Appuntamenti 2013-2014

ATTENZIONE!


Ci è stato segnalato che alcuni link audio e/o video sono, come si dice in gergo, “morti”. Se insomma cliccate su un file e trovate che non sia più disponibile, vi preghiamo di segnalarcelo nei commenti al post interessato. Capite bene che ripassare tutto il blog per verificarlo, richiederebbe quel (troppo) tempo che non abbiamo… Se ci tenete quindi a riaverli: collaborate! Da parte nostra cercheremo di renderli di nuovo disponibili al più presto. Promesso! Grazie.

martedì 22 aprile 2014

II Domenica di Pasqua


Dagli Atti degli Apostoli (At 2,42-47)

[Quelli che erano stati battezzati] erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.

 

Dalla prima lettera di san Pietro apostolo (1Pt 1,3-9)

Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rivelata nell’ultimo tempo. Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco –, torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,19-31)

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

 

Dopo le celebrazioni del Triduo pasquale, culminate nella veglia di Sabato e nella messa solenne di Domenica, e dopo gli otto giorni in cui la Chiesa ha “dilatato” – come fosse un unico lungo giorno – la celebrazione della Risurrezione del Signore, Domenica veniamo introdotti “a tutti gli effetti” nel cosiddetto “Tempo di Pasqua”, un tempo forte in cui l’invito è quello di andare a ripercorrere e assimilare – pian piano – il mistero esplosivo condensatosi la Domenica di Pasqua.

Non a caso il vangelo che ci viene proposto riguarda l’apparizione di Gesù risorto ai suoi, avvenuta proprio «la sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei».

La Chiesa ci invita cioè a leggere un testo evangelico che, nel suo svolgersi, ci sposta dalla domenica della Risurrezione… e ci colloca otto giorni più in là (gli stessi che – non a caso – son passati per noi dalla celebrazione della Pasqua).

martedì 15 aprile 2014

Pasqua 2014: per una Giustizia Nuova!


Domenica di Pasqua


Dagli Atti degli Apostoli (At 10,34.37-43)

In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: «Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui. E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti. E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. A lui tutti i profeti danno questa testimonianza: chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome».

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossési (Col 3,1-4)

Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,1-9)

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

 

Il Passio secondo Matteo, letto settimana scorsa durante la Domenica delle Palme, si concludeva con la sepoltura di Gesù.

Anche l’evangelista Giovanni racconta questo triste rito. E lo fa proprio nei versetti che precedono immediatamente il testo del vangelo di questa Domenica di Pasqua: «presero allora il suo corpo, e lo avvolsero in bende insieme con oli aromatici, com'è usanza seppellire per i Giudei. Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora deposto. Là dunque deposero Gesù, a motivo della Preparazione dei Giudei, poiché quel sepolcro era vicino» (Gv 19,40-42).

 

La sensazione pare essere quella per cui l’avventura di Gesù si è chiusa definitivamente... con un fallimento: Gesù, nonostante le sue pretese di essere il Figlio di Dio, il Salvatore del mondo, è morto e il suo corpo è chiuso in una tomba.

 

Eppure... c’è chi non rinuncia ad una vicinanza... almeno a quel corpo morto...

Maria di Magdala, una delle “donne di Gesù”, una di quelle che gli erano più intime, si reca al sepolcro dal suo maestro, (che per lei è anche amico, fratello, padre, figlio, compagno...); e ci va subito, appena può (cioè appena termina il sabato), «quando era ancora buio».

Non poteva non andare… Le donne sono infatti congegniate per prendersi cura, nella vita, del corpo degli uomini: da quando nascono raggrinziti e raggomitolati a quando crescono e gli si insegna ad allacciarsi le scarpe; da quando si innamorano e ti chiedono come vestirsi a quando si ammalano e ti si consegnano tra le mani; da quando invecchiano e cercano braccia che li accolgano... fino a che muoiono... e il loro corpo rimane l’ultimo segno, ormai inanimato, della vita che ci ha legati...

E Maria proprio questo vuole fare... restare attaccata a quell’uomo tanto amato almeno con i segni della cura del suo corpo martoriato...

Ma «vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro»... e presa dall’ansia «Corse e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava».

Corre dai “suoi”, da quelli che con lei si erano trovati a vivere la coinvolgente storia della sequela di Gesù...

Corre da loro con sentimenti di smarrimento e angoscia: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Il suo terrore è che il corpo di Gesù sia stato trafugato e che a lei non rimanga più nemmeno quell’ultimo pezzettino della sua pelle da onorare, per sentirlo ancora un po’ vicino...

Il suo è uno sgomento contagiante, tant’è che Pietro e il discepolo amato si mettono a loro volta a correre, nella direzione opposta, per andare anche loro a vedere... se davvero non c’era più niente da vedere...

E in effetti: entrati nel sepolcro osservarono «i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte»... ma non capirono: «Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti».

I segni, che poi diventeranno quelli classici della Risurrezione (il sepolcro vuoto, le bende, il sudario...) ora sono muti, non dicono niente; confermano solo l’angoscioso annuncio di Maria: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».

 

È su questa incomprensione che si chiude il Vangelo di questa domenica di Pasqua... Gesù è risorto, eppure, anche i suoi, non riescono a capire... C’è come un fermo immagine, una sospensione... che verrà rotta solo al momento dell’incontro col Risorto in persona: prima con Maria («Maria!»), poi con gli Undici («Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi»)...

Solo allora, pian piano, insieme, prenderanno coscienza del mistero che hanno vissuto, della potenza della Vita che ha vinto la morte, del fatto che essa non ha smentito Gesù, come anche a loro era sembrato.

Ma per ora no, non capiscono: la storia viene come “messa in pausa” dalla liturgia su questa realtà ancora incompresa della Risurrezione: in attesa che l’incontro personale ne dischiuda il senso (per Maria, gli apostoli e ciascuno di noi).

martedì 8 aprile 2014

Domenica delle Palme


Ho cercato di raccogliere i personaggi della trama della passione e morte di Gesù.

Ve ne sono diversi collettivi (i capi dei sacerdoti, i discepoli, la folla con spade e bastoni, gli scribi e gli anziani, i falsi testimoni, i presenti nel cortile del sommo sacerdote, i soldati romani, quelli che passavano nei pressi della croce, molte donne, i farisei, le guardie dei capi religiosi), alcuni dei quali ritornano in più circostanze, ma tra di essi emergono anche alcuni singoli.

Alcuni di questi hanno una sorta di funzione rappresentativa del gruppo cui appartengono o comunque sono personaggi singoli – che dicono o fanno qualcosa in prima persona – ma funzionali alla narrazione (Pietro + i due figli di Zebedeo al Getsèmani, il discepolo che era con Gesù e impugna la spada, il servo del sommo sacerdote cui viene staccato l’orecchio, Caifa, i 2 falsi testimoni che riportano le parole di Gesù, le due serve nel cortile del Sommo sacerdote, il soldato che dà la canna con l’aceto + quelli che dicevano “Vediamo se viene Elia”, le donne presenti tra le molte: Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo).

Vi sono poi i personaggi realmente tali, quelli che non sono solo funzionali alla vicenda, ma vi prendono parte in prima persona, in modo tale che non solo la loro storia intervenga su quella di Gesù, ma anche viceversa.

Ne risulterebbe una sorta di schema di questo tipo (fatto artigianalmente e perciò del tutto opinabile):

Giuda Iscariota

Capi dei sacerdoti

I discepoli

Il tale cui Gesù manda a dire: “Farò la Pasqua da te con i miei discepoli”

Pietro

Pietro + i due figli di Zebedeo

Giuda

Folla con spade e bastoni

Quello che era con Gesù e impugna la spada

Il servo del sommo sacerdote cui viene staccato l’orecchio

Caifa + scribi e anziani

Falsi testimoni

I 2 falsi testimoni che riportano le parole di Gesù

Pietro + giovane serva + un’altra serva + i presenti

Giuda

Pilato

Capi dei sacerdoti e gli anziani+ folla

Barabba

Soldati

Simone di Cirene

Quelli che passavano di lì

I capi dei sacerdoti + scribi + gli anziani

Quello della canna di aceto + gli altri che dicevano “Vediamo se viene Elia”

Il centurione

Molte donne, tra queste: Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo

Giuseppe d’Arimatea

Pilato

I capi dei sacerdoti + i farisei

Guardie

 

Per ognuno di quelli in neretto ci vorrebbe un trattato…

Sui personaggi “positivi” (penso in particolare al centurione e a Simone di Cirene) è peraltro già stato detto molto e sostanzialmente “non fanno problema”. Ma forse proprio questo “non far problema” dovrebbe darci da pensare… non è che ci scivolano via troppo rapidamente?

Su quelli “negativi” (penso a Giuda e Barabba) le cose dette sono invece più contrastanti (basti paragonare Nostro fratello Giuda, di Primo Mazzolari con l’idea comunemente diffusa che Giuda sia all’inferno, qualsiasi cosa questo voglia dire; oppure il fatto che questo delinquente si chiami proprio Bar-Abba = Figlio del Padre…). Necessiterebbero allora di un approfondimento superserio.

Su quelli “ambigui” – nel senso che evolvono lungo la storia o che sono probabilmente inficiati da una lettura a posteriori (penso a Pilato e Pietro) – bisogna fare ogni volta la fatica di andare a ripercorrere questa evoluzione.

Infine ci sono i “meno considerati” (Il tale cui Gesù manda a dire: “Farò la Pasqua da te con i miei discepoli” e Giuseppe d’Arimatea) che meriterebbero invece di diventare oggetto della nostra attenzione.

Insomma – ognuno per il suo verso – sono questi i compagni di viaggio su cui concentrarsi in questi ormai pochi, ma intensissimi giorni che ci mancano a Pasqua.

Sarebbe bello scegliersene almeno uno e starci un po’ in compagnia.

Il “mio” quest’anno è Giuseppe d’Arimatea, di cui mi colpisce questo uscire dal nulla per ritornarvi (niente è raccontato di lui prima di questo episodio, niente è raccontato dopo). In questa “emersione” però c’è tutto il coraggio (quello dato dal bene che si prova per qualcuno e dal dolore della morte, che azzera ogni argine fittizio) e la presa in carico (fisica – togliere il corpo dalla croce, vuol dire portarne il peso – e vitale) del corpo morto del proprio maestro e amico (segreto, fino a un attimo prima).

Questa cura di un corpo morto (che tornerà anche nell’episodio delle donne che vanno al sepolcro per ungerlo) può apparire macabra o raggelante per chi se lo immagina così, come se il corpo in questione fosse il cadavere di chicchessia, ma per chi ha provato a sentire sotto le proprie dita la carne fredda di chi ha amato (fosse un padre, un marito, un figlio, un amico, un fratello…) credo possa percepire che portata abbia il gesto di Giuseppe.

Un uomo che porta il medesimo nome di quell’altro Giuseppe che aveva fatto da padre a un figlio non suo e che proprio come questo, d’Arimatea, era comparso e sparito dal e nel nulla.

In più, non si può non considerare il contesto in cui il Giuseppe del Passio opera: rischiando la sua stessa vita, venendo allo scoperto quando tutti si nascondono… come accennavo è il segno dell’amore disperato che fa perdere i confini normali che la convivenza civile abituale ci porta a mettere: gli argini del buon senso, del buon costume, della convenienza, dell’opportunità o meno del nostro mostrarci…

Argini che crollano e si frantumano quando la realtà dura ma vera della vita ci si presenta in tutta la sua radicalità, come oggi… quando la liturgia ci invita a non correre troppo avanti nella lettura (pensando “tanto poi è risorto”), per farci stare come bloccati con quel corpo morto tra le braccia, simbolo di una fine assoluta, che non ha alcun “però” da obiettare… è morto, però… No. È morto, punto.

martedì 1 aprile 2014

V Domenica di Quaresima


Dal libro del profeta Ezechièle (Ez 37,12-14)

Così dice il Signore Dio: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra. Saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò». Oracolo del Signore Dio.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 8,8-11)

Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio. Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 11,1-45)

In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!». Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro. Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

Anche questa quinta domenica di Quaresima ci propone un brano di vangelo assai lungo e assai impegnativo: la risurrezione di Lazzaro. Anche questa domenica allora, preferisco non dilungarmi troppo e lasciare che a parlare sia la Parola. Accenno solo all’elemento che mi ha colpito di più… Il testo racconta di tutta la vicenda che riguarda la morte di un amico di Gesù, Lazzaro… una vicenda che – attraverso la notizia che raggiunge Gesù, il suo cammino per raggiungere Betania, i suoi dialoghi con i discepoli e con le sorelle Marta e Maria – arriva fino al miracolo della risurrezione…

Di fronte ad un episodio del genere, mi è venuto da pensare: “Io avrei subito fatto un’intervista a Lazzaro!”. Avrei voluto infatti sapere da lui cosa ha voluto dire morire e restare morto… Cosa ha sentito, cosa ha provato, cosa ha visto… sempre ammesso che qualcosa abbia sentito, provato e visto… E invece nel testo Lazzaro non dice niente! Niente! Né qui, né più avanti, quando Gesù tornerà in questa casa poco prima della sua morte.

A nessuno viene in mente di chiedergli niente! Com’è possibile??!!?? Passiamo tutta la vita preoccupati (angosciati?) dalla prospettiva che prima o poi tutti (tutti!) muoiono (anche i nostri cari, anche noi)… e quando c’è lì uno che è tornato indietro dal regno dei morti, non gli chiedono niente… Strano! Troppo strano! Ci deve essere una spiegazione…

martedì 25 marzo 2014

IV Domenica di Quaresima


Dal primo libro di Samuele (1Sam 16,1.4.6-7.10-13)

In quei giorni, il Signore disse a Samuele: «Riempi d’olio il tuo corno e parti. Ti mando da Iesse il Betlemmita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re». Samuele fece quello che il Signore gli aveva comandato. Quando fu entrato, egli vide Eliàb e disse: «Certo, davanti al Signore sta il suo consacrato!». Il Signore replicò a Samuele: «Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore». Iesse fece passare davanti a Samuele i suoi sette figli e Samuele ripeté a Iesse: «Il Signore non ha scelto nessuno di questi». Samuele chiese a Iesse: «Sono qui tutti i giovani?». Rispose Iesse: «Rimane ancora il più piccolo, che ora sta a pascolare il gregge». Samuele disse a Iesse: «Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui». Lo mandò a chiamare e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e bello di aspetto. Disse il Signore: «Àlzati e ungilo: è lui!». Samuele prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi.

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni (Ef 5,8-14)

Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. Cercate di capire ciò che è gradito al Signore. Non partecipate alle opere delle tenebre, che non danno frutto, ma piuttosto condannatele apertamente. Di quanto viene fatto in segreto da [coloro che disobbediscono a Dio] è vergognoso perfino parlare, mentre tutte le cose apertamente condannate sono rivelate dalla luce: tutto quello che si manifesta è luce. Per questo è detto: «Svégliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà».

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 9,1-41)

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!». Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».

 

Il lungo vangelo che la Chiesa ci propone per questa quarta domenica di Quaresima è molto lungo.

Mi limito dunque a mettere in luce un unico profilo di questo testo, tra i tanti che offre: quello dell’identità di Gesù. Infatti, raramente nel vangelo, si trovano brani così densi di “titoli” (positivi e negativi) che gli vengono attribuiti o che egli stesso si attribuisce, come quello di questa domenica. Potremmo infatti quasi dire che, tra le molte tematiche che questo brano intercetta, di certo, su tutte, spicca quella cristologica: esso sembra infatti costruito per rispondere alla domanda “Chi è Gesù?”. Una domanda, tra l’altro, che per come è costruito il discorso, non si propone in termini filosofico-metafisici – dunque riservati agli specialisti del mestiere – ma piuttosto in una trama coinvolgente, che trascina nel suo andirivieni concentrico (ma un concentrico “a spirale”, che cioè va sempre più in profondità) il lettore stesso. È lui che – dentro alla complessa dinamica in cui è raccontato lo scontro teologico sull’identità di Gesù (che sarà ciò che lo porterà a morire) – dovrà dare la sua risposta.

Veniamo dunque al testo…

martedì 18 marzo 2014

III Domenica di Quaresima


Dal libro dell’Èsodo (Es 17,3-7)

In quei giorni, il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: «Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?». Allora Mosè gridò al Signore, dicendo: «Che cosa farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!». Il Signore disse a Mosè: «Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani d’Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va’! Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà». Mosè fece così, sotto gli occhi degli anziani d’Israele. E chiamò quel luogo Massa e Merìba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?».

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 5,1-2.5-8)

Fratelli, giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 4,5-42)

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui. Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica». Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

Le letture che la Chiesa ci propone in questa terza domenica di Quaresima sono talmente ricche da rendere impossibile un’indagine approfondita di tutto ciò che mettono in campo. Per questo mi limito a delineare uno dei possibili percorsi a cui esse ci aprono, e cioè: è soltanto facendo esperienza (e facendo poi memoria) del Signore che mi incontra nel più intimo di me (Gv 4,5-42), che Egli può essere tolto dal banco degli imputati (Es 17,3-7), dov’è guardato con sospetto come un lui qualunque, e diventare un Tu con cui Vivere la vita (Rm 5,1-2.5-8). Cerco di spiegarmi… a partire dall’esperienza del popolo di Israele nel deserto: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?». Ecco la domanda inquisitoria nei confronti di Dio che crea un evidente “ribaltamento” dei ruoli “classici” (di solito è dio che mette alla prova l’uomo!): qui invece il deserto, da terra di prova per la fede dell’uomo, diventa luogo dove in discussione vi è Dio in persona.

«Il Signore è in mezzo a noi sì o no?»… è la domanda di Israele nel deserto, ma non è certo una domanda che noi possiamo permetterci di guardare con sufficienza o superiorità: quante volte infatti è salita in gola anche a noi? Soprattutto proprio in quei momenti in cui, come si dice del popolo, si «soffriva la sete per mancanza di acqua»?

giovedì 13 marzo 2014

Sole di Giustizia



Salta all’occhio il fatto che nel corso della storia si siano moltiplicati — e continuino a moltiplicarsi anche oggi — i fondamentalismi. In sostanza si tratta di sistemi di pensiero e di condotta assolutamente imbalsamati, che servono da rifugio. Il fondamentalismo si organizza a partire dalla rigidità di un pensiero unico, all’interno del quale la persona si protegge dalle istanze destabilizzanti (e dalle crisi) in cambio di un certo quietismo esistenziale. Il fondamentalismo non ammette sfumature o ripensamenti, semplicemente perché ha paura e — in concreto — ha paura della verità. Chi si rifugia nel fondamentalismo è una persona che ha paura di mettersi in cammino per cercare la verità. Già «possiede» la verità, già l’ha acquisita e strumentalizzata come mezzo di difesa; perciò vive ogni discussione come un’aggressione personale.
La nostra relazione con la verità non è statica, poiché la Somma Verità è infinita e può sempre essere conosciuta maggiormente; è sempre possibile immergersi di più nelle sue profondità. Ai cristiani, l’apostolo Pietro chiede di essere pronti a «rendere ragione» della loro speranza; vuol dire che la verità su cui fondiamo l’esistenza deve aprirsi al dialogo, alle difficoltà che altri ci mostrano o che le circostanze ci pongono. La verità è sempre «ragionevole», anche qualora io non lo sia, e la sfida consiste nel mantenersi aperti al punto di vista dell’altro, senza fare delle nostre convinzioni una totalità immobile. Dialogo non significa relativismo, ma «logos» che si condivide, ragione che si offre nell’amore, per costruire insieme una realtà ogni volta più liberatrice. In questo circolo virtuoso, il dialogo svela la verità e la verità si nutre di dialogo. L’ascolto attento, il silenzio rispettoso, l’empatia sincera, l’autentico metterci a disposizione dello straniero e dell’altro, sono virtù essenziali da coltivare e trasmettere nel mondo di oggi. Dio stesso ci invita al dialogo, ci chiama e ci convoca attraverso la sua Parola, quella Parola che ha abbandonato ogni nido e riparo per farsi uomo.
Così appaiono tre dimensioni dialogiche, intimamente connesse: una tra la persona e Dio — quella che i cristiani chiamano preghiera — , una degli esseri umani tra loro, e una terza, di dialogo con noi stessi. Attraverso queste tre dimensioni la verità cresce, si consolida, si dilata nel tempo. […] A questo punto dobbiamo chiederci: che cosa intendiamo per verità? Cercare la verità è diverso dal trovare formule per possederla e manipolarla a proprio piacimento.
Il cammino della ricerca impegna la totalità della persona e dell’esistenza. È un cammino che fondamentalmente implica umiltà. Con la piena convinzione che nessuno basta a sé stesso e che è disumanizzante usare gli altri come mezzi per bastare a sé stessi, la ricerca della verità intraprende questo laborioso cammino, spesso artigianale, di un cuore umile che non accetta di saziare la sua sete con acque stagnanti.
Il «possesso» della verità di tipo fondamentalista manca di umiltà: pretende di imporsi sugli altri con un gesto che, in sé e per sé, risulta autodifensivo. La ricerca della verità non placa la sete che suscita. La coscienza della «saggia ignoranza» ci fa ricominciare continuamente il cammino. Una «saggia ignoranza» che, con l’esperienza della vita, diventerà «dotta». Possiamo affermare senza timore che la verità non la si ha, non la si possiede: la si incontra. Per poter essere desiderata, deve cessare di essere quella che si può possedere. La verità si apre, si svela a chi — a sua volta — si apre a lei. La parola verità, precisamente nella sua accezione greca di aletheia, indica ciò che si manifesta, ciò che si svela, ciò che si palesa attraverso un’apparizione miracolosa e gratuita. L’accezione ebraica, al contrario, con il termine emet, unisce il senso del vero a quello di certo, saldo, che non mente né inganna. La verità, quindi, ha una duplice connotazione: è la manifestazione dell’essenza delle cose e delle persone, che nell’aprire la loro intimità ci regalano la certezza della loro autenticità, la prova affidabile che ci invita a credere in loro.
Tale certezza è umile, poiché semplicemente «lascia essere» l’altro nella sua manifestazione, e non lo sottomette alle nostre esigenze o imposizioni. Questa è la prima giustizia che dobbiamo agli altri e a noi stessi: accettare la verità di quel che siamo, dire la verità di ciò che pensiamo. Inoltre, è un atto d’amore. Non si costruisce niente mettendo a tacere o negando la verità. La nostra dolorosa storia politica ha preteso molte volte di imbavagliarla. Molto spesso l’uso di eufemismi verbali ci ha anestetizzati o addormentati di fronte a lei. È, però, giunto il momento di ricongiungere, di gemellare la verità che deve essere proclamata profeticamente con una giustizia autenticamente ristabilita. La giustizia sorge solo quando si chiamano con il loro nome le circostanze in cui ci siamo ingannati e traditi nel nostro destino storico. E facendo questo, compiamo uno dei principali servizi di responsabilità per le prossime generazioni.
La verità non s’incontra mai da sola. Insieme a lei ci sono la bontà e la bellezza. O, per meglio dire, la Verità è buona e bella. «Una verità non del tutto buona nasconde sempre una bontà non vera», diceva un pensatore argentino. Insisto: le tre cose vanno insieme e non è possibile cercare né trovare l’una senza le altre. Una realtà ben diversa dal semplice «possesso della verità» rivendicato dai fondamentalismi: questi ultimi prendono per valide le formule in sé e per sé, svuotate di bontà e bellezza, e cercano di imporsi agli altri con aggressività e violenza, facendo il male e cospirando contro la vita stessa.
Francesco, Vescovo di Roma
(via repubblica.it)

martedì 11 marzo 2014

La Trasfigurazione


Dal libro della Gènesi (Gen 12,1-4)

In quei giorni, il Signore disse ad Abram: «Vàttene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra». Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo (2Tm 1,8b-10)

Figlio mio, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo.

Dal vangelo secondo Matteo (Mt 17,1-9)

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

In questa seconda domenica di Quaresima, la Chiesa attraverso il Vangelo di Matteo (17,1-9) ci invita ad addentrarci in uno degli eventi più enigmatici dell’esperienza terrena di Gesù, che è appunto la sua trasfigurazione.

Già solo la parola – trasfigurazione – pare creare in noi un certo qual senso di inadeguatezza, un alone di mistero… quasi forse un sentimento di inquietudine: ci sentiamo messi di fronte a uno di quegli episodi della vita di Gesù che, per come ce li hanno raccontati fin da piccoli, si discostano troppo dalla nostra capacità di comprensione, perché li sentiamo al di là della nostra umanissima esperienza. E chissà come, dalle profondità ataviche del Cristianesimo succhiato al seno di nostra madre, sentiamo improvvisamente che l’umanissimo Gesù che siamo abituati a trovare nel Vangelo, ora ci pare così lontano… ci incute quasi timore.

Eppure, se guardiamo bene al testo, non ci sarebbero poi così tanti elementi a sostegno di questa sensazione istintiva che ci nasce in cuore: tutta la vicenda è infatti raccontata nel giro di pochi versetti, manca di qualsiasi presentazione dal sapore enfatico, è priva di ogni euforico senso del miracoloso e addirittura si conclude con un deciso invito a non sponsorizzare l’accaduto.

Si potrebbe quasi anzi dire che il modo di raccontare questo fatto da parte di Matteo (come anche di Luca e Marco) sia il più demitizzato possibile: avrebbe potuto caricarlo di prodigiosità, avrebbe potuto sfruttarlo per convincere alla fede i suoi lettori, avrebbe potuto anche forzare un po’ la mano e sottolinearlo tanto da farlo diventare il momento clou del suo vangelo. E invece no: invece, appunto, gli dedica pochi versetti e tiene un profilo narrativo basso.

Questo è un indizio significativo di quale sia l’intento dell’evangelista: egli non sta pubblicizzando Gesù, come una delle tante proposte di salvezza presentate all’umanità, ma dentro all’evoluzione della narrazione evangelica («il racconto della trasfigurazione, nel vangelo di Matteo, è strettamente legato alla passione, preannunciata da Gesù appena prima e ribadita subito dopo» [Giuliano]), con la quale questo brano sta in continuità, vuole portare pian piano il discepolo all’incontro con l’identità del suo Maestro e Signore.

È in questa prospettiva che va letta anche la trasfigurazione: essa, da un lato, è uno dei momenti della vicenda della libertà di Gesù (è un’esperienza che fa Gesù); dall’altro, è il coinvolgimento in questa vicenda da parte dei suoi discepoli, i quali non la apprendono su un libro o per sentito dire, ma lasciandosene implicare e compromettendosi in prima persona.

martedì 4 marzo 2014

I Domenica di Quaresima


Dal libro della Gènesi (Gen 2,7-9; 3,1-7)
Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male. Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino”?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male». Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.
 
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 5,12-19)
Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato. Fino alla Legge infatti c’era il peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la Legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire. Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti. E nel caso del dono non è come nel caso di quel solo che ha peccato: il giudizio infatti viene da uno solo, ed è per la condanna, il dono di grazia invece da molte cadute, ed è per la giustificazione. Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo. Come dunque per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita. Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti.
 
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 4,1-11)
In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.
 
Domani – mercoledì delle ceneri – inizia per la Chiesa un’altra quaresima… Domenica prossima è quindi la I di questo tempo forte. Le letture ancora una volta ci portano a meditare sul testo evangelico delle tentazioni nel deserto e sul brano genesiaco di Adamo ed Eva.
Su entrambi questi testi sono state scritte tantissime cose – dalle fonti più disparate – e anch’io ne ho già scritte molte… Perciò ho pensato, per questa lectio, di mettere insieme vari spunti che facciano pensare.
 
Innanzitutto: il tema che fa da porta d’ingresso alla quaresima è quello del male. Questo tempo forte infatti serve proprio nella Chiesa per prepararsi alla Pasqua – che è il mistero dell’incontro-scontro di Gesù con il male.
E allora poniamo fin da principio una questione: che cosa è il male?
Perché, del fatto che esso esista non c’è bisogno di convincere nessuno. Tanto meno è necessario convincere della sua complessità: esso possiede infatti articolazioni tali da arrivare a coprire tutto il campo umano (male fisico, male psichico, male morale… male subito, male inflitto… dolore colpevole, dolore innocente…).
Ma cosa intendiamo quando diciamo “male”?
Non è questione di errori, sbagli, imperfezioni, limiti; tutte cose che presuppongono una perfettibilità e quindi una risoluzione già umanamente possibile del problema. No! Il male di cui si parla nella Bibbia è quello che mette in discussione la realtà stessa del mondo, dell’uomo, di Dio, della mia interiorità.
La radicalità del male la si evince già dalle parole di Dio: «dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti» (Gn 2,17).
È quello che magistralmente Dostoevskij mostra in un passo de I fratelli Karamazov a proposito del dolore innocente, il paradigma più emblematico della radicalità del male:
«C'era una bambina di cinque anni, venuta in odio al padre e alla madre, persone rispettabilissime, di ottimo ceto sociale, ben educate e istruite. […] Quella povera bambina di cinque anni fu sottoposta a sevizie di ogni genere da parte dei colti genitori. La picchiavano, la frustavano, la prendevano a calci, senza motivo, sino a ridurle il corpo a un ammasso di lividi; alla fine, si spinsero a livelli di maggiore ricercatezza: la chiudevano per tutta la notte al freddo, al gelo di una latrina e, per punirla del fatto che lei non chiamava in tempo per fare i suoi bisogni, le insudiciavano la faccia con le sue feci e la costringevano a mangiare quelle feci, ed era la madre, la madre a costringerla! E quella madre era capace di continuare a dormire, quando di notte si udivano i lamenti della povera bambina, chiusa a chiave in quel lurido postaccio! Lo capisci questo, quando un piccolo esserino che non è ancora in grado di capire che cosa gli stanno facendo, si colpisce il petto straziato con il suo pugno piccino, al freddo e al gelo di quel lurido postaccio, e piange lacrimucce insanguinate, dolci, prive di risentimento al "buon Dio", perché lo difenda? La capisci questa assurdità, amico mio, fratello mio, pio e umile novizio di Dio, tu lo capisci a che scopo è stata creata questa assurdità, a che cosa serve? Senza di essa, dicono, l'uomo non avrebbe potuto esistere sulla terra, giacché non avrebbe conosciuto il bene e il male. Ma a che serve conoscere questo maledetto bene e male, se il prezzo da pagare è così alto? Infatti, tutto un mondo di conoscenza non vale le lacrime di quella bambina al suo "buon Dio"».
Queste parole atroci, mettono in gioco proprio il peso radicale del male: esso tocca le fondamenta stesse della vita, della possibilità della vita, della possibilità della mia vita. Qualsiasi riflessione sul male (e su Dio) deve allora rendere conto delle lacrime di quella bambina, che non possono rimanere un grido inascoltato che viaggia nell’universo.
 

martedì 25 febbraio 2014

VIII Domenica del Tempo Ordinario


Dal libro del profeta Isaìa (Is 49,14-15)

Sion ha detto: «Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato». Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai.

 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (1Cor 4,1-5)

Fratelli, ognuno ci consideri come servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, ciò che si richiede agli amministratori è che ognuno risulti fedele. A me però importa assai poco di venire giudicato da voi o da un tribunale umano; anzi, io non giudico neppure me stesso, perché, anche se non sono consapevole di alcuna colpa, non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore! Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, fino a quando il Signore verrà. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno riceverà da Dio la lode.

 

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 6,24-34)

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza. Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena».

 

Il brano di vangelo che la Chiesa ci propone per questa Ottava domenica del Tempo Ordinario è tratto anch’esso (come i precedenti) dal discorso della montagna, anche se – in questo caso – non abbiamo a che fare con la prosecuzione diretta del testo di domenica scorsa, ma con una sezione successiva (il liturgista omette Mt 6,1-23).

In questo modo l’incipit del vangelo odierno, risulta la lapidaria espressione di Gesù: «Nessuno può servire due padroni […]. Non potete servire Dio e la ricchezza», dove il tema che si impone con forza alla nostra attenzione è quello della ricchezza…

Qui come altrove, Gesù sembra indicare che la ricchezza allontani da Dio e dal suo Regno, cioè dal mondo come Dio lo vuole, mentre è la povertà che ci avvicina a Lui.

Sembra, dai testi, che dentro a questa categoria dell’umano che noi istintivamente rifuggiamo (la povertà), ci sia qualcosa che invece è in sintonia col “mondo come Dio lo pensa”, con l’idea che Lui ha della nostra felicità, della nostra “buona riuscita”, della pienezza della vita.

E al di là di tutte le poesie che si possono fare sulla povertà, sulla libertà interiore che essa “regala”, ecc… credo che l’elemento decisivo che rende la povertà così ben vista agli occhi di Dio, stia nella restituzione della qualità originaria e autentica della vita dell’uomo cui fa accedere.

“Qualità autentica e originaria della vita dell’uomo” che – non a caso – caratterizza le esperienze di santità più grandi della storia della Chiesa. Basti pensare a san Francesco d’Assisi o al tema dell’umiltà tanto caro a santa Teresa d’Avila, che con “umiltà” intendeva – appunto – il far luce sulla verità di sé…

L’essere ricco invece è la grande illusione per l’uomo, è il grande inganno sulla sua vera realtà, su chi lui sia veramente: cioè povero e dunque inevitabilmente necessitato da un affidamento…

La ricchezza si avvicina dunque alla mancanza di umiltà (in senso teresiano), cioè mancanza di verità su di sé, rinnegamento di questa qualità originariamente povera, di ciascun uomo…

La ricchezza è la grande illusione, di riuscire a bastare a se stessi, di salvarsi da soli, di “farcela” da soli…

Ecco perché – nel testo odierno – è messa radicalmente in antitesi col Dio del vangelo: «Non potete servire Dio e la ricchezza»! Perché l’essere ricchi, cioè l’illudersi di non essere poveri, fa dimenticare di essere figli… fa dimenticare di aver bisogno di stare nelle braccia di qualcun altro che tiene in mano la nostra vita… fa dimenticare la necessità di un affidamento…

Ecco perché Gesù, dopo la lapidaria frase iniziale, prosegue dicendo: «Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita»… Perché la domanda fondamentale a cui vuol spingere l’uomo è precisamente questa: “Nelle mani di chi / di che cosa hai posto la tua vita?”; a cui ne fa eco una simmetrica: “Per chi / per che cosa ti affanni, ti preoccupi mentre vivi?”…

Per il Regno di Dio (cioè per il mondo come Dio lo vuole, e cioè fatto di fratelli che si amano e si prendono cura – si liberano dal male – gli uni gli altri) o per la tua auto-salvezza (denaro, cibo, vestiti, relazioni che ti riempiano la vita, consolazioni religiose…)?

Perché solo una vita affidata nelle mani di un altro, può essere vissuta per… qualcuno che non siamo noi…

Se infatti essa è solo in mano nostra, passeremo tutto il tempo preoccupati (affannati) a cercare di conquistare o mantenere l’abilitazione a stare al mondo (grazie ai nostri averi, ai nostri saperi, ai nostri meriti…), per scoprire poi che essi non servono a un tubo per salvarci la vita…
Se, invece, diamo credito alla rivelazione di Dio che ci si fa incontro in Gesù e che Isaia sintetizza in quella insuperabile frase della prima lettura messa in bocca a Dio stesso («non ti dimenticherò mai»), e per questo ci decidiamo per un affidamento, cioè ci sbilanciamo a pensarci (a pensare noi stessi) nelle mani di un Altro, allora avremo la vita abilitata da lui e per questo libera da affanni… libera di dedicarsi a qualcun altro… che non sia sempre e solo il nostro io.

martedì 18 febbraio 2014

VII Domenica del Tempo Ordinario

Dal libro del Levìtico (Lv 19,1-2.17-18)
Il Signore parlò a Mosè e disse: «Parla a tutta la comunità degli Israeliti dicendo loro: “Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo. Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore”».

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (1Cor 3,16-23)
Fratelli, non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi. Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente, perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Sta scritto infatti: «Egli fa cadere i sapienti per mezzo della loro astuzia». E ancora: «Il Signore sa che i progetti dei sapienti sono vani». Quindi nessuno ponga il suo vanto negli uomini, perché tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio.

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 5,38-48)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle. Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

In questa Settima Domenica del Tempo Ordinario, la Chiesa – nel vangelo – ci invita a proseguire la lettura del discorso della montagna iniziata ormai qualche settimana fa e che, proprio oggi, raggiunge uno dei suoi vertici più alti (ma anche più difficilmente comprensibili e assimilabili)… l’amore per i nemici...
Gesù invita precisamente a questo… a non opporsi al malvagio (cioè a chi ci fa delle malvagità), anzi, ad offrire l’altra guancia a chi ci ha colpito la prima; a lasciare anche il mantello a chi ci vuole togliere la tunica; ad accompagnare per due miglia, chi ci costringe a farlo per un miglio; a dare a chi chiede e a non voltare le spalle a chi desidera da noi un prestito; ad amare i nostri nemici e a pregare per chi ci perseguita…
Dove, la paradossalità del discorso, sta nel fatto che in nessuno di questi inviti è possibile rintracciare un qualcosa che ne attenui la portata… Non si dice di non opporsi a chi ci ha fatto una malvagità (magari occasionalmente, magari subito pentendosene, magari perché cresciuto dentro ad una condizione di disagio…), ma di non opporsi ai malvagi (senza nessuna specifica che attenui la portata di questa “malvagità”); non si dice di porgere l’altra guancia – cioè di tornare ad arrischiare la propria vita con qualcuno che l’ha già tradita – ad un amico, a qualcuno di caro, che – nonostante la sofferenza procurataci – non vogliamo perdere… ma si dice di porgere l’altra guancia e basta, nuovamente senza un elenco di casi o una specificazione di situazioni “accettabili”; non si dice di dare tunica e mantello (magari) a chi ha freddo o a chi ne ha bisogno… ma di dare il mantello a chi ci ha rubato la tunica, magari lasciando noi al freddo e nel bisogno; non si dice di accompagnare per due miglia un amico che ci aveva chiesto di farne uno con lui… ma di farne due con chi ci ha costretto a farne uno; fino ad arrivare alla paradossalità estrema dell’amore ai nemici e della preghiera per i persecutori…

mercoledì 12 febbraio 2014

VI Domenica del Tempo Ordinario


Dal libro del Siracide (Sir 15,15-20)
Se tu vuoi, puoi osservare i comandamenti; l’essere fedele dipende dalla tua buona volontà. Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà. Grande infatti è la sapienza del Signore; forte e potente, egli vede ogni cosa. I suoi occhi sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini. A nessuno ha comandato di essere empio e a nessuno ha dato il permesso di peccare.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (1Cor 2,6-10)
Fratelli, tra coloro che sono perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo, che vengono ridotti al nulla. Parliamo invece della sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima dei secoli per la nostra gloria. Nessuno dei dominatori di questo mondo l’ha conosciuta; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. Ma, come sta scritto: Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano. Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio.
Dal vangelo secondo Matteo (Mt 5,17-37)
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna. Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo! Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna. Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio. Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno».
Il vangelo che la Chiesa ci propone per questa Sesta Domenica del Tempo Ordinario è il proseguimento del discorso della montagna.
Il versetto 17, quello che inaugura il brano odierno, e il discorso che a partire da esso Gesù pronuncia, suscita però qualche istintiva perplessità: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli». Una perplessità, dovuta al fatto che non siamo più molto abituati ad avere a che fare con un Gesù “intransigente”, soprattutto sui cavilli della Legge (che infatti lui stesso trasgredirà nella sua vita, basti pensare al vespaio che suscitano i suoi miracoli in giorno di sabato…). Perché dunque – proprio nel momento in cui fa un discorso programmatico sulla sua vita e sulla vita della Chiesa (in questo infatti consiste il discorso della montagna) – introduce questa “intransigenza”? Come va interpretata?
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

I più letti in assoluto

Relax con Bubble Shooter

Altri? qui

Countries

free counters