Un'opinione pubblica bene informata è la nostra corte suprema. Perché ad essa ci si può sempre appellare contro le pubbliche ingiustizie, la corruzione, l'indifferenza popolare o gli errori del governo... Joseph Pulitzer
Appuntamenti 2011-2012 dell'Eremo del Carmelo

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martedì 21 febbraio 2012

I Domenica di Quaresima: Le tentazioni nel deserto

Eccoci giunti all’inizio di una nuova Quaresima, di un nuovo tempo di preparazione per una nuova Pasqua di Risurrezione.

Il vangelo che la Chiesa ci propone per iniziare questo itinerario è quello delle tentazioni nel deserto… nella versione (stringatissima!) di Marco, il quale a differenza di Matteo e Luca non esplicita nemmeno quali siano state queste “tentazioni”, limitandosi a dire: «Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana».

È dunque solo leggendo il vangelo fino alla fine che si può scoprire cosa abbia inteso – qui all’inizio – l’evangelista per “tentato da Satana”… e arrivare a intuire che la tentazione per Gesù, come per ciascun uomo, è sempre una tentazione sull’identità.

È questo il punto su cui vorrei soffermarmi quest’oggi: la tentazione non è mai la tentazione riguardo a una cosa o a qualcosa… ma è sempre la tentazione sulla propria identità.





martedì 14 febbraio 2012

VII Domenica del Tempo Ordinario

In questa Settima Domenica del Tempo Ordinario, la Chiesa ci invita a proseguire la lettura del vangelo di Marco.
Subito dopo la guarigione del lebbroso (Mc 1,40-45), di cui abbiamo letto settimana scorsa, inizia una nuova sezione (Mc 2,1-3,6), in cui l’evangelista raggruppa una prima serie di cinque controversie: la prima coincide con quella del brano di vangelo proposto dalla liturgia di questa domenica (Mc 2,1-12) ed ha come tema la possibilità di Gesù di rimettere i peccati; la seconda riguarda la sua abitudine di mangiare con i peccatori (Mc 2,13-17); la terza, il digiuno (Mc 2,18-22); la quarta e la quinta, il sabato (Mc 2,23-28 e Mc 3,1-6).

«I cinque conflitti sono ordinati secondo una struttura letteraria che non sembra casuale. Passando dall’uno all’altro si assiste a una opposizione crescente (dapprima una reazione interiore, poi una reazione che si fa più esplicita, infine la decisione di uccidere Gesù). Così la serie delle controversie termina con il ricordo della croce. Paradossalmente, sembra di scorgere – man mano che l’opposizione cresce – che il motivo dell’opposizione al contrario si affievolisca: la reazione nasce dalla pretesa da parte di Gesù di perdonare i peccati (un privilegio di Dio) e termina con una disputa sul sabato (in fondo una questione dibattuta fra i dottori della legge). Il fatto è che Marco non è tanto interessato ai singoli motivi del conflitto, bensì a qualcosa che sta oltre, più a fondo: il Cristo è rifiutato al di là dei precisi pretesti che l’uomo sa scovare. Dunque, prendendo a pretesto alcuni casi particolari, Marco intende, da una parte rivelare le resistenze dell’uomo (non solo del fariseo, ma dell’uomo di ogni tempo) [1] e, dall’altra, rivelarci la pretesa messianica di Gesù, pretesa unica, che è la vera ragione del rifiuto [2]» [B. Maggioni, il racconto di Marco].

Già questi primi elementi ci obbligano a soffermarci a fare qualche riflessione.

[1] Innanzitutto una “psicologia ante litteram” su come “funziona” l’animo umano in una situazione di conflitto: l’opposizione ha una parabola che va crescendo; diventa sempre più pretestuosa; si “auto-fomenta” attaccandosi ad aspetti oggettivamente secondari se non addirittura irrilevanti; diventa omicida.

È innegabile che l’evoluzione che le cinque controversie di Mc 2,1-3,6 descrivono, riesca a cogliere un aspetto dell’animo umano, un suo modo di agire, che è presente ancora oggi; così tanto, da far concludere che siamo di fronte ad una struttura di sempre della conformazione umana, che è la seguente: l’uomo continuamente cerca ragioni per darsi ragione e quando trova qualcosa o qualcuno che è di ostacolo al consenso che si è costruito, al senso che ha dato alle cose, al mondo, alla vita, istintivamente diventa omicida. La sua reazione è cioè quella di “rimuovere” l’ostacolo: mettendolo in discussione, screditandolo, eliminandolo.

Questo avviene nel macrosistema (è ciò che è accaduto a Gesù, che – guarda caso – morirà proprio in nome della prima obiezione che gli viene mossa: «Si è fatto Dio»; un’obiezione che ha fatto strada! prima insinuatasi nei cuori; poi esplicitandosi a bassa voce, nelle mormorazioni di pochi; poi sempre più fomentandosi, fino ad essere urlata in tribunale e diventare causa di morte)…

Ma è anche ciò che avviene nel microsistema che è la nostra vita, dove continuamente abbiamo bisogno di dire “io”, prevaricando sugli altri… E per farlo studiamo tutti i metodi possibili immaginabili, da quelli più sofisticati e difficili da individuare; a quelli più maldestri e ingenui… che menomale che ci sono, perché ci permettono di imparare la struttura di fondo di questi meccanismi, che è uguale per tutti, dai più sempliciotti e subito smascherati a quelli più subdoli e nascosti.

Ma tutti – tutti! – siamo dentro a questo meccanismo. A volte – quando conviene al nostro “io” – il marchingegno della prevaricazione (non solo economica o predatoria; ma anche di stima e accettazione da parte degli altri; di lotta per il primo posto… che sia nella carriera o nel cuore di un uomo, ecc…) agisce attraverso la conformazione al parere predominante (e quante ragioni la nostra ragione ha cercato e cerca per difendere posizioni di questo genere); altre volte – per converso – il marchingegno dell’autoaffermazione agisce attraverso la non-conformazione, l’assunzione di posizioni volutamente non condivise dai più, il fare il “Bastian contrario”.

Quante volte nelle varie vicende (grandi e piccole della vita) abbiamo corso il rischio di agire così: di prendere una posizione, di fare una scelta, di determinarci in un certo senso perché condizionati dal bisogno di accettazione o di auto-affermazione (che sono le due facce della stessa medaglia) e poi continuamente rimuginare in cuore la ricerca delle mie ragioni… e poi nelle mormorazioni dei piccoli gruppi fomentarsi a vicenda nelle nostre ragioni… fino ad arrivare ad urlarle in faccia all’“oppositore”, che ormai è guardato come un nemico… e in quanto tale da eliminare… Perché poi le ragioni iniziano sempre ad essere circostanziali e poi arrivano sempre a tirare in ballo i massimi sistemi…

Ecco siamo così. E a Gesù è capitato proprio così: preso in mezzo a queste nostre dinamiche eternamente ferite dal bisogno di “contare qualcosa”, di prevaricare su qualcuno, di emergere, di dire “io”, di essere più importanti, più amati, più benvoluti degli altri.

I farisei siamo noi…

Proviamo a guardarli e vediamo se non ci riconosciamo: individuano in Gesù, in ciò che fa e dice, qualcosa che rompe il loro schema, il loro orizzonte di senso, il modo in cui collocavano le varie vicende della vita (Dio solo può perdonare… Se uno è malato è perché è colpevole… Coi peccatori non si deve avere a che fare… ecc… ecc… ecc…). Prendono dunque posizione, gli si oppongono: si accorgono che è uno bravino e che quindi potrebbe effettivamente mettere in discussione il loro primato, il loro primeggiare, il loro prevaricare, nell’ambito religioso… che allora voleva dire anche sociale, politico ed economico… e gli si oppongono…

Ma non fanno qualcosa di molto diverso dalle folle che invece si “alleano” a Gesù: anch’esse hanno di mira il “contare qualcosa”… e si alleano al più forte, a chi in quel momento pare vincente (infatti poi spariranno tutte!). Queste però sono meno sofisticate: finiti i benefici, finiscono le osannazioni.

Quegli altri invece sono più sotterranei… elaborano una strategia espulsiva (omicida) nei confronti di Gesù – dell’ostacolo alla loro buona riuscita – più complessa…

«Alcuni scribi pensavano in cuor loro: “Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati se non Dio solo?”»; «Gli scribi e i farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: “Perché mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?”»; «I discepoli di Giovanni e i farisei vennero da lui e gli dissero: “Perché i tuoi discepoli non digiunano?”»; «I farisei gli dicevano: “Guarda! Perché i tuoi discepoli fanno in giorno di sabato quello che non è lecito?”»; «Essi tacevano, uscirono subito i farisei con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire».

Ecco… questa prima serie di considerazioni credo possa già portarci a pensare e a ri-pensare il nostro modo di porci nella vita… ri-pensare al nostro modo di fare le scelte, ai meccanismi che attuiamo (magari del tutto inconsapevolmente – perché sono istintivi, infatti hanno a che fare con il nostro istinto di sopravvivenza nel branco… e lo siamo ancora tantissimo – un branco – e stiamo tornando ad esserlo sempre di più!), al perché siamo di questa idea e non di un’altra, al perché quella relazione con quella persona si è interrotta, non si è approfondita, non mi è più interessata… Non sarà forse perché la nostra ragione ha solo cercato ragioni per darsi ragione?

[2] Ma come uscirne? Come ha fatto Gesù? Come si è posto lui nella vita?

Ha detto la verità e non l’ha difesa: «Figlio ti sono perdonati i tuoi peccati», «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori», «Nessuno versa vino nuovo in otri vecchi… ma vino nuovo in otri nuove», «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!»…

La sua verità infatti era che Dio è Padre, è cioè colui che ama, e per il quale è più importante – di tutto! – l’altro, l’uomo («Tu mi hai dato molestia con i peccati, mi hai stancato con le tue iniquità. Io, io cancello i tuoi misfatti per amore di me stesso, e non ricordo più i tuoi peccati» dice Isaia nella prima lettura, cioè – specifica Paolo nella seconda – in Dio per l’uomo c’è solo un sì!) e questa era una verità indifendibile, perché difenderla voleva dire “armarsi contro l’altro” che la pensava diversamente… Ma “armarsi contro l’altro” contraddiceva la sua verità che era “sei più importante te di me, non alzerò mai la mano contro di te”. E infatti Gesù non usa mai la sua potenza miracolosa contro l’uomo (mai!); la usa sempre e solo per fare il bene all’uomo, per liberarlo dal male… in coerenza alla sua verità (sei più importante te di me!). Non la usa nemmeno per difendere le sue posizioni: mai quando gli chiedono un segno che attesti la sua veridicità lui agisce; sempre si sottrae, fino alla fine, quando non scenderà dalla croce, nonostante tutti gli dicessero «Scendi e ti crederemo».




 

 
Sabrina Taddei, acquarello su cartone.


Gesù dunque rompe dal di dentro questo meccanismo umano, lo fa implodere… rimanendo sempre fedele (a costo di morire!) alla sua indifendibile verità, che era una faccia, la faccia di Dio che gli uomini avevano così tanto deturpato e infangato da fargli dire e fare tutto e il contrario di tutto… rendendolo a loro immagine e somiglianza!

Ebbene, pare dirci Marco, il cammino del discepolato passa da qui.

Per questo è così difficile e contemporaneamente così tradito nella storia dell’umanità. Perché “avere gli stessi sentimenti di Cristo” vuol dire arrivare a rompere in noi questo meccanismo, che è strutturale e ancestrale: quello dell’istinto di sopravvivenza, cioè della prevaricazione, dell’approvazione del gruppo… meccanismo un tempo reso visibile nella lotta all’interno del branco per il più forte, oggi mascherato attraverso la ricerca della ragione di ragioni per darsi ragione.

“Avere gli stessi sentimenti di Cristo” vuol dire allora saper dire la Verità (cioè prima essersi fatti da essa incontrare e innamorare) e poi non difenderla, non difendersi, perché se la difendi la tradisci…
Noi forse – inguaribili idealisti – siamo pronti in momenti particolarmente entusiasti a promettere che “Daremo la vita per te” (come Pietro), ma poi non riusciamo a vincerci nemmeno un pochino nella quotidianità… Credo che da lì si debba partire, perché è evangelizzando i pezzettini, che poi si diventa capaci di vivere il vangelo in grande.

giovedì 9 febbraio 2012

dePILiamoci

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell'ammassare senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow-Jpnes, nè i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo.

Il PIL comprende anche l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere o l'onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell'equità nei rapporti fra di noi.
Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.
Può dirci tutto sull'America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.

Quando e da chi è stato fatto questo attualissimo discorso? Cliccare qui per scoprirlo e da cui (grazie a un amico) l'ho copiato.

martedì 7 febbraio 2012

VI Domenica del Tempo Ordinario




In questa Sesta Domenica del Tempo Ordinario, la Chiesa ci propone – nel vangelo – la prosecuzione del testo letto nelle settimane scorse.
Da Gesù si presenta un lebbroso.
Già la prima lettura – con i suoi pochi versetti tratti dal capitolo 13 del libro del Levitico – ci dà un’idea di cosa volesse dire essere lebbrosi nel popolo ebraico. Ma chi volesse farsene un’idea più precisa troverebbe soddisfazione al proprio interesse leggendo l’intero capitolo 13 del Levitico, che analizza in maniera puntuale (e a tratti curiosa) la problematica legata alle malattie della pelle.
Inoltre, se qualcuno davvero si prendesse la briga di leggere Lv 13, potrebbe – a quel punto – proseguire ancora per un capitolo e leggersi anche Lv 14, che parla delle modalità di purificazione e ri-accoglimento nella comunità del lebbroso guarito (modalità a cui fa riferimento lo stesso Gesù nel nostro vangelo).
Ma andiamo con ordine: da Gesù si presenta un lebbroso, senza nome né storia…
Semplicemente si tratta di un lebbroso. E questo bastava a tutti per capire la situazione in cui quest’uomo viveva: emarginato socialmente; considerato impuro e in qualche modo colpevole della sua situazione; impossibilitato a riabilitarsi, se non attraverso una improbabile guarigione.
È un disperato, un non-uomo (un uomo cioè privato, dallo sguardo con cui gli altri lo guardano e dallo sguardo con cui lui si guarda, della dignità umana), un infelice, senza speranza di lieto fine.
Ricorda qualcun altro questo lebbroso… molti altri… che sono nella sua stessa situazione esistenziale, seppure oggi – almeno da noi – non esista più la lebbra… Eppure quanti ancora, allontanati perché considerati impuri/indegni/diversi; ostracizzati e rispediti fuori dall’accampamento, spesso col supporto della legislazione; quanti infelici, disillusi da una storia che davvero sembra loro non offrire più chance per una buona riuscita della vita.
E allora… dentro a questo lebbroso mettiamoci tutti… compresi noi stessi, che almeno ogni tanto ci siamo sentiti così… Ma contemporaneamente mettiamoci dalla parte di Gesù… perché anche in questo “ruolo” siamo stati tutti almeno una volta, quando qualche disperato ci si è gettato – realmente o metaforicamente – alle ginocchia…
E leggendo come è andata quella volta tra quel lebbroso e Gesù, proviamo a confrontare la nostra esperienza, i nostri sentimenti, i nostri modi d’essere e di reagire, con i loro…
«Venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio», letteralmente «E viene da lui un lebbroso invocante lui e cadente in ginocchio»: l’immagine è molto forte e dice, senza bisogno di ulteriori decriptamenti lo status del nostro amico lebbroso. «Ha sentito parlare di Gesù, visto che in tutta la Galilea se ne parlava, come si dice poco prima … Ma è un escluso, un impuro! Deve essere allontanato dalla convivenza umana, a colpi di pietra. Chi gli si avvicina diventava impuro anche lui. Eppure… questo lebbroso trasgredisce la legge di Dio, pur di parlare a Gesù. Chissà come ha intuito che Gesù era connivente con lui! Infatti Gesù l’ha già misteriosamente guarito ‑ “dentro” ‑ dal male più subdolo e devastante che lo opprime, che è l’inconsapevole introiezione della  segregazione, come una maledizione accettata e meritata, in qualche modo, fino a convincersi che è giusta, e farsene colpa. Per questo la legge voleva che lui stesso gridasse di sé: Immondo! Immondo!... a convincere se stesso, ancor prima che per allontanare gli altri. Questo avvelenamento interiore che fa perdere a uno anche il minimo di stima di sé, provoca la disintegrazione della persona, perché ne taglia in radice la speranza, giustificando per di più, con questa auto-maledizione, la discriminazione che lo distrugge umanamente. Come lo schiavo, che si convince della “naturalità” della sua schiavitù… fino a spegnere perfino il desiderio di libertà!» [Giuliano].
«E gli diceva: “Se vuoi, puoi purificarmi”». Il lebbroso – “chissà come” – ha percepito che questo uomo che è Gesù non si sarebbe messo ad urlare, non lo avrebbe scacciato a sassate… non avrebbe avuto paura di lui; ma si sarebbe lasciato avvicinare. “Se vuoi, puoi purificarmi”. È lo schema tipico dei miracoli evangelici: essi – che sono sempre e solo segni della liberazione dell’uomo dal male (infatti, come mai Gesù maledice l’uomo, nemmeno dalla croce, nemmeno i suoi assassini, così neppure mai usa il suo potere speciale per fare male a qualcuno; in tutto il vangelo solo lui si fa male!) – presuppongono una fiducia in Gesù; è quando Gesù si sente investito di questa fiducia speranzosa da parte di qualche persona menomata nella sua umanità, che “scatta” il miracolo…
Anzi, più precisamente, scattano le viscere di Gesù, del quale infatti si dice che «mosso a compassione», «lo toccò», «avendo steso la sua mano».
A distanza di pochi versetti dal racconto del miracolo della guarigione della suocera di Pietro, Gesù di nuovo allunga la mano verso l’uomo, verso l’uomo sofferente, verso l’uomo intoccabile… e lo tocca…

martedì 31 gennaio 2012

V Domenica del Tempo Ordinario


«Diceva Anna Magnani al truccatore che prima del ciak stava per coprirle le rughe del volto: “Lasciamele tutte, non me ne togliere neanche una. C’ho messo una vita a farmele tutte».




In questa Quinta Domenica del Tempo Ordinario, la liturgia della Parola ci offre – nel vangelo – il “secondo tempo” di quanto narrato la settimana scorsa. I versetti odierni corrispondono infatti alla seconda parte del racconto della “giornata tipo” di Gesù, che era iniziata con l’insegnamento dato con autorità nella sinagoga e con la liberazione di un uomo posseduto da uno spirito impuro.

Siamo dunque – anche nel testo di questa domenica – a Cafàrnao, in un giorno di sabato, e di Gesù si dice che «uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni».

Di questo “rientro a casa”, che poteva benissimo fare da scenario ad un dialogo tra Gesù e i discepoli su quanto appena accaduto, Marco – col suo stile essenziale – sottolinea invece un nuovo imbattersi di Gesù nell’umano: l’incontro con la suocera di Pietro.

In primo piano perciò non emerge ciò che Gesù e i suoi quattro amici si sono detti, ma un nuovo incontro personale, stavolta con una donna, la prima che compare nel vangelo marciano.

Già questo elemento dovrebbe bastare ad allontanare con forza questa donna dai luoghi comuni o dalle battute sarcastiche, neanche troppo simpatiche, sulle “suocere”, in cui invece ogni tanto viene coinvolta: è la prima donna di cui il vangelo di Marco parla!

In più, se ancora questo non bastasse, a testimonianza del ruolo positivo che questa donna probabilmente rivestiva nella dinamica familiare di Pietro, sta il fatto che di essa «gli parlarono subito»; “subito”, lo stesso avverbio usato per sottolineare la prontezza con cui Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni avevano seguito Gesù!

C’è dunque un’urgenza, che dice di un’apprensione, per qualcuno che è importante… la stessa che avranno tutti quei padri, quelle madri, quegli amici, che andranno da Gesù – lungo la sua vita e quella sera stessa – per chiedere la liberazione dal male per le persone che amavano…

E Gesù… «si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano»…

Non dobbiamo subito – con gli occhi e la mente – scappare in avanti nella lettura del testo («si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni») e registrare solo che questa donna in un batti baleno si è alzata, si è messa a fare la pastasciutta per i ragazzotti e poi è scomparsa dall’orizzonte di significato della loro e nostra coscienza, molto più interessata – quest’ultima – all’evento assai più spettacolare che quella sera (dopo la pastasciutta) si è dato da vedere a casa loro: una gran folla raccoltasi per Gesù e per ottenere i suoi prodigi…

No, non dobbiamo scappare subito in avanti, ma dobbiamo fermarci un attimo su quel «si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano»… perché lì dentro c’è nascosto un modo di essere di Gesù che è troppo importante per lasciarselo sfuggire: di Lui infatti non è importante tanto, o solo, il fatto che guarisse, ma il come lo facesse... E precisamente: avvicinandosi e prendendo una vecchietta per la mano, per aiutarla ad alzarsi.

Qui c’è dentro una tenerezza, un’empatia, un sorriso da giovanotto che porge la mano a una vecchietta, che fanno quasi scappare una lacrima. Commuove il giovanotto Gesù, che si fa prossimo a questa donna anziana…

Questo qua è Gesù!

Se invece scappiamo troppo avanti, perdendoci questa vecchietta, e pensandola nell’ottica della pastasciutta, mi chiedo: “Ma che cavolo di idea ci siamo fatti di Gesù?!?! Ma siamo rimbambiti!?!?”.

E allora – sebbene ci sarebbe ancora molto da dire sul nostro testo, soprattutto su questa giornata che si conclude con la preghiera solitaria di Gesù e con il suo sottrarsi, la mattina dopo, alla morsa della folla che da lui vuole solo miracoli, per andare a dire a tutti la bella notizia che Dio ci è padre – non voglio fare torto a questa vecchietta e mi fermo in contemplazione di questo suo incontro, che mi commuove, con l’affascinante giovanotto Gesù, che tra tutti, si avvicina con delicatezza proprio a lei, scavata da anni di vita (di quella vita! che le donne del suo tempo conducevano in Palestina) e segnata nel volto e nel corpo dal tempo che l’ha attraversata… Proprio a lei Gesù si avvicina e porge la mano!

martedì 24 gennaio 2012

IV Domenica del Tempo Ordinario

In questa Quarta Domenica del Tempo Ordinario, entriamo nel vivo del racconto di Marco. Infatti dopo il titolo («Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio», Mc 1,1), il trittico sinottico (Battesimo di Giovanni Battista, Battesimo di Gesù e Tentazioni nel deserto, Mc 1,2-13) e il prologo letto e meditato domenica scorsa (Mc 1,14-20), dal v. 21 inizia il vero e proprio racconto della storia di Gesù.

La prima serie di episodi raccontati a partire dal versetto 21, fino a Mc 3,6, hanno «come motivo ricorrente una annotazione geografica: Cafarnao e il suo lago. Anzi la prima parte (1,21-34) costituisce una “giornata” [tipo] di Gesù. […] Ed è una giornata di sabato, come si dice all’inizio e come si lascia capire alla fine (le folle aspettano il tramonto del sole, cioè la fine del riposo sabbatico, per portare a Gesù gli ammalati)» [B. Maggioni, il racconto di Marco, Cittadella Ed., Assisi 199912, 40].

La liturgia della Parola spezza questa “giornata tipo” su due domeniche, la IV e la V del Tempo Ordinario (B). Ciò di cui ci dobbiamo occupare oggi è perciò quello che accade in questa prima parte di questa “giornata tipo”, non dimenticando che essa si completerà nel brano di vangelo di domenica prossima.

Il primo atto di questa vicenda consiste nell’entrare di Gesù – di sabato – nella sinagoga di Cafarnao. Di questa “città” abbiamo già parlato la volta scorsa, perciò non mi dilungo. È interessante piuttosto soffermarsi sulle altre due annotazioni: il giorno di sabato e la sinagoga.

martedì 17 gennaio 2012

III Domenica del Tempo Ordinario (B)

In questa terza domenica del tempo ordinario, il testo del vangelo di Marco ci annuncia l’inizio dell’attività pubblica di Gesù. Dopo il cosiddetto trittico sinottico infatti – costituito dagli episodi del battesimo di Giovanni Battista (Mc 1,2-8), del battesimo di Gesù (Mc 1,9-11) e delle tentazioni nel deserto (Mc 1,12-13) – Gesù torna nella regione in cui è cresciuto, la Galilea, e qui inizia a predicare e a chiamare i primi discepoli.

I versetti del vangelo in cui tutto questo è narrato, i versetti cioè dal 14 al 20 del primo capitolo di Marco (coincidenti con il testo proposto per questa domenica dalla liturgia), non devono stupire per la loro estrema essenzialità. Il loro scopo infatti non è tanto quello di narrare i primi episodi della vita pubblica di Gesù, quanto quello di fungere da prologo: la loro finalità è dunque quella di indicare la prospettiva generale in cui leggere tutta la storia di Gesù.

Interessante è anzitutto l’annotazione dell’evangelista, confermata da tutti i sinottici: Gesù iniziò la sua attività pubblica «dopo che Giovanni [Battista] fu arrestato». C’è come un avvicendarsi tra i due: quasi che questo arresto, questa messa a tacere di Giovanni, imponesse a Lui di prendere la parola, di dare voce all’annuncio del Regno, che pure farà in maniera così diversa dal “cugino”.

Ma proviamo a fare un passo indietro, ricostruendo – per quanto possibile – il contesto di questo avvicendarsi. Raccogliamo le informazioni da J.A. Pagola, Gesù. Un approccio storico, Borla, Roma 20102, 89 ss; testo che fa parte della collana Ricerche teologiche diretta da Carlo Molari: «In un dato momento, Gesù si avvicinò al Battista, ascoltò la sua chiamata alla conversione e si fece battezzare da lui nelle acque del fiume Giordano; il fatto avvenne intorno all’anno 28.

martedì 10 gennaio 2012

II Domenica del Tempo Ordinario

Domenica scorsa abbiamo celebrato la festa del Battesimo del Signore: essa concludeva il Tempo di Natale e inaugurava il Tempo Ordinario; non a caso il vangelo faceva riferimento al primo atto della vita pubblica di Gesù, il Battesimo al Giordano, appunto.

Si è trattato dunque di una “domenica ponte”.

Questa settimana, invece, a tutti gli effetti inizia il Tempo Ordinario. In questa prospettiva mi sembra interessante che tutte e tre le letture narrino l’“inizio” di qualche storia: quella di Samuele, quella della comunità cristiana di Corinto, quella di Gesù e dei suoi discepoli.

Come a dire che ciò su cui è ora necessario sintonizzarsi è l’inizio, gli inizi: quelli originari della nostra vita, della nostra fede, delle nostre relazioni, delle nostre scelte, ma anche quelli congiunturali, quotidiani… i nuovi inizi a cui siamo sempre in qualche modo chiamati dalla storia, perché le situazioni cambiano, gli amici partono, i fratelli muoiono…

In questo senso la coincidenza con il ricominciamento dell’anno sociale, la riapertura delle scuole, la prima settimana del 2012 senza nessun giorno festivo a parte la domenica, è un’ulteriore convergenza verso questo invito a soffermarsi sull’iniziare o il ri-iniziare.

E allora veniamo alle tre storie che ci raccontano le letture, non tanto o non solo mettendoci alla ricerca di suggerimenti e indicazioni che possano orientare i nostri inizi, ma provando ad immedesimarci in esse, come suggerisce in un bellissimo testo uno dei teologi più importanti del XX secolo, H.U. Von Balthasar:

martedì 3 gennaio 2012

Battesimo del Signore

In questa terza domenica dopo Natale, la Chiesa ci invita a celebrare la festa del Battesimo di Gesù. Il suo ministero pubblico infatti, come narrano tutti e quattro gli evangelisti, inizia proprio con questo mettersi in fila con i peccatori, per vivere, attraverso Giovanni, un gesto di espiazione dei peccati.

Il problema che da sempre ha creato tanto scompiglio all’interno della riflessione cristiana è stato: Perché Gesù sceglie di farsi battezzare?

Forse le nostre orecchie ormai avvezze a sentire raccontare questa situazione, fanno più fatica a cogliere la drammaticità di questo evento, ma esso ha fatto sobbalzare non pochi schemi teologici... La questione consiste proprio in questo: come rendere ragione di questa scelta di Gesù?

Impossibile infatti scartare come ipotetico o falso questo dato evangelico: la sua veridicità ha infatti troppi elementi a sostegno. Innanzi tutto – come già detto – è attestata da tutti e quattro gli evangelisti; il che è già un grande elemento di forza per provare la storicità di un fatto narrato. In più si tratta di uno di quei fatti che – proprio per la difficoltà di renderne ragione – i cristiani avrebbero veramente preferito espungere dai loro testi: come infatti convincere i popoli che Gesù era Figlio di Dio e contemporaneamente annunciargli che si è messo in fila coi peccatori per un battesimo di espiazione?

Il fatto non può dunque essere inventato: nessuno infatti – fra coloro che scrivevano e leggevano il vangelo – aveva alcun interesse o vantaggio – anzi tutto il contrario – a ideare un tale episodio. Sostanzialmente, dalle analisi storiografiche, bisogna concludere che, se tutti gli evangelisti hanno inserito questo episodio, è perché proprio non potevano farne a meno; non potevano cioè nascondere quello che era un fatto reale, conosciuto da tutti: che Gesù era stato battezzato da Giovanni.

Ma, chiarito il dato storiografico, dunque la realtà del fatto, resta il problema di renderne ragione. Come dicevamo, la domanda che rimane è: perché Gesù si è fatto battezzare?

mercoledì 28 dicembre 2011

Buon Anno a chi?


C’è chi dice: “L’ho fatto per la squadra”. Intendendo “per la mia squadra”;
C’è chi dice: “L’ho fatto per il partito”. Intendendo “per il mio partito”;
C’è chi dice: “Lo faccio per il bene dell’Italia”. Sottinteso “per la  mia patria”;
C’è chi dice: “L’ho fatto per la chiesa”. Evidentemente intende “per la mia chiesa, parrocchia, congregazione…”;
C’è chi dice: “L’ho fatto per i miei figli”, “per mia moglie”, “per la mia famiglia”!…
C’è chi dice: “Lo faccio per la mia azienda”.
C’è persino chi osa dire che certe cose le fa “per Dio”. Beninteso “per il suo di dio”!...

Mai, mai nessuno che dica: “L’ho fatto per me”!
Decisamente noi italiani siamo persone altruiste.
Purché sia il mio altruismo.
Così mentre ci auguriamo “Buon Anno!”, io comincio a chiedermi “Buon Anno per chi?”.

martedì 27 dicembre 2011

Maria santissima madre di Dio

«Troppe cose insieme, forse, ci vuole dire la liturgia di oggi, nello spazio così piccolo di una giornata di inizio anno: Maria, madre di Dio, la giornata mondiale della pace, il capodanno…

[…] Comunque, nel vangelo scelto, c’è anche per noi, il rimedio che usava Maria, quando troppe cose difficili premevano, dentro e fuori di lei: Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore».

E allora, vorrei fermarmi solo su un aspetto… su questi pastori, che – curiosamente – come Zaccaria – dopo l’incontro con questo bambino – parlano benedicendo Dio.

Mi pare molto interessante infatti questa ripetuta sottolineatura dei vangeli dell’infanzia: chi incontra Gesù, bene-dice, cioè dice-bene di Dio!

Eppure ciò che hanno visto è un segno tutt’altro che “divino”: una donna con suo marito e il loro bambino…

Un segno, anzi, nemmeno così umanamente nobile o strabiliante, dato che questo bambino era «adagiato nella mangiatoia», «perché per loro non c’era posto nell’alloggio» (Lc 2,7).

Eppure «questa pagina, come tutto il racconto dell’infanzia di Gesù nel vangelo di Luca, ci fa da traccia e insieme dà conforto per capire il processo di umanizzazione nuova a cui il discepolo del Signore è chiamato».

Infatti «allora come ora, il gesto, il segno o l’evento che ci smuove è, in genere, povero e tanto insignificante», un’intuizione, un po’ di bene che qualcuno ci vuole, una carezza insperata… Ma a noi è bastato… perché ha come profuso una luce…

Infatti, «comunque sia la storia di ognuno, fatta sempre di dolore e gioia, speranza e peccato mescolati insieme, una luce ci ha illuminati e attratti tante volte, per un istante…

…ma adesso questa luce non c’è più! I pastori l’avevano accolta con gioia e se ne erano lasciati illuminare e com/muovere… ma non c’è più! Così Maria nella sua vita nascosta! Siamo tornati nella penombra del quotidiano feriale, e ce ne è rimasta solo l’impronta e la memoria.

[…] Ma di questa luce “che rifulge in terra tenebrosa” possiamo avere in qualche momento esperienza, se facciamo attenzione alle sue scintille fioche e molto intermittenti: incontri, sofferenze, gioie… riconoscenza! Esperienze che ci riportano al senso della vita nel riferimento a Gesù e al suo vangelo, nell’attenzione affettuosa alla sua presenza, da accudire e custodire gelosamente, altrimenti le scintille si perdono, e ne rimane solo il dato materiale, non parlano più. Infatti, che un segno sia leggibile in modo positivo e smuova il nostro cuore è solo in rapporto alla luce essenziale della fede [della fiducia che gli accordiamo], rappresentata in noi da queste scintille successive, da queste esperienze profonde, ma incatturabili e indimostrabili e tuttavia vere e sentite nel fondo dell’animo».

Vere, in proporzione ai frutti che portano, «ai frutti dello Spirito: se cioè ci aprono il cuore e la mente a seguire la via del Signore… Possiamo solo riceverle e custodirle, tentare di rendere queste scintille più continue tra loro attraverso atti singoli di fede, operazioni concrete di obbedienza (andate… sono andati! In fretta!). I nostri sforzi di assenso alla fede, piccoli atti di consegna di sé nelle minuscole vicende quotidiane, talora seguono, talora anticipano, con un colpo d’ala interiore, la convinzione. Piccoli gesti concreti che, se moltiplicati in un tessuto continuo, saldano l’una all’altra queste scintille e ci danno, pure nelle tenebre, una certa continuità nell’esperienza di fede, nel cammino della vita. È appunto il riferimento a questa luce, conservata con lucida e intelligente memoria affettuosa, che rende i segni percettibili, se no si vanificano… Quello che rimane e ci trasforma è il momento di fede che avremo vissuto nella nostra vita, la capacità di accumulare e condensare atti di fede, magari piccolissimi, uno dopo l’altro, giorno per giorno, che rendono sempre più vera e conseguente l’esperienza del mistero di Gesù, che abbiamo in cuore…»[1].

Per dire anche noi – come Zaccaria, come i pastori – incontrovertibilmente bene di Dio.

Buon anno.



[1] Tutte le citazioni sono di Giuliano Bettati, OCD.

martedì 20 dicembre 2011

Natale 2011

Ho sempre cercato di “scampare” il dovere di fare la lectio a Natale (la lectio più difficile dell’anno!), con la scusa che il mio impegno era di fare la lectio della domenica e non quella delle altre festività… Ma quest’anno non ho scuse… perché Natale cade proprio di domenica… e quindi… mi tocca…

Però – ci tenevo a dirvelo – è con tanta trepidazione che mi metto a scrivere… perché davvero il rischio di dire cose banali o cose anche belle, ma che volano 3 metri sopra la nostra testa, è grande… soprattutto in questa occasione…

Cerco allora di andare con ordine.

Sapete che a Natale ci sono tante messe (quella della notte, quella dell’aurora, quella del giorno) e ognuna ha le sue letture. Io mi sono “imposta” quelle del giorno, perché sono quelle che la Chiesa ha scelto per la maggior parte dei fedeli che – s’immagina – vadano a messa di giorno!

Se avessi seguito altri criteri, penso che avrei volentieri deviato soprattutto dal Prologo di Giovanni, bellissimo, ma… impegnativissimo…

E invece, eccoci qui, tutti di fronte a questi testi…


domenica 18 dicembre 2011

"Erano simili a mio figlio/E lui era simile a loro" - LA STRAGE DEGLI INNOCENTI

Guido Reni, La strage degli Innocenti, 1611, Bologna, Pinacoteca Nazionale

«Erode mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù» (Mt 2,16).

Poterti smembrare coi denti e le mani,

sapere i tuoi occhi bevuti dai cani,

di morire in croce puoi essere grato

a un brav’uomo di nome Pilato.

Ben più della morte che oggi ti vuole

t’uccide il veleno di queste parole:

le voci dei padri di quei neonati

da Erode per te trucidati.

Nel lugubre scherno degli abiti nuovi

misurano a gocce il dolore che provi;

trent’anni hanno atteso col fegato in mano,

i rantoli di un ciarlatano.

[De Andrè, Via della croce]

«Dovremmo inquietarci davanti a questo passo, alla sua sola presenza nel testo evangelico. Crea una fortissima tensione con quanto detto prima: la promessa di salvezza, la promessa di futuro... Nella storia dell’uomo esiste ed è tragicamente reale il tentativo dell’uomo di arrestare il movimento messo in atto da Dio con la nascita del suo Figlio. È così tragico che l’uomo è persino disposto a sacrificare il suo futuro per esso, cosa che avviene tristemente in ogni epoca. L’idea di espiazione è insufficiente a risolvere la questione: né la vendetta, né l’inferno possono pacificare le domande che il dolore innocente scatena nel cuore dell’uomo. Anzi aggiungono altro male al male già avvenuto. Dunque la domanda sul male diventa la domanda bruciante sul senso del perdono…

Un primo dato evangelico: Dio decide di non scendere dal banco degli imputati.

Un secondo dato: la sua non è una risposta teorica. La sua risposta è la sua vulnerabilità. La sua vulnerabilità è ciò che lo autorizza al perdono, perché ha un’identità tale che si identifica con ogni uomo che ha patito il male. Per questo può perdonare».

[M. Fiorucci]


“Il coacervo di corpi, nel suo insieme da "teatro della crudeltà", sembra giungerci da molto lontano, attraverso pesti, insanguinarsi nei lutti di guerre e invasioni, per passarci accanto e, ahinoi, preannunciarci chissà che stragi e orrori a venire” (G. Testori)

Orrore e santità, scandalo e fede: queste due polarità riescono a convivere nel dipinto del bolognese Guido Reni. I sicari inseguono, svolgono con implacabile precisione il terribile compito loro affidato da Erode: insieme ai neonati, sono vittime anche le madri. L’opera, però, introduce anche il secondo tema iconografico legato a questo episodio, la santità degli Innocenti: in alto angeli porgono le palme del martirio, i corpicini in basso sembrano dormire. Come scrive Testori, l’episodio narrato da Matteo ci porta alla mente altre stragi, altri pianti di madri: non è un caso che la figura della donna urlante sulla sinistra sia stata ripresa da Picasso per il suo Guernica. Solo una madre può capire cosa voglia dire perdere un figlio, nessuno può odiare quanto una madre chi ha causato questa perdita.



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