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giovedì 6 agosto 2009
venerdì 10 luglio 2009
Missionari della benevolenza del Padre
Chiamati, mandati e respinti
Una chiamata di ordine radicale, quella di Amos e degli apostoli, senza possibilità di pensarci troppo. C’è però nel fare di Gesù una novità rispetto ai profeti antichi, nella chiamata degli apostoli. Gesù se li è scelti, uno ad uno, per nome, ma poi li ha radunati tutti insieme e ha fondato la comunità dei “Dodici”, “perché stessero con lui” - ci aveva informato Marco. E questo era il primo obiettivo immediato della chiamata, che ha sconvolto loro la vita. Ora li convoca di nuovo, ma per realizzare il secondo dei due obiettivi per cui li aveva radunati attorno a sé - “per mandarli ad annunciare” il vangelo, che da lui avevano ascoltato e con lui condiviso, imparando faticosamente a viverlo (Mc 3,14s). È arrivato dunque il tempo per i discepoli di “provare” almeno, come un tirocinio, a nostro insegnamento, a mettere in atto quanto dovrebbe essere il risultato della comunione di vita con Gesù: diventare missionari, come lui, e andare a fare, pur ancora maldestri, quello che finora hanno visto fare dal Maestro.
Un’irresistibile adesione interiore
La loro preparazione non era un seminario dove imparare un mestiere o una vocazione a cui addestrarsi, in una scuola di profeti, per poi praticarla. Ma piuttosto una irresistibile adesione interiore a seguire la chiamata del Signore senza possibilità di fuga. La chiamata si è rivelata un coinvolgimento progressivo e poi addirittura un’immersione in un progetto misterioso, il Regno di Dio, di cui Gesù parlava in continuazione e di cui tutto ciò che faceva, diceva, viveva era la manifestazione e la realizzazione. La loro comprensione di questo mistero e di Gesù stesso, era allora iniziale, informe, ancora grossolana… Ma pur mantenendo tutta la loro debolezza morale, culturale, psicologica, sempre più capiranno che stavano diventando tessere vive di questo immenso mosaico che è il “disegno” di Dio di salvare il mondo… e che in questo progetto tutta la storia di Israele e, in Israele, di tutte le genti, trovava il suo senso. L’annuncio che Gesù gli comanda di portare alla gente è fatto di poche parole (convertitevi), di alcuni doni speciali (liberare gli oppressi da varie forme di menomazioni diaboliche, curare molti malati) – ma insieme è fatto del “modo di essere e di presentarsi” dei Dodici.
Profezia svincolata dai monopoli del potere e dei suoi strumenti
Quando si parla di evangelizzazione, il nostro pensiero corre subito al «che cosa vado a dire?» e meno, molto meno, a «come devo essere io?», al mio stile di vita. Perché lo stile di vita non è un accessorio, magari desiderabile, ma secondario, del messaggero. Le modalità del presentarsi dei messaggeri missionari, cioè gli strumenti economici, il tessuto di relazioni nelle quali si inseriscono, le strutture istituzionali con le quali si incontrano, o si scontrano, nei paesi e nelle città dove arrivano, anche se ancora minime, come in questi inizi… sono già il messaggio! L’istituzione, come gruppo di apostoli, preparati e mandati ad annunciare, ancora sotto lo sguardo di Gesù, è necessaria ed essenziale per rendere percepibile e visibile alla gente il Regno di Dio. Il gruppo, che sarà la chiesa, inizia dunque a diventare sacramento del Regno, una minuscola chiesa, già indicatrice ed operatrice, fragile povera, ma efficace, del vangelo di salvezza! I Dodici non possono non riprodurre però in sé il volto di Colui che li invia, il giovane profeta che cammina povero e libero, senza un luogo dove posare il capo, “commosso nelle viscere per le folle, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore (Mt 9,37). A loro, come ad Amos, un po’ contadino e un po’ pastore, preso da dietro il bestiame, il Signore disse: Va profetizza al mio popolo. Loro, tra gli attrezzi per la pesca, o in varie altre faccende, si sono sentiti dire: vieni! E poi : Andate ad annunciare il Regno! Nessuno di loro pensava minimamente ad un incarico istituzionale. Avevano già il loro mestiere. Sono stati coinvolti dentro questa passione di portare l’annuncio di liberazione e redenzione, nelle città e villaggi. Ma proprio questo atteggiamento di dedizione e libertà, di distacco radicale dai beni economici e dalla ragnatela di legami e dipendenze che comportano, lo schieramento affettivo (appreso dal Maestro) con le folle dei poveri… inquieta il potere! Una chiamata simile a quella del profeta antico e che riproduce facilmente lo scontro con il potere, come previsto da Gesù: pochi anni e – appena apriranno bocca nella missione definitiva si accorgeranno della discriminante “repellente che ha il potere verso Amos ed ogni profeta: vattene, veggente, ritirati… a profetizzare da un’altra parte… perché questo è il santuario del re!” E anche loro troveranno la risposta radicale del profeta che non si vende: meglio obbedire a Dio piuttosto che agli uomini!
Ordinò che non prendessero nulla per il viaggio
Ecco perché Gesù esige uno stile ed una radicalità di disimpegno dai lacci che legano al potere, al denaro, alle convenzioni del consenso socio politico, che sembra ingenuo o poetico o utopistico. Non portate nulla, perché tutto ciò che hai in più, ti divide dall’altro. Tutto ciò che hai di troppo (su cui il potere ti gioca, perché te lo può concedere, lasciar o togliere…) è pericoloso… pane, bisaccia, soldi, vestiti. Il problema si è immensamente complicato oggi – pur rimanendo limpide, incontestabili… e drammatiche queste esigenze “evangeliche”, tuttora inseparabili dal messaggio e dal contenuto del messaggio che è il Regno. È una povertà che è fede, libertà e leggerezza. Un messaggero carico di bagagli, che s’illude possano servire per spiegare e convincere meglio… sarà invece paralizzato o impedito o invischiato dall’ambiguità dei mezzi stessi a cui si affida, incapace di cogliere la novità di Dio e abilissimo nel trovare mille ragioni di comodo per giudicarli irrinunciabili. Scordandosi della forza interna della Parola, che si diffonde solo se chi la porta è testimone appassionato e capace di rischiare la vita, le risorse e il futuro … perché il suo riferimento propulsore è il Signore, non qualche proprio progetto o vantaggio o interesse. E lo Spirito che compie le parole dette!
Entrati in una casa lì rimanete! La missione non tende a formare funzionari di Dio o adepti sottomessi ad una nuova religione, quanto seguaci di Gesù, animati dal dinamismo dello Spirito… per affrontare ogni sofferenza che opprime la gente. Loro compito è annunciare e liberare dalla catene esteriori e interiori e poi guarire, dunque creare dilatazione di umanità e comunione… Il loro approdo, nei centri di convivenza della gente, città e villaggi, è la casa: il luogo della vita più normale, dove, dentro e attorno, l’uomo “sta”, lavora, ama, soffre, accoglie e tramanda vita, speranza e dolore. Il nuovo progetto di missione privilegia dunque quella che noi chiamiamo inculturazione a livello di base, seminando il vangelo nel cuore delle culture e dei tessuti umani, ben attenti ad accogliere la sfida dell’alterità. Che vuol dire di ciò che lo Spirito farà nascere… accudendo i germogli che spuntano e crescono, ma lasciando che siano nuovi e diversi frutti dello stesso vangelo, nelle più svariate situazioni umane, come si vedrà negli Atti degli apostoli, quando avranno ben imparato.-
...dentro un disegno d’immensa benevolenza
Ma c’è anche un altro aspetto che Gesù ci ricorda: l’atmosfera «drammatica» della missione. Il rifiuto è previsto: la parola di Dio è efficace, ma a modo suo. Il discepolo deve proclamare il messaggio e in esso giocarsi completamente, ma deve lasciare a Dio il risultato. Al discepolo è stato affidato un compito, non garantito il successo, e la sofferenza e il rifiuto non ci sono risparmiati. Non si spegne però in cuore, anzi si radica e prende forza, la consolante speranza che il Regno comunque sta venendo e, man mano che secondo le nostre povere possibilità, qualcosa ci spendiamo… qualche barlume di esperienza per confortarci ci è dato… E scopriamo di essere un piccolo frammento di un disegno immenso di benevolenza che il Padre ha riversato su di noi con ogni sapienza e intelligenza, per realizzare l’obiettivo di cui misteriosamente siamo parte viva : ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra… in attesa della piena redenzione di coloro che Dio si va conquistando.
giovedì 9 luglio 2009
La relazione che si auto-testimonia nella trasparenza di un cuore nuovo
Tale confronto rimanda immediatamente ad una serie di problematiche che non possono essere censurate se si vuole – almeno un po’ – addentrarsi nella logica dei testi. E le questioni sono principalmente queste: Perché la storia del rapporto tra Dio e l’umanità è segnata da un’elezione (prima un popolo, poi singoli uomini)? Come si concilia questa evidenza con l’altrettanto certa affermazione dell’amore universale di Dio? Perché, invece che in questo modo, Dio non ha provveduto a una comunicazione generale di sé, invece di compromettersi con delle elezioni, che – poi si sa – sul piano umano vanno sempre a finire in accaparramento di privilegi, commistioni col potere, discriminazioni tra fratelli?
Quest’ultima domanda – spero evidentemente – lungi dal volere “consigliare” Dio sul da farsi, è posta volutamente in modo forzoso: essa infatti presuppone tutto un modo di pensare Dio, l’umanità, gli inviati, le rivelazioni, che invece è ciò che precisamente va messo in discussione per rispondere adeguatamente alla domanda sull’intelligenza della storia della salvezza e dunque su quel pezzettino di essa che a noi compete.
Cosa voglio dire?
Che abitualmente il rapporto uomo-Dio è pensato più o meno in questi termini: c’è Dio (che è onnipotente, infinito, eterno, buono, padre, uno e trino, ecc, ecc, ecc) – senza capire bene cosa vogliano dire tutti questi aggettivi, soprattutto insieme (cfr. la mai risolta questione del rapporto tra onnipotenza di Dio – sua incontrovertibile bontà – eppure la presenza del male nel mondo) – c’è l’uomo (che è finito, limitato, però insomma un po’ capace di fare, disfare, “stare al mondo”, ecc…) e poi c’è il loro rapporto, con Dio che comunica all’uomo una serie di verità, di consigli per vivere, di prescrizioni per il bene comune e l’uomo che cerca di metterle in pratica, più o meno come gli riesce, chiedendo ogni tanto qualche aiuto dall’Alto, anche quando si è comportato male (e pensava: tanto Dio è lassù), che poi si sa, Dio perdona tutti (o quasi). In questo modo di pensare, i cosiddetti “inviati” sono sostanzialmente coloro che fanno da tramite, che – non si sa bene perché (prima si credeva perché erano più bravi, poi ci si è accorti che non era vero) – hanno in mano più di altri queste “verità”, questi modi corretti di comportarsi e atteggiarsi per piacere a Dio e così lo comunicano agli altri, orchestrandone il rapporto col divino e la condotta morale.
Evidentemente (spero), questa descrizione è un po’ caricaturale, ma a me pare molto presente nella nostra mentalità di cristiani del 2000: e non solo fra i bistrattati “cristiani medi”, sempre così sarcasticamente e bonariamente dipinti come “poveri sempliciotti” dai loro pastori, ma anche nell’imprinting di tanti che sono (o si sentono) “un po’ sopra la media” – siano essi profeti o apostoli…
Mi riferisco in particolare al fatto che questo schema – semplice e chiaro, e perciò iper-sfruttato – del piano di Dio (su), piano dell’uomo (giù), mediatore (in mezzo), ce l’abbiamo talmente stampato dentro che – solo sforzandoci – riusciamo a pensare altrimenti: cosa che invece è necessaria perché a ben guardare, per quanto di immediata comprensione, questo schema è inadeguato a dire l’esperienza umana nella sua relazione con Dio. Per esempio rimane fuori la figura di Gesù: dove lo collochiamo in questo schema? È lui il mediatore che sta a mezza via tra l’umanità e la divinità? Ma questa oltre che essere un’eresia (cfr. il Concilio di Calcedonia), è una risposta che non risolve, ma complica: perché a questo punto, dove li mettiamo gli altri mediatori? Un po’ più sotto? Ma se c’è già Gesù, cosa ce ne facciamo degli altri? Se invece servono anche gli altri, allora vuol dire che Gesù non è bastato? Ma anche qui cadiamo nell’eresia…
Soprattutto il problema emerge nel confronto con i testi biblici: essi, a parte non presentare mai uno schema generale che racchiuderebbe un tentativo di organizzazione della realtà, fanno sempre riferimento a un rapporto personale, esistenziale, addirittura affettivo, non monolitico, freddo e catalogante come quello precedente… Anche questo noi ce l’abbiamo dentro: non a caso le cose che ci piacciono di più – parlando di vangelo – sono le riflessioni esistenziali, che vanno a prenderci nella pancia, che ci fan scappare qualche lacrima, che toccano qualche corda realmente scoperta del nostro vivere…
Ma anche questa è una conferma di quanto si diceva in precedenza (la separazione dei piani ce l’abbiamo dentro): Perché se diciamo “Dio” ci viene in mente tutto un impianto metafisico, l’eterno, l’immutabile, qualcuno che sta lassù nei cieli, con una terribile sensazione di lontananza, freddezza, in ultima analisi inutilità (che però non ammettiamo perché un po’ di paura ce la fa ancora), e se diciamo “Gesù che si fa piangere addosso da una donna” subito ci si accende l’antenna dell’orecchio e soprattutto del cuore?
La tematica degli “inviati” porta qua a queste questioni radicali del pensar Dio, l’uomo, la vita… perché poi dietro a un’impostazione mentale, a cascata, vengon dietro tutti i nostri modi di pensare, i criteri per giudicare, le modalità per decidere, le superstizioni, gli atteggiamenti, ecc… Un esempio? Se Dio è lassù nei cieli e io quaggiù sulla terra, vuol dire che nell’aldiqua sono autonomo, lo gestisco io, lo organizzo secondo i criteri di ragione (cercherò il bene per me e per i miei figli), cercando di fare il meno male possibile, e pregando che mi vengano rimesse le colpe, quando esse saranno inevitabili per salvaguardare il mio interesse. Per il resto qua io, là Dio.
Sarebbe interessante ripercorrere le radici storiche di questo slittamento che la mentalità cristiana ha percorso in 2000 anni di storia (anche se ne sono bastati molti meno per arrivare a questi esiti), ma qui mancano sia lo spazio che il tempo… Molto più urgente allora diventa il confronto coi testi, con la rivelazione attestata di Dio, perché entrando dentro ad essa possiamo ragionare con la logica loro propria e non con una nostra riflessione (staccata) su di essa: come dice Beauchamp infatti «non è giusto che cambiamo il nostro parere sulla Bibbia? Se fossimo interrogati, non esiteremmo a rispondere che la Bibbia è la storia sacra, pensando a una serie ben nota di interventi straordinari operati da Dio, con la conseguenza, una volta posti di fronte a questa serie, di sentire invincibilmente lontano quello che essa racconta. Lontane da noi la vocazione di Abramo, la rivelazione di Mosè, la Pasqua dell’esodo. In questa maniera la Bibbia finisce per ridursi, nella nostra immaginazione, a un libro che narra fatti meravigliosi lontani nel tempo; essa talvolta, ci dà perfino l’impressione che essi siano presenti. I bambini, almeno durante un breve periodo dei loro primi anni, sono soggetti all’illusione che quello che si racconta loro sia immediatamente attuale. La Bibbia, quando si conosce male, si riduce a questo schermo dell’infanzia sul quale proiettano delle immagini».
In realtà la giusta prospettiva con cui approcciarsi ai testi è quella che lo stesso Autore suggerisce specificamente per i Salmi: «Se i salmisti parlano, se hanno qualcosa da dire, è perché è successo loro qualche cosa. Anche quando si tratta di un evento felice, è difficile che questo non sia preceduto, accompagnato, seguito da prove e da pericoli. Molte volte, quello che succede e induce un uomo a parlare è il fatto di essere stato colpito, scosso o costernato da un pericolo più forte di lui, il quale minaccia la vita e la ragione di vita. Non avremmo i Salmi se i loro autori non fossero passati attraverso ciò, vedendo da vicino la morte».
Ecco perché il giusto modo per leggere le Scritture è quello di entrarci dentro: non immediatamente cioè tirarne fuori un senso o un insegnamento, ma abitarle, almeno per un po’… in modo tale che quelle storie diventino le nostre storie, quelle dinamiche sottese, le nostre dinamiche, quegli interstizi, i nostri. Ciò che esse propongono infatti non sono generalizzazioni (non si trova mai una ricetta e a volte le soluzioni di fronte a problemi simili, sono diverse): piuttosto si parla di singoli, di individui, di storie personali. Si potrebbe dire che la Bibbia è la narrazione del rapporto con Dio di alcuni uomini (specifici), di un popolo (specifico). È la storia non dell’Uno o degli altri, ma della loro relazione.
Per questo lo schema precedente (quello della separazione tra piano umano e piano divino) oltre a non essere adeguato a dire il reale, non può neanche essere detto fondato biblicamente. Perché dal testo biblico si parte sempre dal rapporto, in qualche modo “già dato”: biblicamente l’uomo non è mai pensato senza Dio, ma anche viceversa, Dio non è mai raccontato senza l’uomo.
In questo senso anche la narrazione delle elezioni (del popolo, dei profeti, fin agli apostoli) non è messa per iscritto per promuovere uno schematismo pratico (Dio ha voluto che alcuni fossero privilegiati, che ci fossero ruoli istituzionali, che qualcuno fosse più importante di qualcun altro, che sapesse più “cose di Dio” degli altri…), ma sta ad indicare la storia del rapporto di uno con Dio (e non con le “verità” su Dio!): ma ancora, non nel senso di un modello, di un prototipo, che tutti gli altri dovrebbero imitare o a cui dovrebbero rifarsi… ma perché vedere la realizzazione di tale relazione in uno conferma tutti della sua percorribilità (personale! Cioè solo sua, singolarissima, di ciascuno).
Per questo l’inviato gode sì di una sorta di privilegio (parla le parole di Dio, perché parla con Dio e allora le parole dell’uno diventano le parole dell’altro), ma perché in lui – e non solo e non tanto grazie a lui – quella stessa parlabilità con Dio sia dischiusa a tutti.
Interessante infatti che Gesù mandi i Dodici ma non li accompagni: al di là della banale spiegazione per cui si tratterebbe di una prova generale per il tempo post-pasquale, o della vera ma riduttiva interpretazione secondo cui qui si espliciterebbero le indicazioni pratiche per i predicatori post-pasquali, in realtà qui c’è in gioco la trasparenza della trasformazione che la relazione a Dio (in Gesù) attua nella singolarità dell’uomo. Vedendo loro in quel modo e ascoltandoli nel dire che quel modo gli si è dischiuso nel rapporto a Gesù, il Cristo, ognuno può credere come possibile per lui quell’esperienza di salvezza.
Ecco perché chiunque incontra il Signore non può non essere testimone: perché – se l’incontro è reale – mostra da sé la sua trasparenza, nel cambiamento sostanziale del cuore dell’uomo… Ed ecco perché a due a due… Perché ciò che si “auto-testimonia” è la qualità di una relazione!
Forse che la nostra scarsa incisività testimoniale dipenda dalla nostra scarsa relazione a Dio e ai fratelli?
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mercoledì 8 luglio 2009
Dio e Mammona
Due fatti, due parole, due giudizi, due "segni"... apparentemente scollegati tra di loro ma che la sapienza dell'uomo ha il dovere di collegare per porsi delle domande su dove stiamo andando, su cosa stiamo diventando......A voi i giudizio! (le sottolineature sono mie)
La giustizia degli uomini
NAPOLI - Aveva rubato un pacco di wafer da 1,29 euro in un discount ed è stato condannato a tre anni di reclusione. Salvatore Scognamiglio, 40 anni, non ha potuto beneficiare dell'attenuante del danno lieve per gli effetti della legge Cirielli che ha introdotto un giro di vite per i recidivi.
La sentenza è stata emessa [...] al termine di un breve dibattimento che era stato chiesto dal pm nelle forme del giudizio immediato. Assistito da un difensore di ufficio, l'imputato - che per questa accusa si trova agli arresti domiciliari - non ha chiesto l'adozione di riti alternativi come patteggiamento o rito abbreviato che avrebbero determinato una pena più lieve.
Scognamiglio è stato riconosciuto responsabile di rapina impropria [...] "Mi vergogno, avevo fame...", si è giustificato Scognamiglio, che è tossicodipendente e che in passato ha già riportato condanne per piccoli furti.
Il giudice, in base alle norme sulla recidiva della Cirielli, che non consente in questi casi di concedere le attenuanti (generiche e danno lieve) prevalenti, gli ha inflitto tre anni di reclusione, il minimo consentito dalla legge.
La giustizia del Vangelo
Cari fratelli e sorelle!
La mia nuova Enciclica Caritas in veritate, che ieri è stata ufficialmente presentata, si ispira per la sua visione fondamentale ad un passo della lettera di san Paolo agli Efesini, dove l'Apostolo parla dell'agire secondo verità nella carità: "Agendo - lo abbiamo sentito ora - secondo verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa tendendo a Lui, che è il capo, Cristo" (4, 15). [...]
L'Enciclica richiama subito nell'introduzione due criteri fondamentali: la giustizia e il bene comune. La giustizia è parte integrante di quell'amore "coi fatti e nella verità" (1 Gv 3, 18), a cui esorta l'apostolo Giovanni (cfr. n. 6). E "amare qualcuno è volere il suo bene e adoperarsi efficacemente per esso. Accanto al bene individuale, c'è un bene legato al vivere sociale delle persone... Si ama tanto più efficacemente il prossimo, quanto più ci si adopera" per il bene comune. Due sono quindi i criteri operativi, la giustizia e il bene comune [...] "È questa la via istituzionale... della carità" (cfr. n. 7).
[...] La situazione mondiale, come ampiamente dimostra la cronaca degli ultimi mesi, continua a presentare non piccoli problemi e lo "scandalo" di disuguaglianze clamorose, che permangono nonostante gli impegni presi nel passato. Da una parte, si registrano segni di gravi squilibri sociali ed economici; dall'altra, si invocano da più parti riforme non più procrastinabili per colmare il divario nello sviluppo dei popoli. Il fenomeno della globalizzazione può, a tal fine, costituire una reale opportunità, ma per questo è importante che si ponga mano ad un profondo rinnovamento morale e culturale e ad un responsabile discernimento circa le scelte da compiere per il bene comune. Un futuro migliore per tutti è possibile, se lo si fonderà sulla riscoperta dei fondamentali valori etici. Occorre cioè una nuova progettualità economica che ridisegni lo sviluppo in maniera globale, basandosi sul fondamento etico della responsabilità davanti a Dio e all'essere umano come creatura di Dio.
L'Enciclica certo non mira ad offrire soluzioni tecniche alle vaste problematiche sociali del mondo odierno - non è questa la competenza del Magistero della Chiesa (cfr. n. 9). Essa ricorda però i grandi principi che si rivelano indispensabili per costruire lo sviluppo umano dei prossimi anni. Tra questi, in primo luogo, l'attenzione alla vita dell'uomo, considerata come centro di ogni vero progresso; il rispetto del diritto alla libertà religiosa, sempre collegato strettamente con lo sviluppo dell'uomo; il rigetto di una visione prometeica dell'essere umano, che lo ritenga assoluto artefice del proprio destino. Un'illimitata fiducia nelle potenzialità della tecnologia si rivelerebbe alla fine illusoria. Occorrono uomini retti tanto nella politica quanto nell'economia, che siano sinceramente attenti al bene comune. In particolare, guardando alle emergenze mondiali, è urgente richiamare l'attenzione della pubblica opinione sul dramma della fame e della sicurezza alimentare, che investe una parte considerevole dell'umanità. Un dramma di tali dimensioni interpella la nostra coscienza: è necessario affrontarlo con decisione, eliminando le cause strutturali che lo provocano e promuovendo lo sviluppo agricolo dei Paesi più poveri. Sono certo che questa via solidaristica allo sviluppo dei Paesi più poveri aiuterà certamente ad elaborare un progetto di soluzione della crisi globale in atto. Indubbiamente va attentamente rivalutato il ruolo e il potere politico degli Stati, in un'epoca in cui esistono di fatto limitazioni alla loro sovranità a causa del nuovo contesto economico-commerciale e finanziario internazionale. E d'altro canto, non deve mancare la responsabile partecipazione dei cittadini alla politica nazionale e internazionale, grazie pure a un rinnovato impegno delle associazioni dei lavoratori chiamati a instaurare nuove sinergie a livello locale e internazionale. Un ruolo di primo piano giocano, anche in questo campo, i mezzi di comunicazione sociale per il potenziamento del dialogo tra culture e tradizioni diverse.
Volendo dunque programmare uno sviluppo non viziato dalle disfunzioni e distorsioni oggi ampiamente presenti, si impone da parte di tutti una seria riflessione sul senso stesso dell'economia e sulle sue finalità. Lo esige lo stato di salute ecologica del pianeta; lo domanda la crisi culturale e morale dell'uomo che emerge con evidenza in ogni parte del globo. L'economia ha bisogno dell'etica per il suo corretto funzionamento; ha bisogno di recuperare l'importante contributo del principio di gratuità e della "logica del dono" nell'economia di mercato, dove la regola non può essere il solo profitto. Ma questo è possibile unicamente grazie all'impegno di tutti, economisti e politici, produttori e consumatori e presuppone una formazione delle coscienze che dia forza ai criteri morali nell'elaborazione dei progetti politici ed economici. Giustamente, da più parti si fa appello al fatto che i diritti presuppongono corrispondenti doveri, senza i quali i diritti rischiano di trasformarsi in arbitrio. Occorre, si va sempre più ripetendo, un diverso stile di vita da parte dell'umanità intera, in cui i doveri di ciascuno verso l'ambiente si colleghino a quelli verso la persona considerata in se stessa e in relazione agli altri. L'umanità è una sola famiglia e il dialogo fecondo tra fede e ragione non può che arricchirla, rendendo più efficace l'opera della carità nel sociale, e costituendo la cornice appropriata per incentivare la collaborazione tra credenti e non credenti, nella condivisa prospettiva di lavorare per la giustizia e la pace nel mondo. Come criteri-guida per questa fraterna interazione, nell'Enciclica indico i principi di sussidiarietà e di solidarietà, in stretta connessione tra loro. Ho infine segnalato, dinanzi alle problematiche tanto vaste e profonde del mondo di oggi, la necessità di un'Autorità politica mondiale regolata dal diritto, che si attenga ai menzionati principi di sussidiarietà e solidarietà e sia fermamente orientata alla realizzazione del bene comune, nel rispetto delle grandi tradizioni morali e religiose dell'umanità.
Il Vangelo ci ricorda che non di solo pane vive l'uomo: non con beni materiali soltanto si può soddisfare la sete profonda del suo cuore. L'orizzonte dell'uomo è indubbiamente più alto e più vasto; per questo ogni programma di sviluppo deve tener presente, accanto a quella materiale, la crescita spirituale della persona umana, che è dotata appunto di anima e di corpo. È questo lo sviluppo integrale, a cui costantemente la dottrina sociale della Chiesa fa riferimento, sviluppo che ha il suo criterio orientatore nella forza propulsiva della "carità nella verità". Cari fratelli e sorelle, preghiamo perché anche questa Enciclica possa aiutare l'umanità a sentirsi un'unica famiglia impegnata nel realizzare un mondo di giustizia e di pace. Preghiamo perché i credenti, che operano nei settori dell'economia e della politica, avvertano quanto sia importante la loro coerente testimonianza evangelica nel servizio che rendono alla società. In particolare, vi invito a pregare per i Capi di Stato e di Governo del g8 che si incontrano in questi giorni a L'Aquila. Da questo importante summit mondiale possano scaturire decisioni ed orientamenti utili al vero progresso di tutti i Popoli, specialmente di quelli più poveri. Affidiamo queste intenzioni alla materna intercessione di Maria, Madre della Chiesa e dell'umanità.
domenica 5 luglio 2009
venerdì 3 luglio 2009
Perché non possiamo più dirci italiani
Leggendo i giornali in questi giorni, si ha come l’impressione che l’Italia non esista più…Quel patto sociale che ci teneva uniti e che ci costituisce Nazione si è sfaldato da tempo ed ora sembra giungere al capolinea.
La verità e il bene comune non sono più il criterio ultimo dell’agire politico-economico-religioso.
Tanti, troppi sono gli episodi che mostrano chiaramente il venir meno di questo patto di solidarietà di una società che rifiuta di crescere aprendosi al futuro accettandone i rischi (ma non dicevano i liberisti che senza rischio non c’è impresa?) per rifugiarsi invece nelle false sicurezze di un passato che perché passato non può che comunicare il proprio essere trapassato…
L’impressione che se ne ricava è un “fuggi-fuggi”, un “si salvi chi può” mentre la barca sta inesorabilmente affondando… La stazione di Viareggio è solo l’immagine visibile, di ciò che quotidianamente accade nel nostro Paese: ciascuno pensa per sé, ad accumulare per sé e per i propri amici e per gli amici degli amici…
Qualche episodio a caso?
Leggete questo articolo del Corriere: il criterio di giudizio, non è più la verità di un rapporto, di un ruolo istituzionale, il criterio è: «se lo hai fatto tu, posso farlo anche io!». Un partito fa una cosa? Allora ci si sente autorizzati a fare altrettanto, poco importa se sia bene o giusto… I festini di Berlusconi? Ma li fanno anche gli altri! La lottizzazione della Rai? C’è sempre stata! I respingimenti? Ma anche a sinistra li hanno fatti! La clandestinità è un crimine? Anche all’estero fanno altrettanto! Insomma, «Le tue malefatte giustificano le mie»… Come se la menzogna dell’altro annullasse la propria!
Che cosa c’è da leggere ancora di questa legge “immonda”? Una volta affermato il principio disumano, poco importa come lo si addolcisce: la merda resta merda, nonostante il profumo di parole che ci si sparge sopra! Un cristiano dovrebbe vergognarsi di pensarle certe cose, figurarsi poi se le fa diventare leggi! A Gesù Cristo cosa si dirà? Che le sue parole nel Vangelo non contano niente perché non sono state dette dal Vaticano? O ci si gongolerà coi sofistici distinguo dell’Azzeccagarbugli di turno su quali sono le parole “ufficiali” della Santa Sede? Se è per questo anche quelle del Vaticano non sono quelle di Gesù Cristo! E se un cristiano non sa quali prevalgono si illude se spera nella propria salvezza…
Se poi si gioca con le parole, allora vuol dire che la dignità è calpestata da tempo… Nessuno Stato può creare delle leggi per violare delle leggi, nemmeno le dittature – che infatti si creano delle leggi ad personam – figurarsi il Vaticano! Se uno conosce il significato della parola clandestino non fa fatica a capire che nessuno Stato al mondo fa entrare i clandestini: non si chiamerebbero clandestini! Ma un conto è fare rispettare le leggi e la legalità, un altro è calpestare le ragioni per cui le leggi e la legalità esistono: la giustizia vera e per tutti! E cercare di assecondare le esigenze di coloro che le leggi loro malgrado non sono in grado di rispettarle è compito della giustizia propria di uno “Stato di diritto”! Uno Stato che approva leggi che, invece di accoglierle, criminalizzano le vittime della nostra voracità coloniale è uno Stato immorale e criminale! Anche se si chiama Gran Bretagna o Francia o Italia o Spagna – con o senza Zappatero! Non solo li riduciamo in miseria riducendoli alla fame e quant’altro, corrompendo i loro governi e sfruttando le loro ricchezze, ma li sbattiamo in galera se cercano di fuggire dalla miseria a cui noi li abbiamo ridotti! Più immorali di così si muore: si vede proprio che noi europei siamo figli di negrieri!
Ecco il vero relativismo! Non più i valori della persona – e le sue lacrime - come assoluto, persino di Dio (ma lo leggiamo il Vangelo?); non più il bene – e le sue ferite - di questo disgraziato pianeta (ma la leggiamo la Bibbia?); non più la ricerca autentica di ciò che è bene, vero, giusto per tutti (ma li leggiamo i documenti del Magistero che sono “parola ufficiale della Santa Sede”?)! Ma alleanze; corporazioni; lobby; opportunità… Apparenza senza sostanza?… Peggio! Quando non ci si preoccupa più nemmeno di salvare l’apparenza siamo allo sfascio, al decadimento di una nazione, allo sfaldamento di un patto di convivenza civile, all’immoralità fatta sistema!…
Basta entrare in un ospedale o salire su un treno o su un taxi o entrare in un ufficio o avere bisogno per qualche ragione dello “Stato” e dei suoi cittadini… per accorgersi di tutto questo, per accorgersi che lo Stato non c’è più, se non per battere cassa – elettorale o tributaria – per usarti!… e ti senti come un estraneo tra gente che credevi se non amici, almeno non nemici… e ti senti servo invece di essere servito… prigioniero di un sistema che si alimenta della tua umiliazione… E poi c'è chi si giustifica parlando di diffusa antipolitica... La vera antipolitica la fanno coloro che non si occupano del bene della polis!
Tassisti, notai, avvocati, professori universitari, medici, sono solo alcune delle categorie che solo a pronunciarle si trasformano in incubi… Gli onesti, oramai, sono dei martiri!
Per non parlare delle Banche e delle schifezze che ci fanno mangiare quelli dell’industria alimentare…
Se la mafia, come diceva il card. Pappalardo, è un modo di pensare prima che un’associazione a delinquere, questa è “mafia”… È come se tutta una nazione ne avesse assunto lo schema mentale di fondo… Quando leggo sui giornali che è stato sgominato un clan mafioso, mi vengono i brividi: lo Stato lo ha sconfitto perché lo combatte o perché ne ha integrato la mentalità? …
È come se tutto fosse diventato un “interesse privato in atti d’ufficio”… per questo la corruzione e l’evasione fiscale sono inarrestabili… Non sono le tasse che sono troppo alte, è il senso comune che è troppo basso! Il resto poi…
Il Parlamento? Sembra più una fabbrica di ingiustizie, che un luogo dove si cerca “prima di tutto la giustizia” se non del “Regno di Dio”, almeno degli uomini, del Paese o di quel che ne rimane… Così, l'anfiteatro della politica diventa l’arena dell’antipolitica... Il luogo per eccellenza della democrazia, diventa il laboratorio del suo disfacimento… Perché la democrazia è ancora questo: il potere è nelle mani del popolo che lo esercita anche attraverso i suoi rappresentanti… Ebbene qui c’è una diabolica originalità: Se le dittature “classiche” si fondano sulla sottrazione di questo potere al popolo, per darla a uno solo che decide per tutti… oggi il metodo è più subdolo e perverso, non si sottrae più il potere al popolo, si “sottrae” il popolo, disfacendone il tessuto che lo costituisce tale, la solidarietà! In fondo è questa la mentalità del leghismo: dividi gli italiani in lombardi, veneti, terroni… togli cioè il demo, il popolo, e otterrai automaticamente la crazia, il potere da gestire in conto proprio! Le leggi e i decreti di attuazione di questa mentalità sempre più maggioritaria non sono altro che la sua pianificazione… No! non è fascismo, è molto peggio, è il suicidio di un intero popolo attraverso la morte della sua millenaria cultura nata da infiniti incroci etnici e culturali, razziali e religiosi… È l’eclissi di un popolo, sradicandone i fondamenti della sua stessa ragion d’essere! Una forma di democraticidio attraverso un genocidio culturale. Nazionalismo senza Nazione! E osano parlare di «Leggi per il bene degli italiani»! Quali italiani? Con queste leggi si sta distruggendo la possibilità stessa di definirsi tali!
Altro che radici cristiane! Ironia della sorte, per paura di perdere i valori cristiani stanno uccidendo persino quel poco di cristiano che c’era nelle nostre istituzioni… Come in ogni totalitarismo: destinati a regnare su un mucchio di ceneri!…
E la Corte costituzionale? L’impressione è che sia più una Coorte d’altri tempi, con stipendi e privilegi e amicizie che la sensibilità odierna (anche di ieri per la verità!), rifiuta come offensive della dignità di un uomo “per bene”, figurarsi di un giudice “sopra le parti”… Certo che i “poteri” devono pur dialogare e incontrarsi, ma ci sono sedi opportune alla luce del sole dove questo può e deve essere fatto senza anche lontanamente dare l’impressione di essere “di parte”. Se non altro fatteci vedere che vi sforzate di esserlo! Mentre ora si ostenta il non esserlo! Perché così fan tutti? Ma è proprio per questo che non va fatto!
Altro che abbassare i toni! Non sono ancora sufficientemente alti! Si ha paura “della cattiva immagine” ignorando che l’immagine si può migliorare solo cambiandola, non nascondendola con un velo! Ecco il vero scandalo: non denunciarli, gli scandali! e volerli coprire, seppur provvisoriamente, per opportunità politica, diplomatica, istituzionale o qual si voglia altra ragione… È come voler rimandare la cura a dopo… nel frattempo il malato ci muore tra le dita… Si avranno mille ragioni, ma nessuna è tanto vera come quella della verità! E la verità la si difende rivelandola! Che guarda caso è esattamente l’opposto - non solo etimologico - di ipocrisia! E la giustizia per sua natura esiste là dove la si attua, non dove “la si rimanda”! Verità e giustizia sono parte integrante della “res publica”, senza le quali non c’è convivenza civile e valori costituzionali che tengano. E se non si è “garanti” di ciò, di cosa si è garanti? Si attui verità e giustizia e ci sarà pace e i “toni” si abbasseranno: ma non si può domandare a chi si vede cavare la dignità di non gridare dal dolore, usassero almeno l’anestetico!… Abbassare solo i toni, serve all’autarchia ad innalzare il proprio potere che indisturbato si crogiola nella menzogna e nell’ingiustizia che queste sì divorano la pace!
L’Italia di oggi? Una succursale di Rebibbia! Dove non puoi fare un gesto senza pagarne il corrispettivo… Dove se provi a dire qualcosa, se provi a domandare giustizia per tutti anche per lo straniero, sei disfattista, qualunquista, cattocomunista, persino “pessimista”… E se provi a non essere ipocrita, a non nascondere la verità dietro una maschera di perbenismo? Pura intimidazione! Chissà cosa direbbe questa gente leggendo certe espressioni di Gesù nel Vangelo, tipo “Guai a voi…”! L’avrebbero arrestato per intimidazione? Sicuramente!
E ci si chiede pure di “abbassare i toni”!
In tutta buona coscienza questi giudici, questi politici, questi economisti, si rivoltano nel fango dell’apologia della propria menzogna… Chissà con quale vangelo se la sono formata! Il bene comune avrebbe dovuto educarli almeno a questo: se non è comune non è bene!
Invece l’incuria generale, che si vede in ogni angolo della strada… dice oramai che siamo un popolo che è passato dal “fai da te” al “fai per te”… nell’illusione di potersi salvare nel giardinetto di casa propria e con qualche zattera di un conto estero!
E in tutto questo, gli equilibrismi clericali di un episcopato incapace di essere coralmente annunciatore di una novità altra rispetto alla pulsione autodistruttiva di un popolo… E tutto quello che sanno dire è, diplomaticamente: “porterà molto dolore” o peggio “non basta all’ordine pubblico”… Non si è capace di dire che queste leggi sono una “schifezza immonda indegna di un popolo civile e degna solo per gente destinata alla discarica (Geenna) eterna”? o sa troppo di cristianamente profetico?
Siamo dunque, noi testimoni, destinati alla stessa sorte di Edith Stein? Che condivise i destini del suo popolo (è così che una massa di persone diventa “popolo”: quando qualcuno se ne sente parte e agisce di conseguenza), senza poter fare niente per cambiarli?… Con un’aggravante in più, ora, gli aguzzini, non appartengono “a un altro popolo” (almeno dal versante degli aguzzini in quanto gli ebrei si sentivano parte integrante del popolo che li perseguitava), ma al tuo, carne della tua carne e sangue del tuo sangue… Le mani “assassine” non sono quelle del nemico, ma di coloro che continuano a proclamarsi tuoi amici…
Sta accadendo l’inverosimile: gli italiani si stanno costruendo con le proprie mani, le leggi e i forni con i quali si inceneriranno da soli… Se non ci “cambieremo mentalità” (questa è la conversione), faremo – anzi la stiamo già facendo – la fine di Atlantide: la nostra grandezza ridotta a mitologia seppellita negli abissi della storia!
Il compimento della profezia cristiana

…si meravigliava della loro incredulità
Effettivamente quelli della cui incredulità Gesù si meraviglia, sono tutti ‘credenti’ in Dio, senza dubbi di fede, anzi stupiti della sua sapienza – ma per niente dubbiosi, però, della propria fede: di quale incredulità, dunque, si tratta? Quale fede gli mancava? Anche gli ascoltatori di Ezechiele , che il profeta apostrofa come testardi e ribelli alla voce di Dio, sono credenti. Eppure di loro Dio dice: … gli Israeliti non vogliono ascoltar te, perché non vogliono ascoltar me! Al centro delle letture di oggi (Ezechiele – Paolo – Gesù a Nazareth) c’è il conflitto strutturale tra il profeta che domanda un “nuovo affidamento” del cuore ad un “annuncio nuovo” dell’amore di Dio per il suo popolo (fede “evangelica”) – e i concittadini del profeta, con una fede “religiosa” (ereditata dai padri), diventata ormai elemento strutturante dell’assetto sociale del gruppo. Una fede che, proprio perché ha impregnato inscindibilmente le varie componenti ideologiche, politiche economiche della nazione, letteralmente “ha fatto il suo tempo”, cioè ha intriso l’epoca e la generazione di persone che l’hanno accolta, ma è divenuta ormai una prerogativa discriminante a custodia del potere teocratico dei “credenti”, che proprio per questo si sono induriti nelle loro posizioni che ormai sono “mondane”, se pure suffragate dalla fede!
Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito
Gesù stesso legge l’episodio di Nazareth non circoscritto al suo piccolo paese e alla sua esperienza personale, ma come segno del rifiuto dell’intero Israele e addirittura di ogni popolo: venne in mezzo ai suoi e i suoi non lo hanno accolto (Gv 1,11). Ancora una volta è qui sottesa la domanda centrale del vangelo di Marco: qual è l’origine di questa sapienza e di questa potenza? E cioè : Chi è quest’uomo? Le ragioni più profonde del cuore, affascinato dalla luce che emana da lui e dalle sue opere, farebbero dire: quest’uomo viene da Dio. Ma le ragioni del buon senso, del con/senso sociale che cementa la tribù, e in più, l’atavica amara sfiducia che niente di nuovo possa arrivare di più sicuro dell’ordine esistente, dicono il contrario: «Non è costui il carpentiere?». Questo è lo scandalo (cioè, l’inciampo) insolubile e inseparabile da Gesù stesso. Infatti la scelta di assumere “un’umanità” inserita nel normale contesto di un tessuto famigliare, lavorativo, popolare, in tutto simile agli uomini… è proprio il progetto salvifico del Padre: il cuore del Regno. D’ora in poi “credere in Dio” è affidarsi a questo volto d’uomo, che ravviva nei millenni il paradosso del cristianesimo, il paradosso dell’incarnazione: una presenza del Dio assoluto, (il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe… il Dio promesso a tutte le genti) senza nome, senza immagine - ma adesso “relativizzato” in un volto e in un messaggio, espressi in una cultura individuabile nei suoi confini (limiti) storici e culturali, cronologici e geografici, ben delineati quanto precari e transitori- ai quali affidarsi per una salvezza che è nata e cresciuta lì, ma li sorpassa e diventa “eterna”. Perciò contemporanea ad ogni generazione passata e futura (cfr Fil 2,7ss). Fino a porre, di fatto, ai nazaretani di ogni tempo (anche noi siamo della sua stessa patria umana e del suo villaggio globale) la sconvolgente inversione della domanda: credi che Dio è Gesù? Allora si capisce quanto fosse facile diventare non solo riluttanti, ma ostinati e testardi, … per non lasciarsi coinvolgere anima e corpo, idee e senso della vita – nella tensione insanabile della proposta evangelica, tra la sublimità dei segni, parole ed opere di questo Messia, e la debolezza sociopolitica del suo mite ed inerme progetto di salvezza dell’uomo e del mondo. Comincia da qui, e influenzerà pericolosamente la fede cristiana fino ad oggi, la reazione incontenibile di fronte a questa concretissima incarnazione: un processo storico, mai interrotto, partito dai suoi compaesani, e poi rispuntato in ogni chiesa. La tentazione, cioè, di “normalizzazione sacra” della tensione profetica del Cristo – il lento veleno di ri/divinizzazione dell’incarnazione (che è l’umanizzazione di Dio!), fino a renderla inutile (è il processo inverso alla dinamica della storia della salvezza: infatti rimanda al mittente il mistero dell’incarnazione sostanzialmente perché è troppo di disturbo dell’assetto storico socio religioso di un’epoca storica, faticosamente elaborato e consolidato e difeso… fino allo sterminio di chi osa insidiarlo.
Perché io non vada in superbia mi è stata messa una spina nella carne
…dentro tutto questo dramma, ecco infine la sofferenza di Paolo, anzi, prima, l’avventura personale di Gesù… e di ogni profeta. Esser profeti per i discepoli di Gesù non è presunzione! È dimensione essenziale del battesimo, purtroppo non a caso censurata! Perché il mestiere del profeta, suo malgrado, è mettere in conflitto permanente la coscienza ‘profetica’ con la coscienza religiosa stratificata nella società. Perciò, in prima battuta, il profeta è ben accolto dalla gente comune, poco ideologizzata e succube sofferente delle ingiustizie, ma è rifiutato dai capi, dai teologi, dai sacerdoti… cioè dal sistema. Il profeta è “necessariamente” perseguitato, perché non misura l’uomo secondo i criteri sociologici e gli equilibri fragili del potere nella tribù o nel paese, stabilizzati per la coesione del gruppo stesso. Ma misura l’uomo nella sua verità radicale assoluta (bisogni desideri diritti) ispirata solo alle idee e sentimenti… del Padre che è nei cieli. Per questo il cristiano/profeta denuncia ogni oppressione. E questo mette in crisi la visione culturale dominante, aprendola ad un assetto futuro diverso, a costo di apparire sovversivo! Ma il cristiano/profeta non è un nuovo maestro, è solo il testimone, oggi, del suo Maestro, che non si rivolge solo alla testa, ma propone il cambiamento della vita, del cuore, dei sentimenti: c’è infatti un solo modo storico di riconoscere e testimoniare la sua “divinità incarnata”: diventare oggi suoi discepoli! Cioè diventare, almeno un poco, profeti. E qui nasce il problema che mette a prova l’autenticità della fede in Gesù.
Ma non vi poté operare nessun prodigio…
Qui l’avventura del credente, di colui dunque che si è già sbilanciato per affidarsi alla “divinità” di Gesù il Cristo, s’imbatte in un dolore imprevisto. Il dolore di Gesù, del quale non aveva colto la ricaduta in chiunque crede in lui! Il dolore inconsolabile dell’uomo Gesù, che sente, soffre e piange la sua spina nella carne, la propria drammatica invincibile insufficienza “umana”a contenere, sanare, convincere, medicare l’immensa miseria degli uomini, che vagano come pecore senza pastore … Ma il profeta di basso profilo, quale siamo noi, a differenza di Gesù, annega nella fragilità senza fondo di una fede che si rivela sempre più immatura o comunque non del tutto pronta a portare la sofferenza, il conflitto, l’incomprensione … l’inadeguatezza della propria testimonianza. Perché i suoi puntelli erano ovviamente la condivisione, la stima, il sostegno del consenso di chi è “importante” nella nostra vita… e maschera l’inconsistenza della fede nuda. Il lumicino fumigante che ci rimane in cuore, acceso dalla amicizia per lui e poggiato sulla forza perdente del suo vangelo. Anche se non siamo perfetti e forse nemmeno tanto coerenti, né dobbiamo pretenderlo dagli altri, perché non è la nostra debole coerenza che ci salva.
«Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza».
Già Paolo si è scontrato con questo paradosso dell’impotenza (mondana) della fede! «I Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio»(1 Cor 1, 22s). Talora anche noi siamo talmente attenti a sottolineare l’incoerenza degli altri discepoli, nostri fratelli e sorelle, da farne degli antagonisti, fino a scordarci dell’essenza del Vangelo, che è venuto a togliere l’inimicizia… Talmente scandalizzati dai loro veri o presunti difetti da non voler aprirci al cuore dell’autenticità cristiana, per convincerci che l’essenziale non è la coerenza costi quel che costi, ma la misericordia. L’importante non è che l’altro colga il pezzo di verità sul quale io (profeta!) lo sfido oggi che io sia nel vero e lui fuori strada o viceversa… o un po’ per uno! Ma l’importante è, invece, la profezia suprema, quella che ha portato Gesù a donare la vita per noi e che ci ha così ‘profeticamente’ avvolti e lavati nella sua misericordia cieca – sicuro che questo bagno, soltanto, ci avrebbe aperto gli occhi a scoprire con infinita riconoscenza… il compimento della profezia cristiana.
Giovanni Vannucci, testimone della luce
… Quando parlava della sua scelta, diceva: “Il monaco cerca una dimensione differente da quella nella quale l’uomo vive abitualmente. Non per evadere, ma per ricaricare, per ridare alla vita quotidiana tutto il suo valore e tutta la sua forza”. E concludeva: “Il monaco è l’essere sensibile alla novità divina profonda e la vive come preannuncio e indicazione di cammino”. Quindi è sempre rivolto agli altri che devono percorrere il cammino e che sono in ricerca. Ecco, in questa funzione, è stato un apripista e quindi potremmo dire un profeta. Ma il profeta necessariamente si scontra con il presente. Non perché il profeta viva nel futuro: il profeta vive nel presente, solo che coglie nel presente quelle tensioni interiori che esigono l’ulteriore, l’oltre. Quindi, vivendo all’interno di questa tensione che egli coglie nel presente, perché è in sintonia con la Parola/Azione di Dio che opera qui ora, necessariamente si scontra con coloro che il qui e ora lo vivono in modo definitivo, lo considerano assoluto.
Tutte le strutture tendono a considerare il loro progetto, il loro modo di vedere le cose, l’esistente come definitivo. Soprattutto quelli che ne traggono beneficio, che hanno interesse nel prolungare il presente. Quindi è comprensibile che ci sia questo scontro, questo dissidio, vissuto a volte con sofferenza, certamente. Anche Giovanni Vannucci parla di questa sofferenza vissuta. Però è una sofferenza che diventa benefica, è una sofferenza che, se vissuta nell’orizzonte della fede, cioè come espressione dell’azione di Dio accolta, diventa feconda.
Il problema che si pone è: fino a che punto questa tensione deve essere portata avanti, in modo che sia feconda. Perché ci potrebbe essere la tentazione di rompere tutto per consentire al nuovo di emergere, come ci può essere la tentazione di rinunciare alla funzione profetica – come anche i profeti biblici, Geremia, lo stesso Isaia, hanno avvertito – per non dover soffrire, per non dover affrontare difficoltà. È lo stesso problema che Gesù ha affrontato, lo stesso problema della preghiera dell’orto di Gesù e delle sue scelte precedenti, dal momento della crisi fino alla decisione di salire a Gerusalemme. Si è posto certamente il problema: fino a che punto portare avanti la tensione, che conduce a una rottura col presente, in modo che l’azione resti feconda e non diventi distruttrice? Non c’è una risposta assoluta, non è che uno possa rispondere, ragionando, a questa domanda, restando cioè al di fuori delle situazioni concrete. Occorre avere, nella situazione concreta, quella capacità di preghiera, quella sintonia con la Parola/Azione di Dio – questo è il segreto – in modo da cogliere a che cosa questa conduce, in modo da poter compiere quella Parola, che certamente allora è feconda, cioè fa nascere il nuovo in modo positivo, senza distruggere la possibilità appunto dei cammini nuovi. Lui stesso lo dice: “Ogni periodo di smarrimento è segno di un avanzarsi della definitiva apparizione del Regno”. Ma deve apparire il nuovo. Ora, ci sono delle scelte fatte in nome del nuovo, cioè fatte in atteggiamento profetico, che in realtà poi impediscono al nuovo di fiorire. Quindi si tratta di avere questa sensibilità, di avere questa percezione di dove conduce la Parola, in modo da non distruggere l’embrione che sta preparandosi, il nuovo che sta emergendo.
C’era un’altra espressione che aveva utilizzato, quando diceva: “Occorre essere attenti alle vibrazioni, alla melodia del reale”: l’attenzione appassionata al mistero divino delle cose, delle situazioni che portano, sono gravide di questa Presenza, che però dev’essere curata attentamente, per evitare che diventi un aborto (per portare l’analogia a cui prima vi siete richiamati), cioè per evitare che il nuovo fallisca. Perché è possibile: non tutti i tentativi di Dio riescono nella storia, anzi, molti falliscono. Falliscono per precipitazione nostra, per resistenza… Ci sono le diverse tentazioni, ma dobbiamo riconoscere questa possibilità del fallimento.
Credo che quindi la risposta che tu cerchi non possa essere assoluta e generale, ma nei singoli casi deve tener presente questa possibilità di soffocare il nuovo che emerge con la fretta di volerlo fare nascere.
Voglio aggiungere un’ultima piccola cosa: Era una persona solare e trasparente: quello che egli viveva lo trasmetteva con la sua presenza. Per questo è un testimone. E di questi testimoni noi oggi abbiamo bisogno, cioè di persone che vivano così in sintonia con l’azione di Dio, con la Parola di Dio nella storia, da farla risuonare lì dove sono.
[Carlo Molari, passi scelti tratti da: cipax-roma]
giovedì 2 luglio 2009
Nemo propheta in patria
Questo ritorno – che anche letterariamente sembra una cesura, una parentesi – segna dunque come una pausa nel cammino in Galilea di Gesù, che peraltro riprende immediatamente già nell’ultimo versetto del nostro brano: «Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando». Eppure questa “pausa” non pare avere i contorni della riuscita… L’esito è deludente; nel parallelo brano di Luca addirittura tragico (cfr Lc 4,16-30).
Il brano non dice il perché di questa decisione di Gesù di tornare in patria e immaginare romanzescamente varie ipotesi vorrebbe dire forzare il testo. Sta di fatto che non emerge nessuna urgenza che possa aver determinato un impellente rientro, per cui pare proprio che a Gesù andasse – proprio come un fatto normale – di ripassare dalla sua terra natia.
Tant’è che si rimette a fare le cose “abituali”: di sabato va alla sinagoga – commenta Luca «secondo il suo solito». Eppure proprio lì «dove era cresciuto» qualcosa è cambiato. Il modo di porsi, meglio, il modo di essere di Gesù esce dai canoni consueti con cui fino alla sua partenza era stato guardato, non rientra più nell’ordine di misura (normale) con cui era da sempre stato valutato: non combacia più con l’etichetta con cui l’avevano sempre pensato: «il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone». E questo scarto tra idea di lui e lui suscita stupore («rimanevano stupiti») e addirittura scandalo («era per loro motivo di scandalo»).
E Gesù soffre di questo mancato riconoscimento, di questa mancata accoglienza di lui in nome di un’idea diversa di lui.
Fin qui l’episodio… onestamente abbastanza comune: a tutti è capitato di fare esperienza di essere letti a partire da una pre-comprensione piuttosto che dalla realtà di ciò che si è; un episodio che – se letto in termini edificanti – potrebbe anche aprire lo spazio a dissertazioni circa le problematiche odierne sulla nostra capacità come singoli e come società di accoglienza del diverso, ecc, ecc, ecc…
Eppure, tutta questa sensazione di ordinarietà, di esperienza comune ai più, lascia aperta una domanda più radicale, che qualsiasi riduzione di Gesù a semplice modello etico, elude, e cioè: Se si tratta di un’esperienza tanto normale, che si rifà in qualche modo a istanze antropologiche consuete (impossibilità di uscire dall’etichettamento come modalità iniziale di comprensione, necessità di superarlo, fatica ad attuare tale superamento, con i conseguenti stupori, scandali e – dall’altra parte – l’accorata meraviglia per il giudizio altrui), perché i primi cristiani hanno sentito il bisogno di narrarci questo fatto? Perché ha una valenza così significativa il fatto che Gesù venga rifiutato in patria? Verrà rifiutato anche dopo e in modo più radicale, dagli amici, dal suo popolo… Perché dunque non limitarsi a quei tradimenti, di portata di certo più consistente, e sottolineare anche questo che in prima battuta a noi sembra un episodietto, se non insignificante, almeno di una rilevanza piuttosto bassa?
Le risposte che a me sono venute in mente sono tre. Più che vere e proprio risposte sono tracce di riflessione…
La prima potrebbe essere sintetizzata nello slogan “Gesù è per la singolarità”. A ben guardare infatti la misura con cui i suoi compaesani misurano Gesù, non è un modo di procedere pensato per lui: è il modo normale di affrontare la realtà. Noi conosciamo sempre misurando ed etichettando. Non immediatamente in senso negativo, come se questo fosse un giudizio morale sul fatto che abitualmente si è pieni di pregiudizi nei confronti degli altri. Piuttosto nel senso che immediatamente è l’unico modo che abbiamo per approcciarci a ciò che dobbiamo conoscere – dentro e fuori di noi. Non a caso diamo un nome alle cose, tentiamo di delimitarle, con un concetto, una definizione, un giudizio: altrimenti non si potrebbe dire “Quella cosa lì è quella cosa lì”… Il punto è che però da questo approccio immediato al reale, è necessario poi muovere passi successivi. Questo etichettare infatti, è indispensabile, ma appunto ha sempre i tratti della misurazione, dell’universalizzazione, della generalizzazione: “Questo oggetto è una sedia”. Che è vero, ma rischia di perdere l’altro ineliminabile e altrettanto vero profilo: “Questo oggetto non solo è una sedia, ma è questa sedia”… Evidentemente, il rischio di rimanere imbrigliati nella mera conoscenza misurante, e dunque di perdere il secondo profilo (quello della singolarità: io non sono solo una donna, io sono questa donna), è tanto più pericoloso quando “oggetto” di conoscenza sono le persone… A me pare dunque che una prima risposta alla domanda del perché della sottolineatura di questo rifiuto di Gesù in patria possa andare proprio in questa direzione: perché come in tanti altri passi del Vangelo, in questo si vede in modo chiaro questo continuo rilancio dell’attenzione di Gesù per il singolo: Gesù non guarisce tutti i malati, ma questa donna emorroissa, questa ragazza figlia di Giairo; non comunica con l’uomo filosofico universale, ma parla con Pietro, con Giuda, con Caifa; ecc… allo stesso modo Gesù non è un nazareno, un falegname, ma è quella libertà storica particolarissima lì… che non ci sta dentro a un’etichetta, ma non perché era Dio (ovvio, a maggior ragione), ma perché nessuno ci sta e ci deve stare: questo è il suo grande comandamento sull’amore, questa è la grande prospettiva che emerge dal testo evangelico: la buona notizia è che Dio ama ciascuno dei suoi figli e vuole intessere con lui una relazione personale e unica, speciale e irripetibile, perché così è Dio, e perché così ha fatto l’uomo. L’uomo non è fatto per le standardizzazioni, non ci sta dentro, non si rende ragione di lui, pensandolo in questo modo… Ma questo prima che essere un’esortazione a imparare a uscire dalla logica della misurazione dell’altro per aprirci alla relazione vera, sempre esplosiva di novità e mai circoscrivibile, deve essere riconosciuta come l’autentica identità umana, l’adeguata dinamica che lo pensa e dunque che determina tutto una conseguente conversione dei canoni e dei criteri del nostro vivere: l’uomo non è mai prendibile; c’è un’irriducibilità che sempre viene rilanciata, tanto che questo vale anche nel rapporto tra io e sé, dove la mediazione corporea implica proprio questo, cioè che neanche io sono disponibile a me immediatamente.
Io credo che uno dei motivi per la sottolineatura di questo brano risieda proprio qui: la fede cristiana ha la sua radicalità proprio in questa dinamica profonda che è la singolarità; tant’è che la cosa più dibattuta e sempre rilanciata come problematicità critica è stata quella per cui la salvezza universale (in termini spazio-temporali e di totalità) per la Chiesa coincida con un evento storico: 33 anni di vita di un uomo.
Che Gesù in patria sia mis-conosciuto e che questo provochi la reazione umana e normale del rammarico, diventa allora qualcosa da tramandare perché in gioco si scontrano due modi di pensare l’uomo, e dunque Dio, e dunque la vita: sono un caso qualunque della storia del mondo o sono in gioco io nella mia dimensione irripetibile e unica in ciò che faccio? Ecco: Gesù è per questa seconda via.
La seconda risposta alla domanda sul senso della sottolineatura di un episodio apparentemente consueto, nasce invece dalla considerazione che, in fin dei conti, a guardare il medesimo episodio dal punto di vista dei compaesani di Gesù invece che dal suo, non è che si possa poi tanto contestare la loro reazione… che il ragazzino che avevano sempre visto e considerato in un certo modo, misurandolo con gli stessi canoni con cui misuravano gli altri ragazzini (di chi è figlio, che mestiere fa, se i suoi fratelli son venuti su bene…), con cui si misuravano tra loro proprio senza battere ciglio, tornasse al paese dopo qualche tempo e si rivelasse, pur nel tentativo di presentarsi normalmente, in una modalità nuova, è normale che generi stupore… Tra l’altro la sua è una novità di una portata esorbitante… insegna, compie prodigi… pian piano sviluppa la pretesa di essere il Cristo… Questo hanno di fronte i suoi paesani… Ma come si diceva prima, non è tanto la cosa in sé, quanto piuttosto il contrasto con il proporsi di Gesù per quello che realmente è e l’idea abituale che avevano di lui: siamo di nuovo di fronte al paradosso di una pretesa alta, in una forma bassa; di un Dio che è uomo; di un Messia che muore in croce… Che è lo stesso “scandalo” di Paolo: «quando sono debole, è allora che sono forte»…
Lo scandaloso di tutto ciò, ciò che cioè ancora oggi ci fa da inciampo, ciò che non ci permette di ricevere questo annuncio senza scossoni, in maniera lineare, è che non si tratta tanto di un’altra proposta, tra le tante, ma di un messaggio che mette in discussione tutto l’impianto del nostro vivere, pensare, pensarci, determinarci, giudicare… ribalta le nostre categorie e non per un puro desiderio di attirare l’attenzione, ma per arrivare davvero a una trasformazione della nostra struttura antropologica. Le conseguenze dell’adesione a un Messia che muore, a un Dio che si fa uomo, a un falegname di paese che si palesa come il salvatore del mondo sono troppo scaravoltanti: niente del modo “solito” di porsi nella vita tiene più, ogni criterio è scardinato, ogni senso da rivedere, ogni gesto da ripensare, ogni fondamento da ridiscutere…
Ecco perché – ed è la terza risposta – questo brano è stato sottolineato nonostante la sua apparente normalità: perché è scritto per chi già crede, per chi in un certo senso è dalla parte di questi compaesani, di chi pensa di conoscere (almeno un po’) Gesù. Perché quello scandalo lì è ancora il nostro e prova ne è che i tentavi di ridurlo in questi 2000 anni di storia, di attenuarlo, di depotenziarlo, sono stati innumerevoli ed è una tentazione continuamente riemergente nel cuore della Chiesa e di ciascun credente: provare a dire che non era veramente uomo, solo ne aveva preso le sembianze; oppure, viceversa, dire che era proprio solo un uomo, di cui Dio si è servito… o – che è lo stesso – dire che la debolezza era una finta per far poi emergere la potenza… oppure – sul nostro versante – che il tentativo umano dev’essere quello di rifuggire dalla debolezza (dalla carne – pensiamo ad un certo spiritualismo; o dalla precarietà – pensiamo al contemporaneo mito del benessere, della salute o dell’eterna giovinezza o alle piccole e grandi sicurezze di cui costelliamo la nostra vita per reggerci in piedi decorosamente…).
E ogni volta che scivoliamo un po’ su queste derive, il Vangelo torna a dirci: No, vero uomo e vero Dio; Messia crocifisso; Salvatore non riconosciuto; salvezza per tutti in 33 anni di carne e d’ossa; forza nella debolezza…
Ma forse, questo che torna sempre a sembrarci un paradosso insolubile, tanto teologicamente, quanto esistenzialmente, trova la sua intelligibilità se ci si ricorda che ciò che permea questi binomi è l’amore, che per sua natura è paradossale: perché è la cosa più grande che l’uomo possiede e la cosa che più di tutte fa grande l’uomo; eppure è la più fragile, la più dolorosa, la più denudante… Tanto che qualcuno ha scritto: “Chi vuole amare, si prepari a soffrire”… Ma questa forse è l’intelligibilità della vita: che o si ama, o non è Vita…
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domenica 28 giugno 2009
Jacko
Tra le cose che ho letto ed ascoltato, questo articolo è quello che esprime meglio anche il mio modo di "comprendere"... Tutti gli altri non sono riusciti a non darmi la sensazione che in fondo non riescano a uscire da uno schema culturale che ci imprigiona fino ad ucciderci... non solo dentro! Grazie ad Adriano per averci restituito la dignità dell'intelligenza capace di "formarci nei fatti della vita" (in-formarci)... Ve lo propongo!
Dentro di me, Michael Jackson è esploso quando dall’album di Thriller sentii per la prima volta Billie Jean. Rimasi colpito oltre che dal suo modo di cantare originalissimo, dall’innovativo arrangiamento di Quincy Jones. Geniali gli archi in controtempo a una ritmica scarna dove il basso, in primo piano, la faceva da padrone a sottolineare che stava per arrivare un Re. Già dall’introduzione, infatti, prima ancora di udire la sua voce, ebbi la strana sensazione come se quel basso dall’aria un po’ ossessiva e quegli archi che come in punta di piedi gli facevano da controcanto, fossero la sua voce. Quasi come ad annunciare: «Ragazzi sono arrivato… per un po’ di tempo ci sarò io…». E lui c’è stato. Le note di quell’introduzione erano il preludio di un qualcosa che stava musicalmente accadendo. Poi arriva la sua voce. E alla fine di quel brano, prima ancora di sentire il resto dell’album, avvertivo già il fragore di un uragano che si sarebbe propagato per tutta la terra. Settecentocinquanta milioni di dischi venduti. E ora, tutti lì a domandarsi chi l’ha ucciso. La diagnosi di arresto cardiaco, una banalità che dimostra quanto puerili possano essere la fantasia di chi viene colto in errore o l’incompetenza non certo degna di un medico, se si è esagerato nell’iniettare una medicina alla quale si era già assuefatti. Sono appena 48 ore da quando Michael è morto e la parola complotto ha già fatto il giro del mondo.
Ma il vero assassino è davanti a noi, è lì che ci guarda, lo incontriamo tutti i giorni quando andiamo a comprare il giornale o quando guardiamo la televisione. Si può dire che l’assassino ce l’abbiamo in casa, gli diamo da mangiare, da dormire, però non facciamo niente per educarlo a non uccidere. Facciamo finta di non vederlo e ci guardiamo bene dall’incazzarci se la notizia che esce dal piccolo schermo sulla piena assoluzione di Michael Jackson non ha lo stesso risalto di quando invece, per anni, lo hanno infamato accusandolo di molestie sessuali. Per dieci anni i «criminalmedia» lo hanno massacrato nonostante lui si dichiarasse innocente e nonostante nessuna prova sia mai emersa. Lo hanno distrutto, devastato, piegato in due. E quando finalmente avevano l’opportunità di farlo rialzare per il giusto riscatto di fronte al mondo, i media cos’hanno fatto? Gli hanno dato l’ultimo colpo di grazia: hanno detto «Michael Jackson è stato assolto». Ma lo hanno detto talmente a bassa voce che la pugnalata infertagli dai media stavolta è stata fatale. Con l’animo ancora grondante di sangue ha cercato allora di dar voce a quell’innocenza finalmente riconosciuta, in un modo diverso e come sempre geniale. Lo sforzo era sovrumano. Doveva raccogliere le sue ultime forze ormai sbrindellate dalla micidiale macchina del consumismo e così ha annunciato il suo ultimo incontro con i milioni di fan che si sono scapicollati per avere i biglietti ed essere presenti in uno dei 50 concerti-evento a Londra. Per cinquanta giorni avrebbe cantato, divertito e giocato con chi lo ha sempre amato e non ha mai dubitato della sua innocenza. Avrebbe parlato al mondo di quella verità che i media hanno vigliaccamente omesso. Ma il mondo ora lo ha capito!...
Adriano Celentano, Corriere della Sera, 28 giugno 2009
sabato 27 giugno 2009
Dire e disdire... ovverossia l'ipocrisia fatta chiesa!

«Da piccolo credente protesto: non si fa carta straccia dei valori»
C’è chi, da sempre avverso a Berlusconi, pensa di avere finalmente in mano l’arma definitiva, in grado di rimuoverlo una volta per tutte dalla scena politica, e contro costoro c’è stato il fuoco di fila dei corifei del centrodestra. Ma c’è anche chi senza alcun secondo fine politico non riesce a digerire che a capo del proprio Paese ci sia una persona il cui comportamento privato appare letteralmente scandaloso.
Di questo gruppo – piccolo o grande, non m’importa – io mi sento parte e non accetto di essere tacitato con un’alzata di spalle. La vicenda emersa a Bari non è più composta solo di pettegolezzi: giorno dopo giorno aumentano gli indizi che il presidente del Consiglio ha consuetudine di accogliere a casa propria donne con cui svagarsi, e quando capita qualcuna si tratterrebbe anche per la notte. Non serve neppure sommare a quest’ultimo episodio i precedenti ambigui, gravidi di interrogativi ancora aperti, del caso Noemi e lo sgradevole dialogo a mezzo stampa con l’attuale consorte Veronica.
Come si fa a liquidare con un «gente piena di odio e invidia», chi esprime disagio e avanza apertamente domande? Come si può pensare che tutti digeriscano battute come: «Io sono fatto così, sono un mattatore. Non cambio e gli italiani mi vogliono così». Per quanto mi riguarda, credo sia legittimo scandalizzarsi per il quadro che va emergendo. Mi colpisce la contraddizione tra questi comportamenti e le enunciazioni di principi e di valori che il premier fa ad ogni piè sospinto, senza rinunciare mai a rivendicare il «marchio» di cattolico doc per sé e per la politica da lui guidata.
Da piccolo credente protesto: non posso accettare che idealità preziose sulle quali tanti spendono con generosità e dedizione la propria vita siano potenzialmente così strumentalizzate, alimentando di converso veleni che vengono poi rivolti contro la Chiesa. Non nascondo che mi stanno bene molte delle scelte programmatiche e delle decisioni politiche di questo governo, soprattutto in materia di bioetica e di politiche sociali, come pure le enunciazioni in favore della famiglia – peraltro poco suffragate finora da misure concrete –, però questa condivisione oggi non compensa il profondo disagio per la contraddizione di comportamenti che fanno carta straccia di quei valori. Sembriamo alla berlina del mondo, con il coro dei media stranieri – senza distinzione di colore politico e ben al di là di quelli di proprietà dell’antagonista Murdoch – che sbeffeggiano l’Italia.
Di fronte a tutto ciò mi sembra che Berlusconi non abbia scelto la reazione migliore, rigettando in modo sommario le accuse, quasi che neppure davanti a fatti documentati siano consentiti dubbi e interrogativi, interpretando tutto come azione di «lesa maestà», rispondendo alle richieste di fare chiarezza con una intervista a un rotocalco che sul pettegolezzo si fonda.
Quelle risposte sono però ancora attese; fornirle con onestà non sarebbe cedere a chi vuole strumentalizzare l’accaduto per sovvertire il responso delle urne, ma gesto responsabile – moralmente dovuto – di un leader che ha nell’investitura popolare il requisito fondamentale della propria legittimità. La fiducia non può prescindere dalla stima e questa va alimentata con comportamenti consoni, che includono onestà e verità. Valori personali, ma anche politici.
Piero Chinellato
«Gogna mediatica, ma il reato dov’è? Guardiamo a quello che il governo fa»
Nello schizzare di fango che viene ormai ogni mattina dai quotidiani, con ventilati annunci di sempre maggiori scandali, e rivelazioni, e signore autofotografatesi – che singolare abitudine – in bagno durante una festa, vien voglia, almeno a noi, di voltare pagina verso altre storie – per esempio i massacri a Teheran, per esempio la morte annunciata di altri milioni di uomini, quest’anno, per fame. Ma le storie di Palazzo Grazioli hanno scosso molti, anche fra i lettori di Avvenire, e vorremmo allora provare a discuterne pacatamente.
Dunque: non fa piacere a nessun cittadino apprendere che il presidente del Consiglio, a oltre settant’anni, per svagarsi riceve delle fanciulle che le cronache chiamano "escort". Se sapessimo la stessa cosa di nostro padre, ne saremmo rattristati; penseremmo a uno squilibrio, a una sorta di esorcismo della vecchiaia, in un uomo che in realtà la teme. Una debolezza, una fragilità tuttavia private. In lingua cristiana, peccati. Che però – e sorprende un po’ che proprio dei cattolici come noi debbano ricordarlo – in quanto peccati, non sono reati. Non si capisce insomma quale dovrebbe essere il reato addebitato, in una inchiesta penale. E invece vortica la gogna mediatica, e soffia vento di impeachment; benché Berlusconi sia stato eletto con un ampio consenso popolare.
Allora non si può non domandarsi quanto questa indignazione sia strumentale. Se cioè i gossip contro Berlusconi non siano l’ultimo tentativo di scalzare un ingombrante avversario, quando per via elettorale non ci si è riusciti in alcun modo. È un tallone d’Achille, la "sregolatezza" del Cavaliere, su cui accanirsi facilmente. Su cui cercare il consenso dei cattolici, nel nome della decenza, e della morale cristiana. Se la Chiesa poi non parte lancia in resta, la si accusa di badare alla convenienza politica; se non grida scomuniche, la si avverte, come ieri sul fondo di Repubblica, che la sua voce in difesa della famiglia sarà d’ora in poi «molto meno credibile».
Si vorrebbe, d’improvviso, una Chiesa ingerente, che condanna un politico per la sua condotta morale; si vorrebbe d’improvviso una Chiesa moralista – ma non era questa la grande accusa ai cattolici? – che si accanisce contro il peccatore, più che sul peccato. Si vorrebbe una Chiesa giustizialista, che confonde peccati e avvisi di garanzia.
Ora, tutto ciò, oltre che strumentale a un disegno politico, appare doppiamente strano se si pensa al pulpito da cui viene la predica. È la stessa parte politica e mediatica che da trent’anni modernizza l’Italia, dettando i dogmi della nuova morale: l’irrilevanza del matrimonio, la liceità di divorzio e aborto, l’equivalenza di ogni tipo di "famiglia". Il "partito" che chiede anche ai cattolici la condanna di Berlusconi, è lo stesso che ha ribaltato i canoni della morale cristiana di questo Paese, nel nome di una modernità liberata dall’«oscurantismo» cattolico. Singolare, in una cultura che ci ha insegnato che l’aborto è un «diritto», che la fedeltà coniugale è cosa d’altri tempi e che i preservativi bisogna distribuirli a scuola, quest’onda di indignazione per un politico a cui piacciono – troppo, è vero – le donne.
La coscienza di Berlusconi, tuttavia, è un suo privato contenzioso col Padreterno. Vorremmo potere smettere di occuparcene – magari anche il premier potrebbe dare una mano in tal senso – e vedere che cosa il suo governo fa per l’occupazione, le famiglie, la scuola, l’immigrazione, la crisi demografica. Questo ci interessa assai di più che le foto dei bagni di Palazzo Grazioli. Scommetteremmo anzi che questo interessa di più, a molti italiani. Questa è la vera questione morale. Il resto è battaglia di potere, nella cui buona fede fatichiamo a credere.
Marina Corradi
venerdì 26 giugno 2009
10+1
Primo. A quanto pare il premier trascorre parte ragguardevole del suo tempo coltivando un universo di giovani donne. Pensando a invitarle, a intrattenerle, a inseguirle per telefono, a disegnare e acquistare regali per loro, a raccomandarle. Avere un capo del governo che si dedica a questo invece di lavorare per il paese, e che anzi per loro diserta appuntamenti ufficiali in cui è già stato annunciato, è un fatto privato o un fatto pubblico?
Secondo. Il capo del governo ha trasformato una sede privata (palazzo Grazioli) nella nuova vera sede della presidenza del Consiglio. Alla luce di quello che abbiamo saputo, su questa scelta ha senz’altro giocato un ruolo importante la possibilità di sbarazzarsi degli accertamenti troppo rigorosi di Palazzo Chigi sugli ospiti in entrata e in uscita. Il fatto che la sede del governo cambi per meglio consentire il viavai incontrollato di una folta corte pittoresca e border-line è un fatto privato o un fatto pubblico?
Terzo. Le molte giovani donne che hanno rapporti di amicizia, di tenerezza e di complicità con il capo del governo vengono ricompensate e talora risarcite con incarichi di rilievo nella politica, con candidature a ogni livello, dalle Europee alle Circoscrizionali, con posti nella pubblica amministrazione o enti vari. Il fatto che si sia affermato questo criterio di scelta per reclutare la classe dirigente è un fatto privato o un fatto pubblico?
Quarto. La normativa sulle intercettazioni telefoniche approvata dal Senato ha preso il via dalla pubblicazione di registrazioni che riguardavano le relazioni e i problemi del capo del governo con alcune giovani signore dello spettacolo, e dunque dalla preoccupazione del capo del governo di tutelare questa sua sfera di intimità. Vivere in un paese che per queste ragioni viene costretto ad abbassare la guardia contro la criminalità è un fatto privato o un fatto pubblico?
Quinto. Il capo del governo è visibilmente sotto ricatto. Chi ha fotografato, chi ha filmato, chi ha visto, chi ha sentito. Un numero sterminato di persone che deve essere zittito o acquietato (anche con posti e carriere). Ma può permettersi un paese di essere governato di chi è nella condizione di subire ricatti senza fine? Ed è questo è un fatto privato o un fatto pubblico?
Sesto. Da quel che ci è stato raccontato, donne sconosciute possono entrare nella dimora del presidente del Consiglio, fare foto e registrare. C’è una questione di vulnerabilità del governo. Chi evoca complotti ogni giorno non faticherà a capire che, una volta scoperta l’infallibile via d’ingresso, anche una potenza straniera ostile potrebbe avere accesso a informazioni privilegiate. È questo un fatto privato o un fatto pubblico?
Settimo. Imprenditori arricchiti in pochi anni sono in grado di stringere rapporti preferenziali con il capo di governo facendo «bella figura» con lui grazie alla raccolta e consegna a domicilio di donne giovani e piacenti a pagamento. Che effetti ha sul sistema degli appalti, sulle cordate in affari, sulle concessioni, un rapporto preferenziale di questo tipo? Ed è questo un fatto privato o un fatto pubblico?
Ottavo. Una ragazza senz’arte né parte, invitata a cena dal capo del governo, reclama di essere pagata perché «non lo faccio mica per la gloria». In qualunque paese un invito a cena dal capo del governo è motivo di orgoglio. Qui no, non più. Come se Cenerentola chiedesse di essere pagata dal Principe. Ma se il prestigio della carica cade tanto in basso, anche a causa dei comportamenti del capo del governo medesimo, è questo un fatto privato o un fatto pubblico?
Nono. I giornali di tutto il mondo scrivono ciò che le nostre tv tacciono. Il nostro governo è lo zimbello dell’Occidente. È questo un fatto privato o un fatto pubblico?
Decimo e ultimo interrogativo. Siccome la centralità politico-culturale dell’harem si è sviluppata di pari passo con lo svuotamento del Parlamento e l’imbavagliamento dell’informazione, si assiste a un surreale scivolamento istituzionale: dalla repubblica parlamentare verso il sultanato. È questo un fatto privato o un fatto pubblico?
P.S. Le stesse ossessioni del capo del governo segnalano qualche sua difficoltà ad essere, come dicevano i latini, «compos sui» (Veronica: mio marito non sta bene). L’equilibrio psichico di un capo di governo è un fatto privato o un fatto pubblico?
Gli aiuti per l'Africa dell'Europa cristiana!
Il 16 giugno, alle due del mattino, un Antonov 12, aereo da carico che può trasportare circa 20 tonnellate di materiale, effettua uno scalo di emergenza per problemi tecnici all'aeroporto internazionale «Mallam Aminu Kano», nel nord della Nigeria, scalo frequentemente utilizzato per il rifornimento di carburante di aerei provenienti dall'Europa e diretti verso l'Africa Centrale.
Qualcosa non va nel verso giusto nelle relazioni tra l'equipaggio dell'aereo e le autorità aeroportuali, o forse i servizi di sicurezza nigeriani (Sss) vengono allertati da qualche informativa e procedono ad ispezionare il carico. Trovano a bordo 18 cassse contenenti consistenti quantità di munizioni, in particolare da 60 e 80 millimetri per mortaio, insieme a fucili mitragliatori e lanciarazzi. Il carico e l'aereo vengono sequestrati e cominciano gli accertamenti. I media nigeriani riportano che le armi proverrebbero dall'Ucraina e sarebbero state destinate ai «ribelli» del «Movimento per l'emancipazione del Delta del Niger». Una fotografia mostra invece che l'Antonov 12 era a Zagabria, Croazia, il 14, il giorno prima di partire per Malabo, sull'isola di Bioko, ove - 250 km a Nordovest del territorio continentale - ha sede la capitale della Guinea Equatoriale.
L'aereo, con numero di registrazione Ur-Cak (Ur: sta per Ucraina) è proprietà della compagnia aerea «Meridian Aviation Enterprise of Special Purpose», basata a Poltava, nel nordest dell'Ucraina. Il 18, il governo ucraino e Ukrspetsexport, la società che controlla le esportazioni di armi ucraine, smentiscono d'aver a che fare con quel carico (secondo Izvestia e Kommersant).
L'inchiesta passa nel frattempo ai servizi di intelligence militare nigeriani (Mdi) e il Kommersant riporta che l'Mdi avrebbe stabilito origine delle armi (il ministero della Difesa croato) e destinazione (il ministero della Difesa della Guinea Equatoriale). Le armi sarebbero state effettivamente caricate a Zagabria e una compagnia di Nicosia (Cipro), la Infora Limited, avrebbe organizzato l'affare. Secondo il direttore di Infora, Velimin Chavdarov, e il direttore della Meridian, Nikolay Minyajlo, tutti i documenti sarebbero in ordine e il sequestro dell'aereo non si giustificherebbe. Tutto regolare dunque? Dipende dal tipo di regolarità di cui si parla, a cominciare da destinatario e fornitore.
Il destinatario. Repubblica presidenziale multipartitica in teoria, la Guinea Equatoriale è di fatto una delle più corrotte dittature «petrolifere» africane, sotto l'egida del presidente Objang (al potere dal 1979), della sua coorte di cleptocrati, e delle compagnie petrolifere estere che lo sostengono. Concessioni petrolifere (le controlla uno dei figli di Objang con la GEPetrol), e altri contratti energetici sono stati, tra altre, assegnati alle compagnie statunitensi Exxon Mobil, Marathon Oil, ChevronTexaco e a Dno (Norvegia), Nnoc (Nigeria), Petrobras (Brasile), Shell Oil (Olanda), Tullow Oil e Lornho Africa (Regno Unito), a compagnie cinesi (2 miliardi di dollari di investimenti negli ultimi tre anni), Gazprom (Russia), Mitsui e Marubeni (Giappone), Galp Energia (Portogallo), Union Fenoso e Repsol (Spagna), E.ON (Germania). La Guinea Equatoriale «siede» su una ricchezza di circa 1,1 miliardi di barili di petrolio in riserve provate offshore, è settimo produttore africano e terzo dell'Africa Subsahariana, nonchè tra i cinque maggiori esportatori africani di gas naturale liquefatto. Ha inoltre cospicue riserve di titanio, ferro, manganese, uranio e oro. Quasi tutti gli introiti petroliferi finiscono direttamente nei conti bancari controllati da Objang e dalla sua coorte. Il 73% della popolazione (1,3 milioni, secondo l'IMF) non ha accesso a fonti di elettricità e il 57% ad acqua potabile sana.
Il paese ha un esercito di 2.500 soldati e una Gendarmeria con 300 effettivi, ma le importazioni di armi e materiale militare sono state negli ultimi anni (2004-2008) abbastanza considerevoli: dall'Ucraina aerei militari per decine di milioni di dollari; dalla Repubblica Ceca blindati e munizioni (3 milioni); dalla Serbia munizioni (più di un milione); dalla Bulgaria munizionamento pesante; dalla Francia aerei militari e munizioni; dal Regno Unito blindati e parti. Aerei leggeri per 63 milioni di dollari sono stati importati da Francia e Stati Uniti nel 2007 e 2008; elicotteri leggeri da Italia, Stati Uniti e Sudafrica (2007).
La Guinea Equatoriale ospita inoltre da anni un Registro aereo di «convenienza», dove sono iscritti aerei e compagnie che non amano supervisioni e controlli.
Il fornitore. Se le informazioni sono, come sembra, corrette, la Croazia avrebbe dunque autorizzato l'esportazione di 10/15 tonnellate di armamenti verso una delle peggiori dittature di fatto, se non di nome, del continente africano. E non è detto che quelle tonnellate siano state le sole, poichè non vi sono ancora dati sulle esportazioni di armi per il 2009. La Croazia dovrebbe diventare membro dell'Unione Europea a tutti gli effetti dal 2010. Come inizio del suo ultimo anno da candidata non c'è male, anche se dalla Croazia non è certo la prima volta che partono armi per operazioni «coperte» dei paesi dell'Unione Europea e degli Stati Uniti (dal porto meridionale di Ploce, per esempio).
Il mediatore e Cipro. La società Infora Ltd è un broker che tratta molte cose diverse, tra cui materiale militare. Con una particolarità: il suo indirizzo principale è a Cirpo: «Stasinou 1, Mitsi Building 1, 1st floor, Flat/Office 4, Plateia Eleftheria, P.O. Box 21294, P.C. 1505». Lo stesso Flat/Office 4 è dato come indirizzo di numerose altre società, ma è in realtà lo studio di un avvocato, forse semplicemente un domicilio per imprese che si registrano nell'isola ma in essa hanno solo una casella postale. L'avvocato dice però di non aver mai sentito della Infora. La Infora ha anche una rappresentanza in Ucraina, a Kiev. Interpellati, i rappresentanti della società non hanno risposto.
L'aereo e il trasportatore. L'aereo - numero di fabbrica 6343707, entrato in servizio con l'aviazione militare ucraina nel 1966 - passa alla ucraina Meridian nel giugno del 2007 (che ne cambia la registrazione da Er-Aci, Moldova, a Ur-Cak, Ucraina), dopo essere stato sotto vari operatori (l'ucraina Icar, le moldove Jet Line International, Aero-Nord Group e Aerocom, quest'ultima coinvolta in traffici d'armi per la Sierra Leone e, nel 2004, in spedizioni statunitensi «coperte» di armi dall'aeroporto musulmano-bosniaco di Tuzla). Molto attivo in particolari aeroporti europei (Ostenda, Maastricht, Budapest, Varsavia, Glasgow-Prestwick, Luga-Malta) e in Afghanistan, il 28 maggio di quest'anno è a Larnaca, Cipro, e Francoforte, prima di volare a Zagabria.
La Meridian è stata formata nel 1999, come Poltava Universal Avia e ribattezzata Meridian nel 2007, ha una flotta cargo composta da 5 An-12 e 2 An-26. Secondo la radio ucraina Nrcu, la compagnia sarebbe stata messa in vendita alla fine di gennaio 2009 dal proprietario, il Fondo Ucraino delle Proprietà Statali, e avrebbe dovuto essere ceduta nel Maggio. Anche Meridian non ha risposto alla richiesta di ulteriori informazioni. Sarà tutto regolare, ma certo mancano un po' di pezzi. Di Sergio Finardi, Peter Danssaert, in "Cieli neri D'AFRICA", Il Manifesto, 26.06.2009
Chi è dunque costui?... che le forze della malattia e della morte gli obbediscono?

le creature del mondo sono portatrici di salvezza…
Un’affermazione sbalorditiva, che sembra smentita dalla malattia e dalla morte, ma ha una sua verità confortante e luminosa. Tutto ciò che ci fa nascere e ci mantiene in vita, ci è offerto da questo tessuto di cose, di persone e di energia nel quale siamo nati e che ci nutre e sostiene. Poi impareremo presto che il tessuto è fragile, liso e corroso in tante parti e destinato a consumarsi del tutto. Scientificamente (sul piano della necessità fisico biologica) è evidente e inconfutabile: la vita finisce!… e anche il mondo che l’ha prodotta ha dentro di sé la consunzione. Chi ha voluto la morte? Dio infatti ha creato tutto per l'esistenza; Dio ha messo in essere un sistema complesso che noi chiamiamo “mondo”, frutto di un immenso scambio energetico in continua espansione dall’immensità astrale o subatomica, al livello biologica e finalmente psichico… in milioni di anni. Fino alla vita umana!... e qui è emersa la possibilità assolutamente nuova, (la pienezza dei tempi dell’attesa biblica), cioè la vita spirituale: un livello o una qualità di umanità, che pur totalmente immersa e condizionata dai precedenti livelli di vita dai quali proviene… si emancipa in qualche modo dalla necessità e apre spiragli di consapevolezza, di libertà, di amore… Qui diventa vera, possibile all’uomo la speranza incredibile di una vita non legata alla deperibilità della materia: Sì, Dio ha creato l'uomo per l'incorruttibilità! non ovviamente nel sogno illusorio di sfuggire alla morte biologica, inevitabile per ogni essere “mondano” (o di carne, nel linguaggio biblico), ma per il prodursi di questo vero miracolo misteriosamente comunicato a tutti in Cristo. Nella nostra vita umana destinata alla morte biologica, è seminata una qualità nuova, un germoglio, che, superando la paura della morte, diventa capace di sorpassarla: è seminato nella corruzione, risorge nell’incorruttibilità; è seminato nella miseria, risorge nella gloria; è seminato nella debolezza, risorge nella potenza; è seminato corpo animale, risorge corpo spirituale. …Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale. …Vi dico questo, o fratelli: carne e sangue non possono ereditare il regno di Dio, né ciò che si corrompe può ereditare l’incorruttibilità. Ecco, io vi annuncio un mistero: noi tutti non moriremo, ma tutti saremo trasformati … Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura: La morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? (1Cor 15,43ss).
«Non temere, continua solo ad aver fede!»
Ogni malattia è già un prodromo dell’incubo della morte. Mette in dubbio la speranza e il senso stesso della vita nostra e di chi amiamo. Perciò ci turba senza rimedio. Quando la malattia diventa morte, tutti perdono ogni speranza residua, anche nei poteri indecifrabili delle medicine e dei taumaturghi. Il racconto di Marco, come buona notizia di salvezza, è arrivato ad un punto “morto”. Gesù incontra gente che muore! Non può evitare il problema. Ma Gesù ha un atteggiamento assolutamente nuovo verso la morte: pur soffrendo e piangendo , quando la incontra, è però tranquillo, quasi connivente, e ne assume la necessità. Dice che è sonno, transito temporaneo – come se alla morte, infine, si debba consegnare proprio ciò che la morte vuol portare via, la vita biologica, non la vita più vera che intanto è germogliata nella vita biologica, e si è fatta più o meno consistente, nella vita di ognuno. Non temere, continua solo ad aver fede! La fede richiesta da Gesù in lui stesso, salvatore della vita, vuol dire: credi che è l’amore che è onnipotente, non la malattia e neanche la morte, né il potere, che cerca di accecarne l’angoscia – pronto a svendere tutto per prolungare la vita a tutti i costi? Credi che il bene supremo da salvaguardare non è la salute fisica o la vita biologica o la stima o il piacere o i soldi, ma il legame a lui, per seguirlo nella via della salvezza? Come per l’emorroissa: … se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata! La morte non è vinta per il fatto che Gesù evita la morte (di fatto morirà e di morte violenta!), ma perché non se ne è lasciato asservire, ha vinto la paura della morte affermando l’amore fin dentro la morte.
L’emorroissa e l’anoressica risanate: la donna simbolo del percorso cristiano…
La donna, in questa pagina del vangelo, è posta sul crinale della salvezza o perdizione dell’umanità. La madre dei viventi, piccola o malata, si rifiuta alla vita, non riesce ad assumerne e portarne il peso di responsabilità e di sofferenza (la piccola), o si disperde nel consumo sterile di sé, senza amore, senza un volto per cui vivere a e a cui donarsi (la grande). L’evangelista ricorda, dopo la guarigione/risurrezione della fanciulla dodicenne: “e Gesù ordinò che le fosse dato da mangiare”, configurando, per usare le nostre parole, una diagnosi di anoressia mortale. Non sarà che l’anoressica non vuol mangiare perché ha intuito che la vita che è chiamata a tramandare sarà svuotata e appiattita su valori inconsistenti (mortiferi) – e si rifiuta di assumerli?… E Gesù raccomanda, dopo averla richiamata alla vita, che bisognerà re/insegnarle a mangiare, dunque a distinguere cosa mangiare. Fa propaganda anticipata del suo prodotto eucaristico: un mangiare, del resto, quello proposto da lui, che sembra ancor più tossico degli altri, perché è il memoriale della sua passione e morte, come dono di sé, ma è ciò che rende la carne mortale capace di eternità, ciò che risponde davvero all’anelito più profonda che, disatteso, ha bloccato la ragazza… E proprio mentre s’avvia a guarire la fanciulla che fugge dalla vita, lo sta cercando, di nascosto per la vergogna, l’emorroissa, la donna che sta “sprecando” la sua vita – il sangue, i soldi, la speranza! Gesù ne è colpito (chi mi ha toccato? … una donna, che da dodici anni – l’età della bambina! – soffriva un flusso di sangue). Questa donna che ha già fatta e in qualche modo superata l’esperienza atroce della bambina, è diventata grande ed ha già sperimentato nel suo corpo di donna che tutto si consuma e non c’è cibo o valore o medicina o altro rimedio o che possa “esser contenuto dentro di noi” per costruire qualcosa in noi stessi e di noi stessi che duri per sempre. Ha sentito di Gesù, delle sue parole e della sua misericordia guaritrice. Vuole provare a cercarlo e toccarlo, come estrema risorsa. Ma Gesù non dà rimedi senza guardarti in faccia, a costo di aspettare per anni e perdersi in tentativi innumerevoli e fughe infinite, che la nostra paura più o meno consapevole si inventa. Gesù vuole guardarla e parlarle, perché il suo rimedio non è una medicina o un espediente magico … ma la comunione amicale con lui. Allora, dopo una vita a cercarlo, una forza esce da lui, che le fa sentire nel suo corpo che era guarita…
Conoscete infatti la grazia del Signore…
Qual è il meccanismo, la nuova dinamica vitale seminata da Gesù nel cuore dell’umanità, per superare la paralisi o l’emorragia dell’energia della vita, che la paura atavica della morte induce in ognuno? È il motore di partenza che ha creato per amore il mondo, ma infine ha voluto manifestarsi nella discesa di Dio stesso nel mondo: da ricco che era si è fatto povero per voi perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà. Non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini…. Queste donne guarite da Gesù portano misteriosamente nel loro corpo le stimmate del dramma dell’umanità e della sconvolgente risposta di Gesù: nell’amore che accetta la precarietà fragile della natura di carne di cui siamo fatti, sta il segreto del superamento della paura di morire: non c’è amore più grande che dare la vita... per questo nel cammino di guarigione della donna è il luogo e il segno – il sacramento naturale – del rapporto di Gesù con la sua chiesa.
giovedì 25 giugno 2009
Lo sguardo amante di Gesù
Questo – credo – dipenda innanzitutto da alcune pennellate narrative che l’evangelista pone nel testo e che vanno a stendersi proprio là nell’intimo delle nostre strutture antropologiche fondamentali, nelle corde scoperte (e per questo così sensibili) della nostra interiorità: si ha a che fare infatti con la morte e con la malattia. Ma non con una morte qualunque, ammesso che ne esista una definibile così; perlomeno non con una morte codificata, “normale”, naturale; qui non si parla di qualcuno che «spirò e morì in felice canizie, vecchio e sazio di giorni, e si riunì ai suoi antenati» (Gn 25,8)… si parla di una dodicenne, di una figlia, della figlia di un capo, della figlia di un uomo, di una figlia dell’umanità.
E non si parla di una malattia qualunque, ammesso che qualche malattia si possa definire “qualunque”, ma in particolare viene sottolineato il tratto estenuante, isolante, dis-umanizzante della malattia: si parla di una donna che «aveva molto sofferto», «da dodici anni», che aveva speso «tutti i suoi averi» e che – proprio perché la sua era una malattia legata al sangue (ecco perché inizialmente sarà così intimorita da Gesù) – era condannata alla condizione e alla considerazione di impura e dunque emarginata, esclusa dalla vita sociale e civile del suo popolo.
Ecco perché questo brano non può essere ridotto a un paio di semplici miracoli, i cui racconti sono abilmente intrecciati dall’Autore in un’unica storia (cfr per esempio il richiamo per entrambe le donne ai “dodici anni”), ma che sostanzialmente possono essere archiviati nella cartella: “Belle cose che ha fatto Gesù”. Qui implicati infatti ci sono richiami impliciti – eppure affettivamente fortissimi – alle nostre dinamiche umane più profonde: per un verso, la paura della morte, la paura della morte dei propri cari, la paura della morte dei propri figli; lo sgomento che questo provoca (un figlio infatti non è mai solo un figlio… è la promessa per l’umanità del futuro, della vita che continua anche dopo la morte degli ormai “sazi di giorni”, è la speranza in un mondo nuovo…); la domanda su Dio che questo implica; per l’altro, la paura della sofferenza, della solitudine, dell’esclusione, dell’inabilità, della perdita della possibilità di determinarsi nella vita… con la domanda inevitabile sul senso della vita alla luce del male, dunque nuovamente la domanda sull’identità di Dio…
E – come se ancora non bastasse – a rendere ancora più contorcente le nostre viscere sta il fatto che qui in gioco accanto alla disperazione accorata di un padre (Giairo), le protagoniste siano due donne. Ciò rende il quadro ancora più toccante, non tanto, o non solo perché l’essere donna rimanda alle sfumature antropologiche più legate alla fragilità, al bisogno di custodia, al bisogno di casa… e neanche solo perché nell’essere donna è implicato l’essere fonte della vita, anche se anche questo cordone pulsante dell’umanità rifluisce in questo brano: non a caso muore una ragazzina appena entrata nell’età della fertilità e si ha a che fare con un’emorroissa. Piuttosto ciò che è così pregnante del fatto che in gioco ci siano due donne lo si può rintracciare facendo lo sforzo di uscire dalla – pur necessaria – generalizzazione, provando a entrare a vivere la situazione dal di dentro.
Questo è il passo fondamentale nell’ascolto della Parola: essa non è infatti un manuale di istruzioni o la presentazione di un modello di vita. Non ci dobbiamo approcciare ad essa cercando risposte preconfezionate alle nostre domande sui massimi sistemi (che pure sono implicate come mostravamo più sopra), né con l’immediato interrogativo “Cosa devo fare in questa o quest’altra situazione?”… Non è questa la dinamica sua propria che la Parola sprigiona: essa è infatti non un manuale, non un ricettario, ma la testimonianza scritta di una storia, cioè del dipanarsi temporale delle libertà dei protagonisti, tra cui la libertà storica del Figlio di Dio, l’uomo Gesù.
Ecco perché per entrare in dialogo interiore con essa e perché essa possa nutrire la nostra vita, è necessario che avvenga questo incontro di libertà, che avvenga cioè che noi riusciamo a entrare nelle dinamiche dei protagonisti – a coglierle, a sperimentarle, a lasciarcene plasmare – e a ritrascriverle nella nostra vita.
Per quanto riguarda il vangelo di oggi, questo vuol dire davvero “mettersi nei panni” di Giairo, dell’emorroissa, della figlia dodicenne, dei discepoli, dei parenti della ragazzina, di Gesù…
Come dicevo forse la pregnanza maggiore è quella delle due protagoniste femminili. Solo provando a entrare dentro al racconto, dentro al racconto dal loro punto di vista, si può capire la decisività di questa dominanza emotiva del femminile, che non è solo di questo brano, ma di tutto il vangelo. Gli uomini fanno disfano, vanno, vengono… ma gli affetti sono sempre e tutti al femminile (cfr la samaritana, la donna curva, la peccatrice perdonata, le lacrime sui piedi di Gesù, la Maddalena nel giardino del sepolcro, ecc…).
Per questo fanno trepidare così tanto questi brani… perché intercettano – nel femminile – il disvelamento dell’affettivo sul fattivo. Qualcuno dice sempre che una donna quando ama è atea, intendendo che di fronte all’amato (un figlio, un uomo, un fratello, un amico, un padre…) sparisce ogni legge, perfino quella della giustizia, perfino quella della religiosità: nella donna in modo emblematico appare la totalità della dedizione, presente e reale anche nell’uomo (non è certo questo un discorso sessista), ma indubbiamente più mediata. Ecco perché questi testi tirano fuori le coordinate profonde di tutti: perché nella trasparenza dell’affettività femminile mettono sul piatto della storia le fragilità di ciascuno, le passioni, le paure, i desideri, la fede, la speranza, le disillusioni, le trepidazioni…
Proviamo allora a entrare nel testo, a intercettare la libertà storica dell’emorroissa…
Essa vive la disperazione della malattia e delle sue conseguenze, in qualche modo ci “sbatte in faccia” nella sua carne, ciò che devasta di terrore il cuore di ogni uomo, la solitudine esistenziale, soprattutto nella forma definitiva della morte.
Di fronte ad essa il narratore ci informa che questa donna ha messo in moto tutta una serie di tentativi per salvarsi, richiamandoci vividamente alla quasi onnicomprensiva spinta che determina la nostra vita, le sue azioni, i suoi affetti, che non è altro che la ricerca di espedienti, per salvarci appunto dalle piccole e grandi morti che costellano il nostro percorso umano…
Fino a quando sente parlare di Lui… inizialmente lo vive come un ennesimo tentativo nella sua disperata rincorsa verso la guarigione (e quante volte anche noi, facciamo di Lui un “soluzione ai nostri problemi”…), tanto che gli si avvicina clandestinamente, consapevole di non poterlo nemmeno sfiorare per legge: toccare qualcuno sapendo di essere in uno stato di impurità, quindi sapendo di “contaminarlo” era infatti uno dei comportamenti più stigmatizzati in Israele che su questo campo ha sviluppato una delle legislazioni più precise e puntuali della storia. Spera infatti che Lui nemmeno si accorga del suo tocco… E quando invece si rende conto che Lui si gira e la cerca fra la folla rimane come impietrita, agghiacciata dalla paura che quello che lei considerava un amuleto per la vita, diventasse fonte di ulteriore disprezzo, condanna, solitudine…
Lui invece si gira, la guarda e si rivela… il Dio della vita, il Dio degli ultimi, il Dio delle donne… il Dio della relazione, il cui “effetto” salvifico “funziona” solo perché si acconsente ad un rapporto, ad un guardarsi, ad un cercarsi. Ciò da cui Dio guarisce non è infatti tanto un flusso di sangue, ma un flusso di morte e da questo ci si affranca solo se si ritrova la forza di dare credito alla vita… Ma ancora, una forza che l’uomo non può darsi da solo… è solo uno sguardo amante che ci raggiunge che può scardinare in noi i meccanismi mortali da cui siamo affetti e a volte pure affascinati: «Gli empi invocano su di sé la morte, ridendola amica» (Sap 1,16). Per quello è necessario lasciarsi guardare… un po’ come Luo Cuifen, l’emorroissa del 2000. «Luo Cuifen è una giovane donna di 29 anni nata a Kunming, nel Sud della Cina. Un giorno, stanca di dirsi passerà, domani vedrai che passa, è andata dal medico. C’era sempre sangue nella pipì del mattino e a parte il dolore, a parte la sottile preoccupazione crescente, non aiuta svegliarsi e per prima cosa vedere il tuo sangue: sangue sempre, sangue ogni giorno. Il medico le ha detto: sarà una disfunzione renale, faccia una radiografia. Ecco, la radiografia del torace di Luo Cuifen è una di quelle foto che spiega il tempo in cui viviamo. L’hanno pubblicati molti giornali. Merita di essere ritagliata e di stare attaccata coi magneti al frigorifero. Nel torace di Luo ci sono 23 aghi: alcuni sono lunghi anche 2,5 cm. Nella radiografia sono sparsi sullo scheletro come bacchette di shangai, il gioco dei bimbi. Sembra un fotomontaggio e invece no. Aghi nei polmoni, nei reni, uno rotto in 3 parti proprio sotto il cervello, aghi dappertutto. Luo non era mai stata operata in vita sua, non poteva trattarsi certo di un errore di un chirurgo né d’altra parte neppure il più distratto dei medici può scordare decine di aghi lungo un metro di corpo. E dunque? Dunque sono stati 23 tentativi di ucciderla. Luo era stata affidata ai nonni, appena nata. La madre lavorava, i nonni non volevano bambine in casa – le femmine sono solo un costo nella Cina rurale, le devi crescere e mantenere per vent’anni, poi passano alla famiglia del marito, non portano indietro niente. Così hanno pensato di ucciderla con gli aghi. Forse non avevano cuore di soffocarla né di abbandonarla in un campo, forse pensavano che un killer invisibile li avrebbe sollevati almeno dal peso di essere presenti al momento della morte: sarebbe morta nel sonno, poi l’avrebbero sepolta. Ma Luo era una bambina robusta e il suo corpo con gli aghi ha trovato un accordo: ha resistito. Certo da adolescente e poi da ragazza non ha avuto vita facile. Soffriva di ansia, di depressione e di insonnia, hanno raccontato poi i medici che da tutto il mondo sono accorsi a operarla. Tanti però, tante giovani donne soffrono di ansia e di insonnia, non è necessario che gli aghi si vedano nelle radiografie, ci sono aghi invisibili che bucano il respiro e quel che bisogna fare è resistere. […] A operare Luo sono arrivati 23 medici, uno per ago. […] I nonni sono morti, non possono più dire com’è andata ammesso che da vivi avrebbero avuto cuore e coraggio per farlo. Magari si sono rallegrati, nel tempo, dell’incredibile tempra di Luo. Magari la nonna, è bello immaginarlo, l’ha festeggiata a ogni compleanno ringraziando il cielo per non averla ascoltata. Magari no, invece. La ragazza dice che non ha ricordi dei momenti in cui le infilavano gli aghi. Dice che solo una volta ha origliato una conversazione che le era risultata incomprensibile, si diceva sottovoce di qualcosa avvenuto quando aveva tre giorni di vita. Dev’essere successo quindi in un solo giorno, in un momento, in culla, come fosse una bambola di quelle che si bucano nei riti del malocchio. Mio padre ha trovato la foto del torace di Luo e l’articolo che ne parla in un giornale straniero durante un viaggio, lo ha tenuto stropicciato nel portafogli e lo ha tirato fuori ripiegato in quattro. Tieni, mi ha detto, guarda fin dove si può vincere. Vincere il destino, vincere l’ignoranza e la violenza, vincere un corpo nemico, vincere gli aghi che bucano anche quando non sai cos’è che ti fa sanguinare. Combattere, spingere la sorte più in là. Finché si può, credo che intendesse dire con quel foglio conservato come un amuleto, finché si può resistere si deve». [C. DE GREGORIO, Malamore, Mondadori, Milano 2008, 143-145].
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Andres Serrano, di morte e d'arte

Ho rivisto poco tempo fa questa immagine di Andrès Serrano. Se non se ne conoscesse il titolo, verrebbe da dire che è una foto "tenera".
Il suo titolo, però, non lascia spazio ad interpretazioni: Fatal meningitis, meningite fatale. Lo scatto appartiene ad una serie esposta per la prima volta nel 2006 al PAC di Milano, intitolata The morgue (L'obitorio). Si tratta di una serie di fotografie che, come spesso accade con questo artista, sono impeccabili dal punto di vista formale, soddisfano anche tutti i canoni e le regole del buon fotografare, con una ricerca di effetti pittorici, pur ritraendo soggetti quantomeno duri da digerire. E' significativa, al proposito, questa dichiarazione dell'artista:
“Credo che sia necessario cercare la bellezza anche nei luoghi meno convenzionali o nei candidati meno insospettabili. Se non incontro la bellezza non sono capace di scattare alcuna fotografia”.
Mi oficio de cantor es el mas lindo
Yo puedo hacer jardin de los desiertos
Y puedo revivir algo ya muerto
Con solo entonar una cancion.
Mi oficio de cantor es tan hermoso
Que puedo hacer amar a los que odian
Y puedo abrir las flores en otoño
Con solo entonar una cancion.
(Il mio mestiere di cantante è il più affascinante
Io posso fare giardini dai deserti
E posso far rivivere qualcuno già morto
Col solo intonare il mio canto
Il mio mestiere di cantante è così bello
che posso far amare quelli che si odiano
e posso far aprire i fiori in autunno
col solo intonare il mio canto)
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mercoledì 24 giugno 2009
Messaggio Littizzetto a Maria (Star) Gelmini sulla scuola
Da questo punto invece sovrascrivi a queste parole la sua continuazione in modo che la pagina principale del blog non sia appesantita e chi vuole continuare la lettura deve cliccare su continua. (naturalmente puoi dopo sopprimere la linea vuota
martedì 23 giugno 2009
Il vero gossip!
Minzolini: «Tg1 ha scelto la moderazione e non il gossip»
Il Tg1 ha scelto la linea della moderazione e non del gossip, delle notizie certe e non delle indiscrezioni: lo dice il direttore del Tg1 Augusto Minzolini, in un editoriale in cui stasera commenta le polemiche di questi giorni per la linea informativa scelta sul caso dell'inchiesta di Bari.
Proprio subito dopo una servizio da Bari, in cui parla l'avvocato di Tarantini e che riassume le vicende di questi giorni, Minzolini prende la parola al Tg1 per spiegare ai telespettatori la sua linea. "Voglio spiegarvi perchè - dice dalla sua scrivania - il Tg1 ha assunto una posizione prudente sull'ultimo gossip, l'ultimo pettegolezzo del momento, le famose cene o feste nelle residenze private del premier Berlusconi, Palazzo Grazioli e Villa Certosa. Dentro questa storia piena di allusioni, rancori personali, non c'è ancora una notizia certa nè un'ipotesi di reato che riguardi il premier e i suoi collaboratori".
Casi che a suo avviso vengono strumentalizzati, come quello che coinvolse l'allora presidente del Consiglio Romano Prodi per "la vicenda della foto di un suo collaboratore ripreso in una situazione scabrosa". Minzolini ha spiegato: "Ho visto celebri mangiapreti nelle vesti di novelli Savonarola".
Per il direttore del Tg1 "queste strumentalizzazioni, questi processi mediatici, non hanno nulla a che vedere con l'informazione del servizio pubblico. Questa è la linea che vi ho promesso fin dal primo giorno e che continuerò a garantirvi".
Mi viene un dubbio, e vado a cercare in un dizionario on-line la definizione di gossip, eccola:
gossip
[Enciclopedie - Enciclopedia generale]
gossip s. inglese usato in italiano come sm. (abbreviazione di gossip writer, propr. scrittore da chiacchiera). Scrittore o giornalista incline alle descrizioni mondane, agli argomenti salottieri e spesso con spiccate attitudini alla maldicenza.
Ne deduco, che definire gossip, cioè chiacchiera, argomento maldicente da salotto, quello che si sta manifestando con vertiginosa e alluccinante manifestazione dell'arroganza del potere, sia lui un gossip! Se c'è uno che ha fatto "gossip" è proprio il TG1 con l'autointervista di Minzolini (e naturalmente coloro che sono d'accordo con lui)...
lunedì 22 giugno 2009
Strana sensazione
Solo una analogia, certo, ma qualcosa di simile nell'aria c'è... Paura, timori infondati, idiosincresia leghista... Forse, resta comunque che mi dava fastidio anche il fatto che i più non capivano l'importanza di partecipare a questi referendum...
Comunque sia, qualche indizio in questa direzione ce l'avevo e continuo ad averlo... Quali?
Primo. Come mai gli italiani che vogliono un governo che governi, erano così assenteisti? Votare per l'abrogazione favorisce la formazione del bipartitismo e sostanzialmente eliminerebbe ciò di cui gli italiani continuamente si lamentano: il proliferare dei partitini... Chi allora li "ha convinti" a non votare i referendum? Hanno di colpo cambiato tutti idea? Strano!
Secondo: altra cosa che non capisco. Sul fallimento del referendum ci ha puntato soprattutto la Lega: possibile che gli italiani siano così felici di farla contenta?
Terzo. Arrivato al seggio (sezione elettorale 148 di via Giusti a Milano) colui che mi chiede i documenti mi domanda se intendo votare anche per i referendum... La cosa mi irrita perché semmai dovrei essere io a chiederlo non loro: la domanda puzza molto di "sollecitazione" visto che al seggio io sono presente... e per quale ragione avrei dovuto esserci se non per votare? La domanda in sé innocua aveva in sé un non so che di "provocazione"... al non voto. Insomma mi sembra che fosse un invito a lasciar perdere i referendum... Rispondo con fermezza e dico "certo"... E quello si mette a scrivere... L'altro collega, che non si era mai alzato e che aveva ben seguito la conversazione e non so cosa doveva anche lui scrivere, evidentemente duro di orecchi mi riformula la domanda (e fanno due), la terza (è una ragazza) arriva e si siede e riformula la domanda (e fanno 3!)... Io ho risposto solo alla prima e alla seconda, alla terza si sono risposti da sé... E io sono restato con una sensazione strana di aver vissuto qualcosa che non mi era mai capitata... Non solo le domande, ma che un numero così grande di persone si fossero occupate del mio voto... Ma non era finita...
Dopo il voto metto le schede nelle urne e ritiro i documenti, esco e con l'intenzione di non metterci più piede fino alle prossime elezioni... Non sono andato al seggio da solo, ma con un amico che molto più pignolo di me alla fine del voto, uscito dal seggio nel corridoio della scuola, controlla che sia stato posto il timbro sulla scheda elettorale e non lo trova... prendo la mia scheda e scopro che anche la mia scheda non ha il timbro... Rientriamo nel seggio e dal presidente del seggio ci facciamo mettere il timbro...
Non so cosa possa comportare il timbro o la sua assenza e se la sua assenza potesse favorire o rendere inverificabili eventuali brogli elettorali... Unite a questo il "teatrino" a cui ho assistito alla notizia "incredibile" che io volessi tutte le schede... e capite perché il tutto continua a lasciarci perplessi (me e l'amico)...
Io spero che la mia sensazione sia solo una sensazione... ma ora mi sento in obbligo di dirvi: andate a votare e votate quel che vi pare, ma non lasciate cadere nel nulla la possibilità di dire la vostra su qualcosa che nessuno ha il diritto di impedirvi di dirla (se non la vostra pigrizia, figlia della "disperazione"...). Leggi tutto...
venerdì 19 giugno 2009
Chi è dunque costui? …che le forze della natura gli obbediscono

La forza della natura, né intelligente, né matrigna
La natura non si preoccupa… dell’uomo! È l’uomo che proietta i suoi desideri, sentimenti e idee sulla natura. Mentre per la natura le leggi fisiche e chimiche, biologiche e psichiche, subatomiche e astronomiche non hanno proprio in conto l’uomo più di una farfalla - né che sia piccolo o grande, malvagio o innocente. Il problema di Giobbe, il problema del male nel mondo, è un problema strettamente umano, non è un problema della natura. Ma è nel contempo l’ingresso inevitabile al problema della fede, della ricerca di un’ulteriorità per svincolarsi dalla natura. Che sembra aver dentro di sé un limite, un’autoinsufficenza! L’uomo di oggi può esser convinto o meno, a differenza di quello antico, che proprio Dio, in qualche modo, abbia messo i confini al mondo, agli oceani e alle nebulose e sia comunque misteriosamente al principio e alla fine e al di dentro dell’esplosione di energia che da più di 13 miliardi di anni muove l’universo, ma rimane ugualmente muto di fronte alla realtà storica del male! La misteriosa finalità interna all’evoluzione della natura che a noi sembra di vedere nel cammino indecifrabile del cosmo, a un certo punto diventa “cultura”, quando l’uomo si scopre capace di manipolare la casa in cui è nato e trasforma lei e sé stesso… Un pezzo della natura diventa storia! E subito all’uomo brucia dentro il mistero del male: suo e di natura! Che non è anzitutto questione di fede o di ateismo, è prima una domanda radicale di senso. Ambedue questi atteggiamenti del cuore dell’uomo, fede e ateismo, sono tentativi di risposta alla stessa ineludibile domanda che morde il cuore di ognuno: importa a qualcuno che noi moriamo? – o invece sprofondiamo totalmente riassorbiti nel pozzo vuoto dalla natura? Gesù risponde con la sua vita e con il Vangelo a questa domanda, ma i discepoli non capiscono. Ancor meno capiranno quando lo scandalo e la delusione scaverà un abisso nel loro cuore sentendolo gridare anche lui, sulla croce, allo stesso modo, prima dell’urlo inarticolato della morte: Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?
Una nuova proposta
Gesù tenta di traghettare i discepoli ad un’altra dimensione della vita, ad un’altra comprensione del male e della sofferenza: «Passiamo all’altra riva». Il racconto segna i passi del nostro ripetuto itinerario di maturazione cristiana. Dopo un giorno pesante, racconta Marco, mentre la gente era tanta che Gesù dovette entrare in una barca per non essere schiacciato dalla folla, finita la predicazione, domanda appunto di passare all’altra sponda, ma lungo la traversata si addormenta a poppa, la parte della barca che per prima va a fondo… La tempesta porta il discepolo alla disperazione che cova nel fondo di ogni uomo… di fronte alla vita che delude le sue attese. Gesù si sveglia non a causa delle onde, ma per il grido angosciato dei discepoli: «Non ti importa che moriamo?» Sistemate le cose, si rivolge ai suoi discepoli e dice loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Con la sua domanda cambia la direzione del racconto. L’attenzione non è più rivolta al prodigioso potere sulle forze della natura, ma alla fede del credente. Il discepolo, che ebbe abbastanza fede per staccarsi dalla folla e seguire Gesù, ora che è schierato dalla sua parte, deve imparare una diversa presenza del suo “Signore”. Il miracolo è solo per mostrare una volta per tutte che Gesù c’è anche quando non c’è! La fede matura è fiducia in lui anche nelle difficoltà e nelle sofferenze. È nello stile di Marco “offrire un messaggio di speranza alla Chiesa perseguitata e forse scoraggiata di fronte al silenzio del Cristo risorto. Insomma ogni cristiano viene avvertito che si può essere uomo di poca fede in due modi: c’è la poca fede di chi non ha il coraggio di lasciare tutto per Gesù, e c’è la poca fede di chi, avendo lasciato tutto per Gesù, pretende però (soprattutto nei momenti difficili) una presenza chiara del Signore, consolante, accompagnata da ripetute verifiche. È questa una fede ancora immatura, perché confonde il «silenzio» con l’assenza del Signore, confonde il permanere dell’opposizione con la sconfitta del Regno. E oltre che immatura è anche una fede poco coraggiosa, incapace di scelte nuove, rischiose secondo le cautele del buon senso dell’uomo, ma possibili per chi si affida alla potenza di Dio. Il vero discepolo però si sente al sicuro in compagnia del Signore, anche quando le difficoltà sono grandi e il Signore sembra dormire.” (B. Maggioni)
«Chi è quest’uomo?»
…a questo passo del cammino del discepolo s’impone la domanda che guida tutto il vangelo, la cui risposta è il Vangelo stesso. «Chi è costui a cui obbediscono perfino il mare ed il vento?» (come del resto – nelle pagine seguenti! le forze del male di ogni tipo… fisiche, biologiche, psichiche, demoniache, culturali, religiose…). Malgrado gli anni ormai trascorsi al suo seguito, i discepoli non sanno chi veramente è Gesù – ma la stessa domanda sgorga dal cuore di chiunque abbia cercato di seguirlo con qualche passione. Chi è dunque quest’uomo con cui mi sono imbarcato nella vita? Marco inizia il suo vangelo dicendo: «Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio» (Mc 1,1). E lo conclude, nell’ora della morte di Gesù, con la dichiarazione del soldato romano: «Costui era veramente Figlio di Dio!». Dentro questo percorso i titoli e nomi che cercano di individuare questa misteriosa presenza sono tanti: Messia cioè Cristo, l’Unto, Signore, Figlio amato, Santo di Dio, Nazareno, Figlio dell’uomo, Sposo, Figlio di Dio, Figlio di Dio altissimo, Falegname, figlio di Maria, Profeta, Maestro o buon Maestro o Rabbuni, Figlio di Davide, Benedetto, Rabbi, Pastore, Figlio di Dio benedetto, Re dei Giudei, Re di Israele… Tutti questi titoli indicano un aspetto che insieme illumina e nasconde la sua figura… tant’è vero che Gesù stesso talora li mette in dubbio e li contesta, per denunciarne l’ambiguità che possono contenere. Ma ad un certo punto della vita il discepolo non può più eludere la domanda senza rinnegare e tradire se stesso, Gesù e la gente con cui vive: chi è Gesù per me?
L’amore di Cristo ci possiede…
Ma Paolo sembra ribaltare il problema, e si domanda piuttosto: chi sono io per Gesù? È Dio che ci ha amati per primo e ci ha donato il figlio per salvarci… nell’affidamento a lui. Noi, dunque, non conosciamo più secondo la carne – e la carne è la natura! Anche se abitiamo pienamente in essa, che ci ha fatti, non siamo più soggiogati dalla sua “logica” deterministica di necessità. Perché questo vorrebbe dire lasciarci ancora rinchiudere nel nudo bisogno di affermazione della propria sopravvivenza. Per portarci infine alla consunzione della morte senza speranza, perché ciò che è nato dalla carne è carne. Oramai, invece siamo, presi (posseduti!) dall’interno da una nuova energia spirituale, non prodotta dai meccanismi di natura. Ed è l’amore di Cristo seminato in noi, come nuova spinta propulsiva (chiamata la forza dello Spirito At 1,8), esplosa, come suo dono, con la sua morte. Perché Gesù, superando la logica di paura della carne, è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi. Ha dunque aperto dentro la “natura” una nuova possibilità inedita, ha iscritto un nuovo gene nel DNA umano, che ci rende capaci di donare la vita, capaci di sbilanciarci dalla paura paralizzante alla fede operosa.
Le leggi “naturali” vanno avanti per il loro corso, ma non sono più assolute come catene che ci imprigionano nella schiavitù della paura! Ormai il cristiano sa chi è il Signore che misteriosamente le spezza e lo libera! E le rende “relative” e finalizzate al nuovo fermento profetico che Gesù attraverso il suo Spirito semina incessantemente nell’umanità… Solo la paura ci impedisce di svincolarci dal loro fascino ambiguo e alla fine idolatrico! Non è da ingenui o da poeti dire: siamo ormai una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. La novità di cui parla Paolo, come il “passare all’altra sponda” di Gesù, vuol dire dunque liberarsi dagli ormeggi che ci tengono legati e succubi dei condizionamenti della natura, della malattia, della cultura, delle credenze religiose (i demoni) e assillati dalle domande angoscianti: dorme? – gli importa che moriamo? Quale luce nuova questa qualità di fede apporterebbe ai dibattiti di oggi sulla legge naturale della morte e della vita, della sessualità e dell’economia, della sicurezza e dei respingimenti!… dove è chiaro che la cruda legge della necessità vede un’unica preoccupazione: conservare anzitutto se stessi, a tutti i costi (costi… “altrui”, naturalmente!). Nel Regno dell’umanità nuova nello Spirito, invece, l’unico assoluto non è più la legge naturale o positiva, ma anzitutto l’Amore seminato nei nostri cuori, perché proprio questo è il nucleo della fede: egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro.

