteri prodigiosi, si era rifiutato. Sarebbe stato solo un grave malinteso. Gesù se ne fuggi solo, a pregare. Adesso, arrivato alla soglia della sua passione e crocifissione, abbandonato da tutti, non c’è più pericolo di quell’equivoco. Pilato, che più si fa domande, non comprende l’essenza della sua ‘signoria’, e nessun altro lo capisce, a parte i soldati, espressione spesso inconscia e brutale delle voglie perverse dei loro capi, che ci giocano attorno un teatro tragico, deridendo la sua pretesa regalità. Ma in questo momento di massima umiliazione, egli insiste: tu lo dici, io sono re! perche sono venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità. La verità è l’amore del Padre per il mondo, amore che il figlio rappresenta e ci rivela nel suo vivere, nel suo morire, nel suo risorgere. La croce è l’apice del dramma insondabile di sofferenza e consenso, di lontananza e di amore, di rifiuto e di perdono, che lega indissolubilmente il Padre alla sua creazione. Proprio lì, sul legno maledetto, Gesù, umiliato fino alla morte, con la sua risurrezione, viene instaurato in una gloria che possedeva da sempre, come re – che vuol dire centro di vita, di salvezza, di gloria – per tutto il mondo. Tanto che la stessa creazione del mondo non avrebbe avuto luogo senza la previsione della sua croce: un re crocifisso : Voi sapete … che foste liberati … con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia. Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma negli ultimi tempi si è manifestato per voi … (1 Pt 1,19s).
lui, che ci ama, ci ha liberati dai nostri peccati …
Nato e cresciuto nella storia empirica dei regni fascinosi di questo mondo, l’uomo di oggi, meno che mai può avere una visione approfondita della sua esistenza e del compito che è chiamato a svolgere. Tutto gli è presentato come così urgente che a malapena riesce a percepire, in taluni momenti privilegiati, che dentro di lui c’è qualcosa di più grande di lui. Ma del “vero regno” e del “re” della sua vita, cosa sa? E chi glielo annuncia? Eppure era il primo mandato di Gesù ai discepoli (Lc 9,2)! I più si riferiscono ad un ipotetico misterioso «dopo morte», senza peraltro sapere che dirne. Una corsa dalla nascita alla morte … è la vita, per la maggior parte degli uomini, anche cristiani! Ma le grandi domande sull’inizio, sulla morte, su un dio (ed un destino) personale ed eterno, sono in genere domande cui non si osa dare risposta. Eppure ogni desiderio o frustrazione, ogni gioia o male, ogni amore o paura, non può che domandare di Lui. Chi è stato battezzato da bambino, se non ha mai avuto la grazia di una conversione, di uno scossone interiore, per qualche evento della sua storia personale, forse coglie meno cosa significa “entrare in questo regno”, come in un’esperienza trasformatrice, un coinvolgimento personale, che gli fa scoprire in sé il germe della vita eterna, la vita vera già di qua, la propria personale partecipazione all’essere divino, che non viene dalla carne e dal sangue, ma da Dio (solo l’amore umano, nei suoi momenti più gratuiti, è qualcosa di simile!). Allora, al di là delle diverse, non sempre felici, esperienze ecclesiali, l’uomo comprenderà di non essere ‘solo’ nella sua storia, ma che la vera storia è in lui, perché, come dice Pietro nel suo primo discorso (alle folle ed a ognuno di noi): Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso (At 2,36). In lui, attraverso la sua avventura umana che gli diviene contemporanea, a ognuno è misteriosamente “proposta la storia del suo esodo dal mondo divino a quello terreno e la storia del suo ritorno al principio incandescente dal quale promana (cfr Gv 17,1ss). Il ritorno è certo, ma lento e faticoso; l’uomo, come il seme del loto, deve radicarsi nel fango oscuro della materia se vuol risalire e germogliare nella luce. Pur essendo nel mondo, deve continuamente ricordarsi di possedere una perla preziosa che gli è stata affidata dal Re del mondo, della Verità e della Vita” (id).
ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre …
L’avventura carnale è determinante, perché questo è “essere umani”. Perciò anche Gesù ci è passato, sprofondandosi con tale consegna di sé da divenire il cuore pulsante del “ Regno” del Padre. E ne è stato temprato come nuovo modello antropologico, il nostro alfa e il nostro omega, con dentro tutto l’alfabeto umano: Nei giorni della sua vita di carne egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchìsedek (Eb 5,7ss). In lui si è fatta la prova suprema dell’essere uomo, del compimento cioè del desiderio infinito che abita paradossalmente la debolezza della carne umana. E nonostante l’insuperabile lontananza (Dio mio, perché mi hai abbandonato!?), Dio ha dato ascolto totale a questa voce collettiva della carne umana. In essa si è decisa la vita e la morte di ognuno. La Verità che è in Dio, si è fatta carne, ma i suoi non raccolsero. Molti non ascoltano, occupati in altre faccende. Altri domandano: cosa è la Verità? Lo stesso Pilato la mostrò alla gente dichiarando: ecco l’uomo! Generazioni innumerevoli hanno preceduto l’Incarnazione, altre la seguiranno. E nel frattempo la nostra avventura nella carne e nel sangue sarà decisiva. In essa è l’incrocio della nostra storia quotidiana e della presenza divina nella storia impercettibile, ma vera, punto d’incontro della carne e dello Spirito, del regno umano con la sua dinamica senza futuro, e del regno di cui Cristo è la via, la verità e la vita. “Se la nostra personale carne riuscirà a mangiare la Parola che diviene carne, diverrà il supporto della immanenza divina nella materia stessa, e sarà un centro che irradia la vita, come lui ha predetto: Avevo fame e mi hai dato da mangiare, ero malato e mi hai curato” (id). Parteciperemo da protagonisti al suo regno, diverremo con lui sacerdoti di una nuova offerta. Anche se la nostra storia, la nostra carne opaca si lascia troppo faticosamente assorbire nella logica del regno, questa resistenza della carne non va giustificata, ma va sostenuta con misericordia. Tutto infatti può essere sop/portato nella tensione del sentire in grande di Dio (macrotimia 2 Pt 3,9) – entro la quale siamo introdotti nel “tempo di Dio”, che è il respiro del regno, nel quale i cristiani debbono vivere. Non si tratta di un tempo diverso cronologicamente o fisicamente dal tempo della storia. Il tempo di Dio è piuttosto il modo stesso con cui Dio sostiene il tempo degli uomini, cioè la sua grazia. Infatti, il contenuto ultimo del tempo di Dio è l’accoglimento sovrano dell’uomo peccatore, nella croce di Gesù Cristo. Egli ci ha amato mentre eravamo ancora peccatori. Nella croce Dio abbraccia ciò che è ancora lontano e distante da lui: in questo abbraccio affettuoso del nostro tempo, resistente all’abbraccio e tuttavia sostenuto mentre cerca di liberarsene, sta la segreta potenza salvatrice del regno di Dio (G. Ruggeri). Il carattere escatologico del regno non è dato dal fatto che Dio mette fine alla storia degli uomini, ma dal fatto che questa storia, sostenuta dall’amore di Dio così come si è rivelato in Gesù il Cristo, verrà condotta alla sua fine – quando, il Padre solo lo sa ma è già accolta e amata adesso nella sua diversità reale, nella sua dolorosa distanza … da Dio!
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